Lunedì 16 marzo 2026. Il Consiglio federale «mette in guardia» davanti alla stampa contro l’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» dell’Unione democratica di centro (UDC), sottoposta a votazione il prossimo 14 giugno. Il consigliere federale socialista Beat Jans, accompagnato dal presidente della Conferenza dei governi cantonali, Markus Dieth (Il Centro, Argovia), è affiancato alla sua destra dal presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori (UPS), Severin Moser, e dal presidente dell’Unione delle arti e mestieri (USAM), Fabio Regazzi. E alla sua sinistra da Pierre-Yves Maillard, presidente dell’Unione sindacale svizzera (USS), e Adrian Wüthrich, presidente di Travail.Suisse. I cosiddetti «partner sociali» associati, riuniti, al completo!
«Per voce dei loro presidenti, le quattro organizzazioni mantello padronali e sindacali (Unione svizzera degli imprenditori, USAM, USS e Travail.Suisse) hanno espresso la loro opposizione unanime […]. L’evento è abbastanza raro da meritare di essere sottolineato. Questa unità non è casuale», si compiace Marco Taddei, dell’UPS (Agefi, 25 marzo 2026). E dalpunto di vista delle organizzazioni sindacali, c’è veramente motivo di rallegrarsi?
Regazzi, becchino del salario minimo
Il giorno successivo a questo evento «raro», il 17 marzo, il Consiglio degli Stati discute la proposta sostenuta dalla destra volta a impedire l’applicazione dei salari minimi cantonali nei settori con un contratto collettivo di lavoro (CCL) di obbligatorietà generale che prevede salari inferiori [1]. È il caso del CCL dell’industria alberghiera e della ristorazione, con un salario minimo orario di 20,40 franchi per il personale non qualificato. Due cantoni sono interessati: Ginevra, con un salario minimo cantonale di 24,60 franchi, e Neuchâtel con un salario minimo di 21,35 franchi. A Basilea Città, nel Giura e in Ticino, la prevalenza dei CCL sul salario minimo cantonale è già la regola. Poco importa: destra e padronato vogliono distruggere l’idea stessa di salario minimo fissato dalla collettività pubblica.
Chi porta al Consiglio degli Stati l’attacco contro i salari minimi cantonali? Il presidente dell’USAM, Fabio Regazzi, eletto del Centro per il canton Ticino. Con un «compromesso», per usare le parole di Regazzi. A Ginevra e a Neuchâtel, il salario minimo cantonale, congelato al livello del 2026, resterebbe in vigore anche nei settori con CCL di obbligatorietà generale. Non ci sarebbe dunque una diminuzione nominale del salario, «solo» un’erosione dovuta all’inflazione. E per gli altri ventiquattro cantoni e mezzo, l’idea di salari minimi pubblici prevalenti sulle regole contrattuali verrebbe definitivamente sepolta. Persino Esther Friedli, consigliera agli Stati UDC del canton San Gallo, membro del comitato di Gastrosuisse, l’associazione padronale in prima linea in questa operazione di demolizione dei salari minimi, si è rallegrata della proposta: un vero «compromesso»!
Non è tutto. Il 19 marzo, due giorni dopo, il Consiglio degli Stati discute il finanziamento della 13ª rendita AVS, conquista sindacale ottenuta in votazione nel 2024. Il padronato, in tutte le sue sfumature, è fermamente contrario a qualsiasi aumento dei contributi salariali (vedi l’articolo pubblicato su questo sito il 5 febbraio 2026). Ampi settori borghesi vogliono in realtà strangolare finanziariamente l’AVS per poter meglio imporre le loro contro-riforme, in primo luogo l’aumento dell’età pensionabile. Anche qui, l’USAM è in prima linea: «La 13ª rendita non deve essere trattata come un oggetto isolato, finanziato separatamente mediante aumenti ad hoc dei contributi o delle imposte. Questa politica a tappe è comoda a breve termine, ma indebolisce la coerenza del sistema e rinvia, ancora una volta, le vere decisioni», si legge in un comunicato dell’USAM del 27 febbraio, alla vigilia della sessione parlamentare. Questa argomentazione è ripetuta dal suo presidente, Fabio Regazzi, durante il dibattito al Consiglio degli Stati.

16 marzo 2026, «tutti insieme»: se la ridono Pierre-Yves Maillard dell’Unione sindacale svizzera, Fabio Regazzi dell’Unione svizzera delle arti e mestieri e Adrian Wuethrich di Travail.Suisse.
