Difendere la libertà di manifestare

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Un momento della manifestazione contro la presenza di Vannacci a Mendrisio lo scorso 28 gennaio 2026.

Il Movimento per il Socialismo (MPS) ha presentato al Consiglio di Stato ticinese le proprie osservazioni nella procedura di ricorso contro il Municipio di Mendrisio. Come si ricorderà l’esecutivo aveva fatturato alla nostra organizzazione i costi del servizio di gestione del traffico predisposto in occasione di una manifestazione politica autorizzata e svoltasi pacificamente.

Non siamo di fronte a una semplice questione contabile. È in gioco un principio politico e democratico di fondo: chi organizza una manifestazione politica esercita un diritto fondamentale e non può essere trattato come un soggetto che acquista un servizio dall’amministrazione comunale. La gestione del traffico e le altre misure necessarie a garantire lo svolgimento ordinato e sicuro di una manifestazione non possono trasformarsi in un costo da scaricare sugli organizzatori.


Il Comune di Mendrisio, nel frattempo, ha revocato la fattura, riconoscendo di fatto l’assenza di una base legale sufficiente e la rilevanza dei diritti fondamentali coinvolti. Ma oggi chiede che la causa venga stralciata senza alcun pronunciamento sul merito. L’MPS si oppone a questa richiesta e chiede la riattivazione della procedura, invocando anche il diritto a un ricorso effettivo garantito dall’articolo 13 CEDU. La revoca tardiva di un atto contestato non può diventare il modo attraverso il quale un’autorità evita che venga verificata la legittimità della propria prassi. Se una decisione è stata adottata e ha inciso sull’esercizio di un diritto fondamentale, è necessario che su quella decisione vi sia anche un giudizio di merito, affinché il problema non possa semplicemente ripresentarsi domani, nei confronti di altri soggetti.

Per l’MPS, infatti, la questione va ben oltre il singolo episodio di Mendrisio. Riguarda il modo in cui le istituzioni concepiscono la libertà politica e il rapporto fra cittadine e cittadini, organizzazioni politiche e autorità pubbliche.
La libertà di riunione, di opinione e di manifestazione non può essere considerata un diritto puramente formale. Non basta che lo Stato dichiari di non voler impedire una manifestazione: deve anche creare le condizioni affinché essa possa concretamente svolgersi. Questo significa, fra le altre cose, mettere a disposizione gratuitamente i servizi e le infrastrutture pubbliche indispensabili alla sua realizzazione, a partire dalla gestione della circolazione e della sicurezza.
Diversamente, si introduce una logica profondamente problematica: la possibilità di esercitare un diritto politico finisce per dipendere dalle risorse economiche di chi lo esercita. Una grande organizzazione, un partito con mezzi finanziari importanti o un soggetto sostenuto da interessi economici può più facilmente sopportare costi e oneri amministrativi; un piccolo movimento, un comitato di cittadini o un’organizzazione che vive del volontariato può invece essere indotto a rinunciare a una manifestazione.

È proprio questo il punto politico che intendiamo sollevare. I diritti democratici non possono diventare diritti “a pagamento”. La piazza, lo spazio pubblico e le condizioni materiali che permettono di esercitare la libertà di manifestazione appartengono alla collettività e devono essere messi a disposizione di chi esercita legittimamente i propri diritti politici, senza discriminazioni e senza che i costi costituiscano una barriera all’accesso.
Addossare agli organizzatori di manifestazioni politiche i costi dei servizi necessari al loro svolgimento significa dunque trasferire sul cittadino il prezzo dell’esercizio di un diritto fondamentale. Ma produce anche un effetto più generale e insidioso: quello che in termini giuridici viene definito chilling effect, cioè un effetto dissuasivo. Sapere che una manifestazione potrebbe comportare migliaia di franchi di costi può essere sufficiente per scoraggiare un’organizzazione dal promuoverla, anche quando essa sarebbe pienamente legittima.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto l’MPS. Riguarda tutti e tutte coloro che, oggi o domani, vorranno scendere in piazza, organizzare una manifestazione, contestare una decisione delle autorità o semplicemente far sentire pubblicamente la propria voce. Ed è proprio per questo che riteniamo necessario andare fino in fondo nella procedura.

Chiediamo quindi al Governo cantonale di assumersi le proprie responsabilità e di riaffermare con chiarezza che l’agibilità democratica non è una concessione dell’autorità, ma una condizione essenziale dello Stato di diritto. La libertà politica deve essere effettiva, accessibile e praticabile. E non può essere subordinata alla disponibilità economica di chi decide di esercitarla.

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