Nel quadro generale della crisi multidimensionale in cui ci troviamo, ora aggravata dallo stimolo fornito dalla recente vittoria elettorale di Trump all’ascesa di un’estrema destra su scala globale, appare ancora più evidente che stiamo assistendo a una profonda crisi del (dis)ordine geopolitico internazionale, così come delle regole fondamentali del diritto internazionale stabilite alla fine della Seconda guerra mondiale. La manifestazione più tragica di questa crisi (che mette in discussione anche il futuro dell’ONU) si trova nella guerra genocida contro Gaza, che oggi si aggiunge ad altre 56 guerre in tutto il mondo.
In questo contesto, il sistema gerarchico imperialista basato sull’egemonia statunitense è apertamente messo in discussione e sfidato da altre grandi potenze, come la Cina e la Russia, e da altre su scala regionale, come l’Iran. Questa competizione geopolitica globale si manifesta chiaramente in alcuni conflitti militari, dalla cui evoluzione dipenderà una nuova configurazione dell’equilibrio di potere all’interno di questo sistema, nonché nei blocchi presenti o in via di formazione, come i BRICS. Di fronte a questo nuovo scenario, in questo articolo mi concentrerò su una descrizione sommaria del panorama attuale per poi caratterizzare le diverse posizioni che appaiono all’interno della sinistra in questa nuova fase e per insistere sulla necessità di costruire una sinistra internazionalista che si opponga a tutti gli imperialismi (principali o secondari) e sia solidale con le lotte dei popoli aggrediti.
Policrisi e neoliberismo autoritario
Esiste un ampio consenso tra le sinistre sulla diagnosi che possiamo fare della crisi globale che il mondo sta attraversando oggi, con la crisi eco-sociale e climatica come sfondo. Una policrisi che possiamo definire con Pierre Rousset “multiforme, frutto della combinazione di più crisi specifiche. Non siamo quindi di fronte a una semplice somma di crisi, ma alla loro interazione, che ne moltiplica la dinamica, alimentando una spirale di morte per la specie umana (e per gran parte delle specie viventi)”.
Una situazione strettamente legata all’esaurimento del regime di accumulazione capitalistica neoliberista avviato a metà degli anni Settanta, che dopo la caduta del blocco egemonizzato dall’URSS ha fatto un balzo in avanti verso la sua espansione su scala globale. Un processo che ha portato alla Grande Recessione iniziata nel 2008 (aggravata dalle politiche di austerità, dalle conseguenze della crisi pandemica e dalla guerra in Ucraina), che ha finito per vanificare le aspettative di ascesa sociale e stabilità politica che la promessa globalizzazione felice aveva generato, soprattutto tra settori significativi delle nuove classi medie.

Una globalizzazione, va ricordato, che si è espansa sotto il segno di nuovo ciclo neoliberale, che nelle sue diverse fasi: “combattiva, normativa e punitiva”, ha costruito un nuovo costituzionalismo economico transnazionale al servizio della tirannia aziendale globale e della distruzione del potere strutturale, associativo e sociale della classe lavoratrice. Più seriamente, ha reso la civiltà del mercato “l’unica civiltà possibile” nel sentire comune, anche se l’intero processo ha assunto diverse varianti e forme di regimi politici, generalmente basati su stati forti e immuni alla pressione democratica. Un neoliberismo che, tuttavia, oggi sta mostrando la sua incapacità di offrire un orizzonte di miglioramento per la maggior parte dell’umanità in un pianeta sempre più inospitale.
Ci troviamo quindi in un periodo, sia a livello statale che interstatale, pieno di incertezze, sotto un capitalismo finanziarizzato, digitale, estrattivista e rentier che rende precaria la nostra vita e cerca a tutti i costi di porre le basi per una nuova fase di crescita con un ruolo sempre più attivo degli stati al suo servizio. A tal fine, ricorre a nuove forme di dominio politico funzionali a questo progetto, che tendono sempre più a entrare in conflitto non solo con le libertà e i diritti conquistati dopo lunghe lotte popolari, ma anche con la democrazia liberale. Si diffonde così un neoliberismo sempre più autoritario, non solo nel Sud ma sempre più anche nel Nord, con la minaccia di una “accelerazione reazionaria”. Un processo ora stimolato da un trumpismo che sta diventando il quadro di riferimento principale di un’estrema destra in ascesa, pronta a costituirsi come alternativa alla crisi della governance globale e alla decomposizione delle vecchie élite politiche.