Da questa istantanea emerge una domanda semplice: che cosa apporta alla difesa dei diritti della maggioranza salariata o ex-salariata della popolazione di questo paese la messa in scena dell’«opposizione unanime» dei cosiddetti partner sociali all’iniziativa dell’UDC? In che modo aiuta i lavoratori e le lavoratrici a prendere coscienza di chi difende i loro interessi e di chi li combatte?
Un’aria comune per Amaudruz e la NZZ
Guardiamo ora la stessa questione da un altro punto di vista.
24 marzo 2026: questa volta è l’UDC a lanciare la campagna per la sua iniziativa. Céline Amaudruz, consigliera nazionale e vicepresidente dell’UDC, diffonde la sua prosa velenosa. Citazione: «Preparando il mio intervento questa mattina, ho parlato con un poliziotto ginevrino, che chiamerò Michel (…) Che cosa constata? La violenza aumenta e alcune forme di criminalità, come le aggressioni fisiche e sessuali, sono in crescita. […]”; Michel prosegue il suo racconto: “almeno 8 aggressori su 10 non sono di qui. Vengono dal Nord Africa o dal Medio Oriente. Ma shhh!”».
Sandra Sollberger, consigliera nazionale UDC di Basilea Campagna, le fa eco: «Sì, dove viviamo dunque? (…) Si tratta di un aumento generale della criminalità e della violenza, spesso opera di giovani uomini provenienti dall’immigrazione e da certi ambienti culturali».
È il discorso xenofobo e razzista con cui, da decenni, l’UDC alimenta la paura attraverso le sue narrazioni – e «l’esempio evocato» come «prova» fuori da ogni contesto e dati quantitativi reali –, costruisce e coltiva instancabilmente lo spettro dello «straniero», sempre irrimediabilmente straniero perché proveniente da «ambienti culturali» diversi. Resta sempre straniero, anche se naturalizzato: «La sovrarappresentazione [nelle carceri] degli svizzeri naturalizzati è flagrante», afferma Céline Amaudruz. Ciò costituirebbe una minaccia presentata come mortale per una Svizzera idilliaca evocata durante questa conferenza stampa dal presidente dell’UDC, Marcel Dettling: «Vogliamo che anche le generazioni future possano vivere nella prosperità, nella pace e in un bel paesaggio!» In altre parole, fare di tutto affinché venga cancellato il riconoscimento reciproco del loro statuto comune di salariati, con gli interessi congiunti, sociali, economici e anche politici che ne derivano e che possono unirli, modificando un rapporto di forza concreto.
Ora, il giorno prima, è stata la Neue Zürcher Zeitung (23.03.2026), organo per eccellenza degli ambienti padronali e borghesi degni di sedere alla destra del Consiglio federale, a titolare: «La Svizzera ha un problema con la violenza importata. Ma la realtà viene ignorata». «[…] per ridurre la criminalità, prosegue il quotidiano, bisogna esaminare più attentamente chi entra nel paese – e da quali ambienti culturali provengono queste persone. Perché non si tratta […] di un piccolo gruppo di delinquenti. Uno studio di Ecoplan […] lo afferma senza ambiguità: il “gruppo problematico” è costituito da richiedenti asilo provenienti dal Maghreb. Il 60% di loro è accusato di un reato. […] Non è più la Svizzera di un tempo, quell’isola felice dove si poteva lasciare la porta aperta senza timore».
«Violenza importata», «ambienti culturali» incompatibili con la Svizzera, richiedenti asilo del Maghreb, Svizzera paradiso perduto, problema «ignorato» o addirittura nascosto: tutti gli elementi dell’argomentario UDC sono presenti. Tutto questo su un quotidiano che, in sintonia con il settore padronale e borghese che, partendo dai propri interessi di datore di lavoro della forza lavoro (che non ha nazionalità – Marx parlava di «lavoro astratto»), respinge l’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!».
Da qui la (quasi) stessa domanda: che senso ha per il movimento sindacale – per il quale la lotta contro la xenofobia, il razzismo e la divisione dei lavoratori è una questione esistenziale poiché è la condizione della solidarietà tra tutti i lavoratori e le lavoratrici – presentare e difendere una qualsiasi «unanimità» su questo tema con gli ambienti padronali e borghesi «fuori UDC»? Tanto più che questo padronato e questi partiti borghesi alimentano anch’essi rappresentazioni ingannevoli che prendono di mira «lo straniero», terreno fertile della xenofobia e del razzismo di cui l’UDC si nutre?
