Cresce l’opposizione contro la decisione di imporre una partecipazione ai costi ai beneficiari di cure a domicilio. Il prossimo appuntamento è fissato a Bellinzona per sabato 18 aprile.
Le ragioni della protesta sono chiare: la partecipazione ai costi crea una barriera economica all’accesso alle cure, soprattutto per le persone anziane e fragili con risorse limitate. In un contesto di invecchiamento della popolazione, ciò rischia di ridurre il ricorso all’assistenza domiciliare, aumentando la pressione su strutture più costose e meno sostenibili. Abolirla favorirebbe un accesso più equo e permetterebbe a più persone di rimanere al proprio domicilio.
Questa vicenda evidenzia la necessità di un cambiamento nella politica del Governo. Colpisce – ma non sorprende – la caparbietà con cui l’esecutivo difende questa misura. Significative le dichiarazioni di Gobbi, presidente del Governo, e di De Rosa, responsabile del DSS. Ma pesa anche il silenzio di altri membri dell’esecutivo di fronte a una chiara opposizione popolare.
A prendere tempo, sperando che la protesta si attenui, sembrano anche i partiti che hanno sostenuto la misura: Centro, PLR e Lega, che nel Preventivo 2026 avevano respinto gli emendamenti abrogativi.
Questo loro atteggiamento si fonda su una tesi discutibile: la spesa sanitaria sarebbe “eccessiva”, addirittura “esplosa”, a causa di un’offerta e una domanda ritenute troppo elevate. Da qui la logica del razionamento: rendere più difficile l’accesso alle prestazioni o penalizzare chi vi accederebbe “troppo facilmente”.
In questa direzione vanno l’introduzione o l’aumento delle partecipazioni ai costi, sempre più diffuse a livello cantonale e federale. Oltre al caso ticinese, si pensi all’aumento della franchigia minima o alla tassa di 50 franchi per il pronto soccorso, già approvata dal Consiglio nazionale e ora all’esame degli Stati.
A ciò si affiancano misure di riduzione dell’offerta sanitaria: chiusura di ospedali, riduzione dei servizi, carenza di personale. Il risultato è che i pazienti pagano di più per prestazioni inferiori. È questa la direzione intrapresa dalla maggioranza politica, nel nome della necessità – data per indiscutibile – di “ridurre i costi della salute”. Pure in questa direzione va, purtroppo, la logica che la quasi totalità dei partiti presenti in Gran Consiglio ha abbracciato nel quadro delle “indicazioni strategiche” approvate per la pianificazione ospedaliera.
Per questo, le mobilitazioni in corso in Ticino dovrebbero accompagnarsi a una riflessione più ampia, che rifiuti la narrazione dell’“esplosione” dei costi. In Svizzera, infatti, essi – in rapporto al PIL – sono analoghi a quelli di Paesi comparabili come Germania, Francia e Austria e negli ultimi anni sono rimasti sostanzialmente stabili.
Il problema non sono tanto i costi in sé, quanto il modo in cui vengono gestiti e finanziati, in particolare attraverso strumenti che gravano direttamente su cittadini e pazienti: premi di cassa malati (questi sì “esplosi”), partecipazioni ai costi, franchigie. A dover essere rimesso in discussione è invece il ruolo delle casse malati, che gestiscono un enorme flusso di denaro versato dagli assicurati senza contribuirvi direttamente, nella prospettiva di tutelare i propri interessi e le proprie fonti di profitto, soprattutto nel redditizio settore delle assicurazioni complementari e, sempre più, nella gestione di strutture sanitarie private. Di recente, il maggior assicuratore malattia del Paese ha comunicato di aver chiuso il 2025 con un utile di 260 milioni di franchi, quadruplicato rispetto all’anno precedente.
Per queste ragioni, le mobilitazioni dovrebbero accompagnarsi a una riflessione politica che aiuti a delineare un’alternativa: una cassa unica nazionale e premi proporzionali al reddito, sul modello dell’AVS e con il contributo dei datori di lavoro.
Una strada che le proposte finora emerse – come l’iniziativa annunciata dal PSS al suo ultimo congresso – non sembrano voler percorrere con sufficiente decisione.
*articolo apparso sul quotidiano La Regione venerdì 17 aprile 2026
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