Il sistema gerarchico imperialista in discussione
In questo contesto, qui sinteticamente delineato, stiamo assistendo a una crisi del sistema gerarchico imperialista che ha prevalso dalla caduta del blocco sovietico, facilitata proprio dagli effetti generati da un processo di globalizzazione che ha portato a uno spostamento del baricentro dell’economia mondiale dal Nord Atlantico (Europa-Stati Uniti) al Pacifico (Stati Uniti, Asia orientale e sud-orientale).
Infatti, dopo la Grande Recessione iniziata nel 2007-2008 e la conseguente crisi della globalizzazione neoliberista, si è aperta una nuova fase in cui si sta verificando una riconfigurazione dell’ordine geopolitico globale, tendenzialmente multipolare ma allo stesso tempo asimmetrico, in cui gli Stati Uniti restano la grande potenza egemone (monetaria, militare e geopolitica), ma si trovano sempre più indeboliti e sfidati dalla Cina, grande potenza in ascesa, e dalla Russia, oltre che da altre potenze sub-imperiali o secondarie in diverse regioni del pianeta. Nel frattempo, in molti paesi del Sud, di fronte al saccheggio delle loro risorse, all’aumento del debito sovrano e a rivolte popolari e guerre di vario tipo, la fine dello sviluppo come orizzonte da raggiungere sta lasciando il posto a populismi reazionari in nome dell’ordine e della sicurezza.
Così, la competizione geopolitica globale e regionale viene accentuata da diversi interessi in competizione, non solo in ambito economico e tecnologico, ma anche militare e valoriale, con la conseguente nascita di etno-nazionalismi statali di fronte a presunti nemici interni ed esterni.
Tuttavia, non dobbiamo dimenticare l’alto grado di interdipendenza economica, energetica e tecnologica che si sta materializzando in tutto il mondo nel contesto della globalizzazione neoliberista, come è stato apertamente evidenziato sia dalla crisi pandemica globale sia dalla mancanza di un blocco efficace alla Russia nella sfera energetica nonostante le sanzioni concordate. A ciò si aggiungono due nuovi fattori fondamentali: da un lato, l’attuale possesso di armi nucleari da parte delle grandi potenze (ci sono attualmente quattro punti caldi nucleari: uno in Medio Oriente (Israele) e tre in Eurasia (Ucraina, India-Pakistan e penisola coreana); dall’altro, le crisi climatiche, energetiche e dei materiali, che rendono questa situazione sostanzialmente diversa da quella che era prima del 1914. Questi fattori condizionano la transizione geopolitica ed economica in atto, ponendo dei limiti a una de-globalizzazione che rischia di essere parziale e certamente tutt’altro che “felice” per la grande maggioranza dell’umanità. Allo stesso tempo, questi fattori mettono anche in guardia dai maggiori rischi di escalation nei conflitti armati in cui sono coinvolte direttamente o indirettamente potenze dotate di armi nucleari, come nei casi dell’Ucraina e della Palestina.
Questa specificità dell’attuale fase storica ci porta, secondo Promise Li, a considerare che il rapporto tra le grandi potenze (in particolare tra Stati Uniti e Cina) si basa su un equilibrio instabile tra “cooperazione antagonista” e una crescente “rivalità inter-imperialista”. Un equilibrio che potrebbe rompersi a favore di quest’ultima, ma che potrebbe anche normalizzarsi nell’ambito della comune ricerca di una via d’uscita dalla stagnazione secolare di un capitalismo globale in cui Cina e Russia si sono ormai inserite, pur con evoluzioni molto diverse. Un processo, quindi, pieno di contraddizioni, estensibile ad altre potenze, come l’India, che fanno parte dei BRICS, in cui i governi dei paesi membri non hanno finora messo in discussione il ruolo centrale di organizzazioni come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale, ancora sotto l’egemonia statunitense.
