La RSI ha deciso di pagare – senza nemmeno attendere il giudizio di un tribunale – un’indennità pari a quattro mensilità di salario, gli interessi maturati, le spese ripetibili alla giornalista Paola Nurnberg che aveva contestato il proprio licenziamento. Esattamente quanto richiesto dal sindacato che aveva promosso l’azione legale in sua difesa.
Di fronte alla notizia resa pubblica da UNIA, la RSI si è precipitata a precisare che quel pagamento non costituisce affatto un’ammissione di licenziamento abusivo. Sarebbe stato, sostengono i vertici aziendali, un semplice calcolo economico: affrontare una causa fino in fondo sarebbe costato molto di più. Ma in caso di vittoria, la parte vincente ottiene la copertura delle spese legali sostenute. Una spiegazione che, anziché chiarire la vicenda, la rende ancora più inquietante.
Innanzitutto, questa storia mette nuovamente a nudo l’estrema debolezza della tutela dei lavoratori nel sistema giuridico svizzero. Anche quando un giudice riconosce l’esistenza di un licenziamento abusivo, il dipendente non ha diritto a essere reintegrato. L’azienda rischia al massimo una sanzione economica fino a sei mensilità di salario. In altre parole, chi dispone delle risorse necessarie può tranquillamente mettere in conto il costo dell’operazione e liberarsi dei dipendenti scomodi pagando una sorta di “multa”.
Nella pratica, poi, i tribunali svizzeri accordano spesso indennità ancora più basse, generalmente comprese tra due e tre mensilità.
E allora come interpretare la scelta della RSI? Le spiegazioni possibili sono due.
La prima è che alla RSI il denaro abbondi al punto da poter distribuire quattro stipendi mensili a una ex collaboratrice il cui licenziamento è ritenuto corretto e non abusivo. Se davvero non vi fosse stato alcun comportamento scorretto da parte dell’azienda, ci troveremmo di fronte a un gesto di generosità tanto sorprendente quanto incompatibile con i continui richiami al rigore finanziario, ai sacrifici e alle economie che vengono imposti al personale e giustificati davanti all’opinione pubblica.
La seconda ipotesi appare decisamente più credibile. La giornalista è stata effettivamente vittima di un licenziamento abusivo e la RSI, consapevole della fragilità della propria posizione, ha preferito chiudere la partita prima che un tribunale potesse pronunciarsi. Meglio pagare subito e in silenzio che rischiare una sentenza sfavorevole, un’indennità ancora più elevata e ulteriori costi legali. Soprattutto, meglio evitare l’imbarazzo pubblico che un verdetto avrebbe inevitabilmente comportato.

Qualunque sia la verità, una domanda rimane inevasa: perché un’azienda finanziata dal canone, che pretende di impartire lezioni di etica, trasparenza e responsabilità, si trova ancora una volta al centro di vicende che raccontano tutt’altro?
Dopo la condanna per discriminazione salariale emersa pochi mesi fa – una giornalista pagata meno di un collega uomo a parità di funzione – ecco un nuovo episodio che getta ombre pesanti sulla gestione del personale nell’era Timbal-Pelli.
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