La tragedia di via Emilia non autorizza Salvini, Vannacci e il trittico FdI-FI-Lega a trasformare il dolore delle vittime in propaganda islamofoba. La sicurezza vera si costruisce con salute mentale, lavoro, casa, diritti e uguaglianza, non con la caccia alle “seconde generazioni”.
Salim El Koudri ha ferito gravemente quattro persone con la sua auto ed è stato arrestato con l’accusa di strage: due donne hanno subìto l’amputazione delle gambe, mentre circa quindici passanti hanno riportato ferite di diversa entità lanciandosi a terra nel tentativo di evitare l’investimento. L’uomo – di famiglia originaria del Marocco – è un trentunenne nato a Seriate, in provincia di Bergamo, ma residente a Ravarino, nei pressi di Modena: è cittadino italiano, è risultato negativo ai test sull’uso di alcol e droghe, non risulta avere precedenti penali né alcun legame con “cellule terroristiche”.
La canea mediatico-politica non ha esitato a strumentalizzare l’accaduto attraverso una narrazione populista che sussume l’episodio dentro il concetto generale, evanescente e anacronistico di “remigrazione”. Il generale Roberto Vannacci, dimostrando tutta la sua abilità di fabbricatore di lessico politico, chiosa così in un post pubblicato sui social: “Quello che è accaduto a Modena non può essere derubricato a semplice episodio di cronaca o a follia di uno squilibrato. Gli elementi caratteristici ci sono tutti: immigrato di prima o seconda generazione, islamico e in probabile contatto con le frange estremiste e radicalizzate musulmane”.
Una presunzione di colpevolezza aprioristica – l’affiliazione a nuclei violenti tradizionalisti, smentita dalle primissime indagini operate dalle forze dell’ordine – che denota un approccio non solo xenofobo, ma apertamente razzista e islamofobo. A essa fa da contraltare, in un rovesciamento del vettore assiologico, la presunzione di innocenza assoluta e unilaterale quando si tratta di “giudicare” moralmente l’operato delle forze dell’ordine: si pensi al caso di Carmelo Cinturrino, assistente capo di polizia che ha sparato uccidendo Abderrahim Mansouri a Milano lo scorso 24 gennaio.
Inoltre, ragionando in punta di politologia, per il generale Vannacci si pone più di un problema definitorio nell’utilizzo dell’espressione “immigrato di prima o seconda generazione”: se nel primo caso possiamo parlare di immigrati in senso etimologico – persone trasferitesi in un altro paese –, nel secondo si pongono problemi giuridico-istituzionali ancora maggiori, giacché si tratta di “migranti senza migrazione”, persone nate e cresciute fuori dal paese d’origine della famiglia.
Si può convenire, però, su un punto: quello in questione non può essere ridotto alla “follia di uno squilibrato”. Ma in una chiave antitetica alla deriva propagandistica del sovranista di Futuro Nazionale: occorre indagare le condizioni sociali – lavoro, casa, salute, istruzione – e le barriere all’integrazione effettiva – razzismo esplicito, razzismo implicito, segregazioni lavorative e abitative, discrezionalità burocratica – che alcuni segmenti della popolazione devono affrontare, venendo funzionalmente e politicamente ridotti alla marginalità, alla precarietà, all’invisibilità.
Salim El Koudri si era rivolto spontaneamente all’ASL molto tempo prima di essere preso in carico dal sistema sanitario nazionale, per salvaguardare la sua condizione psicologica riconducibile a un quadro schizoide. L’approccio patologizzante delle autorità sanitarie si è rivelato fallimentare e il percorso di cura sarebbe stato interrotto nel tempo: la personalità biografica di un individuo non è tracciabile unilateralmente da un sapere esperto, medico, “positivo”, ma richiede una comprensione olistica e multidisciplinare, meno rigida e più capace di adattarsi alla complessità dei percorsi di vita.
El Koudri è laureato in Economia aziendale e viene descritto da colleghi e docenti universitari come una persona capace e intelligente, sveglia e dotata di grande acume intellettuale. Tuttavia, lavorava come magazziniere per 500 euro al mese in un contesto periurbano. Da questa prospettiva, assumono un significato diverso le mail caustiche rivolte ai vertici dell’ateneo modenese: “Voglio lavorà”; “Dovete farmi lavorare come impiegato e non magazziniere”; “Bastardi cristiani, voi e il vostro Gesù Cristo in croce. Lo brucio. Fatemi lavorare”.
Parole velenose, cariche di rabbia, più sintomatiche dello sfogo di un uomo che si sentiva invisibilizzato, ignorato e senza prospettive che non di una dichiarazione di radicalizzazione religiosa. La discriminazione implicita ricorre quando disposizioni e pratiche sociali apparentemente neutre di fatto penalizzano o favoriscono alcuni gruppi etnici: fenomeno particolarmente diffuso nelle imprese, ma non facilmente individuabile.