Tuttavia, è chiaro che l’indebolimento geopolitico degli Stati Uniti – soprattutto dopo il fiasco totale in Iraq e Afghanistan e, ora, la crisi di legittimità che il loro sostegno incondizionato allo stato genocida di Israele sta comportando – sta consentendo un maggiore spazio di manovra potenziale da parte di diverse potenze globali o regionali, in particolare quelle dotate di armi nucleari. Concordo quindi con la descrizione di Pierre Rousset: “Il relativo declino degli Stati Uniti e l’ascesa incompleta della Cina hanno aperto uno spazio in cui le potenze secondarie possono giocare un ruolo significativo, almeno nella propria regione (Russia, Turchia, Brasile, Arabia Saudita, ecc.). Credo che la Russia non abbia mancato di presentare alla Cina una serie di fatti compiuti ai confini orientali dell’Europa. Agendo di concerto, Mosca e Pechino sono state in gran parte padrone del gioco nel continente eurasiatico. Tuttavia, non c’è stato alcun coordinamento tra l’invasione dell’Ucraina e un vero e proprio attacco a Taiwan.”
Questo, indubbiamente facilitato dal peso maggiore o minore di altri fattori legati alla policrisi, spiega lo scoppio di conflitti e guerre in zone molto diverse del pianeta, ma in particolare in tre epicentri attuali molto rilevanti: Ucraina, Palestina e, anche se per ora in termini di guerra fredda, Taiwan.
In questo contesto, abbiamo visto come gli Stati Uniti abbiano usato l’ingiusta invasione dell’Ucraina da parte della Russia come alibi per rilanciare l’espansione di una NATO in crisi verso altri paesi dell’Europa orientale e settentrionale. Questo obiettivo è strettamente legato alla riformulazione del “nuovo concetto strategico” della NATO, come abbiamo visto al vertice NATO di Madrid del luglio 2022 e più recentemente al vertice di Washington del luglio di quest’anno. Quest’ultimo ha riaffermato questa strategia, così come la considerazione della Cina come principale concorrente strategico, evitando però qualsiasi critica allo stato di Israele. Quest’ultima mostra i doppi standard del blocco occidentale per quanto riguarda il suo coinvolgimento nella guerra in Ucraina, da un lato, e la sua complicità con il genocidio commesso dallo stato coloniale di Israele contro il popolo palestinese, dall’altro.
Ancora, abbiamo assistito al crescente interesse della NATO per il fianco meridionale, al fine di perseguire la sua necropolitica razzista contro l’immigrazione clandestina, mentre aspira ancora a competere per il controllo delle risorse di base nei paesi del Sud, soprattutto in Africa, dove l’imperialismo francese e quello statunitense stanno perdendo terreno a favore di Cina e Russia.

Si è così assistito a una ridefinizione della strategia del blocco occidentale, all’interno del quale l’egemonia statunitense si è rafforzata militarmente (grazie soprattutto all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia) e a cui è chiaramente subordinata un’Unione Europea più divisa, con il suo vecchio motore tedesco indebolito. Tuttavia, dopo la vittoria di Trump, l’UE sembra decisa a rafforzare la propria potenza militare in nome della ricerca di una falsa autonomia strategica, poiché rimarrà legata al quadro della NATO. Nel frattempo, molti paesi del Sud del mondo stanno prendendo sempre più le distanze dal blocco, anche se con interessi diversi tra loro, il che differenzia le possibili alleanze che potrebbero formarsi da quella che ha caratterizzato il Movimento dei Non Allineati in passato.
In ogni caso, è probabile che dopo la sua vittoria elettorale Donald Trump imprima una svolta importante alla politica estera degli Stati Uniti per attuare il suo progetto MAGA (Make America Great Again) al di là della sfera geoeconomica (intensificando la competizione con la Cina e, seppur a un livello diverso, con l’UE), soprattutto in relazione ai tre epicentri di conflitto sopra citati: per quanto riguarda l’Ucraina, riducendo sostanzialmente gli aiuti economici e militari e cercando una qualche forma di accordo con Putin, almeno, per un cessate il fuoco; in relazione a Israele, rafforzando il suo sostegno alla guerra totale di Netanyahu; e infine ridimensionando il suo impegno militare con Taiwan.
Quale internazionalismo antimperialista a sinistra?
In questo contesto di ascesa del neoliberismo autoritario (nelle sue diverse versioni: l’estrema destra reazionaria e l’estremo centro, principalmente) e di vari conflitti geopolitici, la grande sfida per la sinistra è come ricostruire forze sociali e politiche antagoniste ancorate alla classe operaia e capaci di forgiare un antimperialismo e un internazionalismo solidale che non siano subordinati all’una o all’altra grande potenza o blocco capitalistico regionale.
