Per il sociologo, autore di un’indagine sulla normalizzazione dell’estrema destra nel sud-est della Francia, i risultati delle elezioni comunali segnano un progressivo radicamento locale del partito, che conquista sempre più categorie sociali.
Carpentras, Orange, Mentone, ma anche Vierzon, La Flèche o Carcassonne… Se il Rassemblement National non è riuscito a prendere il controllo delle grandi metropoli, sono numerose le città più piccole finite nelle sue mani in queste elezioni comunali. Sociologo, Félicien Faury ha pubblicato nel 2024 Elettori ordinari. Indagine sulla normalizzazione dell’estrema destra (Seuil), frutto del suo lavoro di tesi sull’insediamento del voto frontista nel sud-est della Francia. Per lo specialista, se il livello locale resta il punto debole del partito, queste elezioni mostrano che esso raggiunge ormai le classi medie consolidando la sua base popolare, anche quando è già alla guida di un comune.
Stiamo assistendo alla «più grande avanzata della storia del RN», come dice Jordan Bardella?
Se ci si concentra solo sulle comunali, è vero: il RN non aveva mai ottenuto risultati così buoni, sia in termini di comuni conquistati sia di consiglieri municipali. Il suo radicamento locale avanza lentamente ma con sicurezza, con nuove vittorie significative a ogni elezione locale. Tuttavia, questi risultati restano deludenti rispetto alle aspettative dei dirigenti del partito.
A eccezione dei comuni già governati dal RN, i risultati locali restano ampiamente inferiori rispetto ai successi ottenuti a livello nazionale. È una caratteristica ben nota di questo partito: non è mai stato molto abile nel radicamento locale. Il RN si presenta come un partito radicato nei «territori» e nella «Francia periferica», ma la sua presenza resta debole rispetto agli altri partiti della destra e della sinistra tradizionali.
Il RN si è imposto soprattutto dall’alto, con figure mediatiche molto riconoscibili (Marine Le Pen, Jordan Bardella e il loro entourage), capaci di ottenere i migliori risultati nelle elezioni nazionali. Mi sembra inoltre che il «fronte repubblicano» abbia retto piuttosto bene in molte situazioni.
L’esempio più emblematico è Tolone, dove alleanze e mobilitazioni contro l’estrema destra hanno impedito l’elezione di Laure Lavalette. In un certo senso, se il RN è riuscito a radicarsi da qualche parte, è nei media! E sempre più anche all’Assemblea nazionale. Ma il livello locale resta il suo punto debole.
Come analizza l’ondata RN che colpisce il sud del Paese che conosce bene? Si tratta di un «ritorno alle origini»?
Il sud-est è sempre stato una roccaforte dell’estrema destra, e lo è ancora, più che mai. Non si tratta quindi di una «nuova ondata», ma della continuazione di una tendenza di fondo, con un RN che si espande a macchia d’olio. Le zone di forza del partito si estendono ormai ben oltre la regione, con vittorie importanti anche nel sud-ovest.
Che dire della crescente confusione tra RN e LR [Les Republicains], mentre Marine Le Pen si diceva «né di destra né di sinistra»?
Nel lungo periodo si osserva che il RN sta progressivamente assorbendo l’elettorato della destra tradizionale. È particolarmente evidente nel sud della Francia, dove il RN sta sostituendo la destra come principale forza di opposizione alla sinistra. Certo, alcune città storicamente di sinistra possono passare all’estrema destra, come si è visto a Vierzon.
Ma nel complesso, la principale forza politica penalizzata dalla crescita del RN resta la destra tradizionale. Formazioni come l’UDR di Éric Ciotti, che ha appena vinto a Nizza, hanno accelerato questo processo. In molti casi, il RN diventa persino un «voto utile» anti-LFI per gli elettori di destra, il che rappresenta un cambiamento storico nei rapporti tra destra ed estrema destra.
Il fatto di non riuscire a conquistare grandi città conferma un radicamento soprattutto rurale?
Contrariamente a un’idea diffusa, la vera distinzione territoriale del voto RN non è mai stata quella tra urbano e rurale. Il voto RN urbano è sempre stato significativo nei centri minori e nelle città medie. La divisione più rilevante è piuttosto tra le grandi metropoli e il resto del territorio. Al di là di questo, ciò che si trova dietro le divisioni territoriali sono conflitti di classe.
Le classi superiori istruite sono concentrate nelle grandi città, mentre le classi popolari sono sovrarappresentate nelle aree periurbane e rurali. Detto ciò, si osserva una progressiva «medializzazione» del voto RN, che conquista sempre più le categorie intermedie. Il mio collega Nicolas Lebourg lo ha ben mostrato per Perpignan, ed è una tendenza che si ritrova su scala nazionale.

La metafora della macchia d’olio, che ho utilizzato per descrivere l’estensione territoriale del partito, vale anche qui. Il RN riesce ad espandersi verso le classi medie, e perfino verso quelle superiori, senza perdere i suoi sostenitori tra le classi popolari. Almeno per ora.
Alcuni cittadini hanno votato RN per la prima volta in queste comunali. Questo cambiamento si spiega con una volontà di «spazzare via» la classe politica o con una postura «antisistema»?
Sono critico nei confronti dell’idea del voto RN come «antisistema» o «anti-establishment». I risultati ottenuti nei comuni governati dal RN lo dimostrano chiaramente. Dal 2014, i comuni conquistati dal RN riconfermano le loro amministrazioni, spesso già al primo turno e con percentuali talvolta altissime. Il voto RN smette quindi di essere «antisistema» quando il RN diventa parte del «sistema».
Anche se il radicamento locale del RN resta limitato, quando questo partito accede al potere municipale riesce a consolidare stabilmente il proprio elettorato. Inoltre, il RN è piuttosto efficace nel indebolire l’opposizione e ridurre progressivamente i contropoteri locali, generando fatalismo e astensione tra le forze avversarie. Questo può anche essere una lezione a livello nazionale: quando l’estrema destra arriva al potere, tende a restarci a lungo.
Il partito ha davvero completato la sua “normalizzazione”? Denunciare razzismo, xenofobia o antisemitismo dei candidati non basta a scoraggiare gli elettori?
Ho molte riserve sull’espressione «mele marce». Anche se serve a indicare che queste «mele» sono numerose all’interno del RN, questa formula rischia di produrre l’effetto opposto, alimentando l’idea che si tratti solo di pochi casi isolati in un partito ormai distante da razzismo, antisemitismo o omofobia.
In realtà, si osserva piuttosto il contrario: le ricerche mostrano che il RN resta un partito di estrema destra (con tutte le intolleranze che ne derivano), guidato da una piccola élite incaricata mediaticamente di ripulirne l’immagine. Forse bisognerebbe abbandonare questa formula e ricordare che i «normalizzati» sono l’eccezione, non la regola.
Inoltre, mostrare che il RN è di estrema destra non basta a dissuadere i suoi elettori, che in parte sanno cosa fanno quando votano per questo partito. Tuttavia, può avere un effetto sugli indecisi e soprattutto sulla mobilitazione degli oppositori. È ciò che ha funzionato alle legislative del 2024: ricordare il razzismo dell’estrema destra può contribuire a mobilitare chi rifiuta il mondo proposto da questo campo politico.
*L’intervista, condotta da Clémence Mary, è stata pubblicata il 24 marzo 2026 dal quotidiano francese Libération.
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