Ingannevoli? Sì! Ecco cosa dice il professore di criminologia e diritto penale delle università di Neuchâtel, Ginevra e Losanna, André Kuhn, a proposito della «sovrarappresentazione degli stranieri nella criminalità»: «Il lettore di questo contributo sa probabilmente che gli adulti alti più di 175 centimetri commettono più reati penali di quelli alti meno di 175 centimetri… Si tratta di un’evidenza criminologica e la ragione è molto semplice: la popolazione adulta sopra i 175 centimetri è composta principalmente da uomini, mentre le donne sono largamente sovrarappresentate tra gli adulti sotto i 175 centimetri. Sapendo inoltre che gli uomini sono più coinvolti nel fenomeno criminale rispetto alle donne, è logico che gli adulti più alti commettano la maggior parte dei reati penali. Tuttavia, chiunque comprenderà facilmente che questa sovrarappresentazione dei più alti nella statistica criminale non ha evidentemente nulla a che vedere con l’altezza delle persone, ma con il loro sesso. […] Ma se questo ragionamento è così evidente, perché molte persone non sono in grado di applicarlo al coinvolgimento degli stranieri nella criminalità? […] Il profilo tipico del criminale è quello di un uomo, giovane, socio-economicamente svantaggiato e con un livello di formazione piuttosto basso. E la nazionalità in tutto questo? Ebbene, la nazionalità generalmente non spiega alcuna parte supplementare della variabilità della criminalità. Infatti, la popolazione migrante è composta in modo sovrarappresentato da giovani uomini svantaggiati, quindi la variabile “nazionalità” è compresa nelle altre e non spiega alcuna parte aggiuntiva della criminalità […]» (André Kuhn, «Come si spiega la sovrarappresentazione degli stranieri nella criminalità?», in Vivre ensemble, marzo 2013, pp. 1-6).
Costruire l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso la loro mobilitazione collettiva
Torniamo all’UDC. Esther Friedli, durante il dibattito al Consiglio degli Stati sui salari minimi: «Come datrice di lavoro [di una locanda familiare gestita nel Toggenburgo con suo marito Toni Brunner, ex presidente dell’UDC], impiego anche persone che sono venute da noi senza formazione né conoscenze linguistiche». Questa datrice di lavoro UDC, che non vuole una Svizzera da 10 milioni, non esita dunque a impiegare lavoratori immigrati, che non sanno una parola di svizzero tedesco e sono pagati al minimo. Gastrosuisse, l’associazione padronale di Esther Friedli, invita da parte sua a respingere l’iniziativa dell’UDC, denunciata come un «attacco frontale contro il nostro settore», proprio perché potrebbe limitare lo sfruttamento di manodopera immigrata «arrivata» – più precisamente reclutata – «senza formazione né conoscenze linguistiche». Ma Esther Friedli, Gastrosuisse e Fabio Regazzi, che combatte anch’egli l’iniziativa dell’UDC, sono «unanimi» su questo: bisogna seppellire i salari minimi cantonali e sabotare il finanziamento dell’AVS.
Che cosa apporta al movimento sindacale occultare questa unanimità padronale e borghese, che riguarda l’essenziale, mostrandosi in una conferenza stampa congiunta con il nemico del salario minimo Fabio Regazzi e con Severin Moser, presidente dell’UPS e membro del consiglio di amministrazione di Swiss Life, la principale compagnia di assicurazioni che realizza i suoi profitti grazie ai miliardi del secondo pilastro e, come attore cruciale del mercato immobiliare, all’esplosione degli affitti?
La mobilitazione sindacale e femminista costruita negli anni contro l’aumento dell’età pensionabile delle donne, inizialmente minoritaria anche all’interno delle organizzazioni sindacali, è stata decisiva per suscitare l’impegno e accumulare l’energia sociale che ha portato nel 2024 alla vittoriosa campagna per la 13ª rendita AVS, condotta senza concessioni dall’USS.
È lo stesso tipo di mobilitazione collettiva che oggi è necessaria, sia per i diritti collettivi di tutti i lavoratori e lavoratrici sia per far arretrare le divisioni tra svizzeri, immigrati e rifugiati. Per i salari minimi e contro l’iniziativa xenofoba dell’UDC. Per la difesa dell’AVS senza aumento dell’età pensionabile e per l’iniziativa dei «quattro quarti», che istituisce un diritto alla naturalizzazione e ai diritti civici che ne derivano. Contro la demolizione del diritto d’asilo e per un’assicurazione malattia finalmente finanziata in modo proporzionale al reddito.
[1] I salari minimi menzionati nei CCL di obbligatorietà generale pongono almeno due questioni: come i lavoratori e le lavoratrici di questi settori sono stati consultati, interrogati sul contenuto del CCL e come sono stati preparati un’organizzazione e una mobilitazione, anche limitate, dei lavoratori del settore? Fare appello alla «scusa» del rapporto di forza in questi settori senza aver risposto a queste domande dice più di una certa rinuncia sindacale che di un rinvio «oggettivo» al rapporto di forza.
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