Un compito che non sarà facile, perché nella fase attuale stiamo assistendo a profonde divisioni all’interno della sinistra riguardo alla posizione da mantenere di fronte ad alcuni dei conflitti sopra citati. Cercando di sintetizzare, con Ashley Smith, potremmo distinguere quattro posizioni:
La prima sarebbe quella che si allinea al blocco imperiale occidentale nella difesa comune di presunti valori democratici contro la Russia, o allo stato di Israele nel suo ingiustificabile diritto all’autodifesa, come è stato espresso da un settore maggioritario della sinistra social-liberale.
Una posizione che nasconde i reali interessi imperialisti di questo blocco, non denuncia i suoi doppi standard e ignora la deriva sempre più de-democratizzante e razzista che i regimi occidentali stanno vivendo, così come il carattere coloniale e occupante dello stato israeliano.
La seconda sarebbe quella che di solito viene definita “campismo”, che si allineerebbe con stati come la Russia e la Cina, che considera alleati contro l’imperialismo statunitense perché ritiene quest’ultimo il principale nemico, ignorando gli interessi geopolitici espansionistici di quelle due potenze. Una posizione che ricorda quella sostenuta in passato da molti partiti comunisti durante il periodo della Guerra Fredda nei confronti dell’URSS, ma che oggi diventa caricaturale alla luce sia della natura reazionaria del regime di Putin sia del persistente dispotismo statal-burocratico della Cina.
La terza è quella del riduzionismo geopolitico, che si riflette ora nella guerra in Ucraina, limitandosi a considerare che si tratta solo di un conflitto inter-imperialista. Questo atteggiamento, adottato da un settore del pacifismo e della sinistra, implica la negazione della legittimità della dimensione nazionale della lotta della resistenza ucraina contro la potenza occupante, pur criticando il carattere neoliberale e filo-atlantico del governo che la guida.
Infine, c’è quella che si schiera contro tutti gli imperialismi (siano essi maggiori o minori) e contro tutti i doppi standard, mostrandosi pronta a solidarizzare con tutti i popoli sotto attacco, anche se questi possono contare sull’appoggio di una o dell’altra potenza imperiale (come gli Stati Uniti e l’Unione Europea per quanto riguarda l’Ucraina) o regionale (come l’Iran in relazione ad Hamas in Palestina). È una posizione che non accetta il rispetto delle sfere di influenza che le varie grandi potenze aspirano a proteggere o a espandere, e che è solidale con i popoli che lottano contro l’occupazione straniera e per il diritto di decidere il proprio futuro (in particolare, con le forze di sinistra di quei paesi che si impegnano per un’alternativa al neoliberismo), e non è allineata con alcun blocco politico-militare.
Quest’ultima è la posizione che considero più coerente da parte di una sinistra anticapitalista. In realtà, tenendo conto della distanza storica e riconoscendo la necessità di analizzare la specificità di ogni caso, essa coincide con i criteri che Lenin cercò di applicare quando analizzò la centralità che la lotta contro l’oppressione nazionale e coloniale stava acquisendo nella fase imperialista del primo Novecento. Ciò si riflette, in relazione ai conflitti che scoppiarono in quel periodo, in diversi suoi articoli come, ad esempio, in “La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione”, scritto nel gennaio-febbraio 1916, in cui sostiene che: “La circostanza che la lotta per la libertà nazionale contro una potenza imperialista possa essere sfruttata, a certe condizioni, da un’altra “grande” potenza per raggiungere fini altrettanto imperialisti non può costringere la socialdemocrazia a rinunciare al riconoscimento del diritto delle nazioni all’autodeterminazione, così come i ripetuti casi di utilizzo di slogan repubblicani da parte della borghesia a fini di frode politica e saccheggio finanziario (ad esempio, nei paesi latini) non possono costringere i socialdemocratici a rinunciare al loro repubblicanesimo”.
Una posizione internazionalista che deve essere accompagnata da una mobilitazione contro il processo di rimilitarizzazione in atto da parte della NATO e dell’UE, ma anche contro quello di altre potenze come la Russia e la Cina. E deve impegnarsi a rimettere al centro dell’agenda la lotta per il disarmo nucleare unilaterale e la dissoluzione dei blocchi militari, raccogliendo il testimone del potente movimento per la pace che si è sviluppato in Europa negli anni ’80, con le attiviste femministe di Greenham Common e intellettuali come Edward P. Thompson in prima linea. Un orientamento che dovrà ovviamente essere inserito all’interno di un progetto globale ecosocialista, femminista, antirazzista e anticoloniale.
*articolo apparso sulla rivista Viento Sur
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