Se, per esempio, in un’azienda un’alta percentuale degli occupati ai livelli più bassi appartiene a minoranze o a popolazioni immigrate, ma la loro presenza diminuisce salendo nella scala gerarchica fino a scomparire tra i dirigenti, sorge il lecito sospetto di pratiche discriminatorie implicite. La libertà di scelta economica, indicativa della panoplia dei valori liberali e occidentali, ovvero capitalisti e deregolati, ha conseguenze discriminatorie che impattano sulle diverse biografie coinvolte.
I lavori meno attraenti, più pericolosi, più dannosi per la salute e peggio retribuiti sono spesso destinati a lavoratori di origine immigrata. Inoltre si pone il problema della sovraqualificazione: alle persone più dotate di risorse culturali non vengono concesse opportunità occupazionali adeguate, incistando così una sensazione di doppia discriminazione, perché di origine ambigua e perché non valorizzate pur possedendo titoli di studio più alti di quelli richiesti per le mansioni regolarmente svolte.
Infine, l’indice MIPEX – Migrant Integration Policy Index – rileva uno iato preoccupante tra cittadini autoctoni e soggetti di “origine straniera”, che potrebbe configurarsi come precipitato di una discriminazione istituzionale strutturale: sulla povertà relativa, +19,6 punti rispetto alla popolazione nativa; sul sovraffollamento abitativo, +38,1 punti rispetto agli autoctoni.
Per questo il punto politico da rivendicare è netto: Modena non può diventare l’ennesimo pretesto per alimentare la guerra contro i figli e le figlie dell’immigrazione. Non può diventare il manifesto della “remigrazione”, né il laboratorio di una nuova offensiva razzista mascherata da ordine pubblico. Non può essere consegnata alle dichiarazioni irresponsabili di Salvini, Vannacci e dei portavoce del trittico FdI-FI-Lega, che prima ancora dei fatti avevano già pronta la sentenza: straniero, islamico, radicalizzato, nemico.
Quella narrazione è falsa, violenta e politicamente criminale. Falsa, perché le prime risultanze escludono legami terroristici, precedenti penali, uso di alcol o droghe. Violenta, perché trasforma una persona concreta, cittadino italiano, con una biografia segnata da fragilità psichica, precarietà lavorativa e frustrazione sociale, in un corpo etnico da esibire al pubblico rancore. Politicamente criminale, perché usa il dolore reale delle vittime per produrre altro odio, altra paura, altra esclusione.
La destra non vuole capire Modena. Vuole usarla. Vuole cancellare tutto ciò che disturba la sua propaganda: il fallimento dei servizi di salute mentale, la solitudine sociale, la svalorizzazione lavorativa, la sovraqualificazione dei giovani di origine migrante, il razzismo implicito nel mercato del lavoro, la povertà relativa, il sovraffollamento abitativo, la distanza materiale tra cittadinanza formale e uguaglianza reale. Vuole ridurre tutto a una formula tossica: “seconda generazione”. Come se nascere qui, studiare qui, lavorare qui, vivere qui non bastasse mai. Come se l’origine familiare fosse una colpa ereditaria.
Noi dobbiamo dire l’opposto. Il problema non sono le seconde generazioni. Il problema è una società che pretende integrazione senza garantire uguaglianza, che chiede adattamento senza offrire riconoscimento, che invoca sicurezza mentre distrugge sanità pubblica, lavoro dignitoso, casa, scuola e servizi territoriali. Il problema è uno stato che arriva con la polizia quando il danno è compiuto, ma non c’è quando bisognerebbe curare, ascoltare, accompagnare, prevenire.
Per questo Modena deve diventare una rottura. Non contro i migranti, ma contro chi strumentalizza i migranti. Non contro chi vive una fragilità, ma contro chi smantella gli strumenti pubblici per affrontarla. Non contro le seconde generazioni, ma contro il razzismo istituzionale che le tiene in una cittadinanza sempre sospesa, sempre revocabile, sempre sotto esame.
La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle zone rosse, delle espulsioni, dei decreti, delle retate, delle campagne d’odio. La sicurezza è cura. È salute mentale pubblica. È lavoro non sfruttato. È casa. È scuola. È welfare territoriale. È comunità. È uguaglianza sostanziale. È la possibilità che nessuno venga lasciato solo fino a diventare un caso di cronaca.
Alle vittime di Modena si deve verità, giustizia e sostegno concreto. Alla città si deve una discussione seria. Alla destra si deve una risposta politica durissima: non userete questo dolore per legittimare il vostro razzismo. Non userete questa tragedia per criminalizzare milioni di persone. Non userete un uomo, le sue vittime e le sue fragilità per costruire l’ennesima menzogna sicuritaria.
*articolo apparso su Osservatorio repressione il 19 maggio 2026
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