Voteremo NO all’iniziativa “200 franchi bastano!”, ma con molta fatica viste le critiche che da tempo rivolgiamo alla conduzione della SSR e, in particolare, del suo braccio ticinese. In più occasioni abbiamo denunciato il carattere di pluralismo filogovernativo che contraddistingue l’informazione politica della RSI: un orientamento che nel tempo non è sostanzialmente cambiato e che continua a tradursi in una sistematica marginalizzazione delle voci critiche.
Anche negli ultimi mesi non sono mancati esempi eloquenti. Basti ricordare (ed è l’ultimo dei numerosi esempi che si potrebbero fare) come, alla vigilia del dibattito parlamentare sul caso Hospita, l’attualità regionale RSI sia riuscita a trasmettere un servizio sul tema senza indicare l’origine stessa del “caso”, ossia la nota interrogazione parlamentare MPS del giugno 2025. Un’omissione tutt’altro che neutra. O, ancora, al modo in cui vengono gestite le campagne elettorali o quelle sulle votazioni. Oppure ad atteggiamenti dei quadri direttivi della RSI che, per non prendere che esempi recenti, hanno suscitato contrarietà e incomprensione: penso alla presenza di Reto Ceschi alla pagliacciata fascista di Vannacci a Mendrisio o alla vicenda della nuova società di Matteo Pelli che segni il suo allineamento in una posizione di concorrenza con la RSI, pur prevedendo di restare in qualche modo collaboratore (Timbal dixit).
L’avvento della nuova direzione della RSI negli ultimi anni ha inoltre contribuito a indebolire la dimensione di servizio pubblico, in particolare sotto il profilo qualitativo. La crescente centralità di trasmissioni fondate sull’intrattenimento leggero – per non dire sul puro “cazzeggio” – nelle fasce serali di maggiore ascolto, testimonia un orientamento che privilegia logiche di audience e di costo a scapito della funzione informativa, culturale e critica che dovrebbe caratterizzare un servizio pubblico.
Detto questo – e ribadite con chiarezza tutte queste critiche – la scelta del prossimo 8 marzo resta una scelta dirimente. Si tratta di decidere se mantenere un servizio pubblico (o quantomeno ciò che oggi ancora ne resta) oppure se aprire la strada a un ulteriore suo arretramento, che favorirebbe il settore privato della comunicazione, il quale da tempo ha individuato nuovi spazi di influenza e di rendita nel campo mediatico.
Criticare il funzionamento del servizio pubblico non può però significare schierarsi a favore del suo indebolimento. Al contrario, significa rivendicare un servizio pubblico più forte, realmente pluralista, svincolato dalle logiche dei partiti dominanti e capace di svolgere una funzione critica nei confronti del potere politico ed economico.
Per questa ragione riteniamo che la campagna per il NO dovrebbe – e finora ci sembra non lo abbia fatto a sufficienza – integrare tra i propri argomenti centrali il fatto che da anni è in atto una politica sistematica di indebolimento della SSR. Ci riferiamo ai processi di ristrutturazione avviati ormai da tempo, che hanno inciso profondamente sull’assetto dell’azienda: revisione dei palinsesti, accorpamenti redazionali, riduzione dell’offerta informativa e culturale, nonché successivi piani di tagli significativi al personale (è tuttora in corso quello di ben 900 posti di lavoro!).
Negli ultimi anni la SSR ha messo in atto questi diversi programmi di risparmio, con l’obiettivo di ridurre i costi di alcune centinaia di milioni di franchi nel medio periodo. Questi processi hanno comportato, come detto, la soppressione o la non sostituzione di numerosi posti di lavoro, una crescente centralizzazione delle produzioni e un progressivo appiattimento dei contenuti. Anche la RSI non è stata immune da questa dinamica, che ha inciso direttamente sulla qualità e sulla varietà dell’offerta.
L’alternativa non può e non deve essere tra “smantellare e licenziare” come vorrebbe il direttore della RSI (cfr intervista odierna su La Regione nella quale annuncia 100 posti in meno alla RSI per la fine del 2026). Anche perché, a medio e lungo termine, le due azioni si sovrappongono. Continuare a sopprimere posti di lavoro porterà a processi di riorganizzazione (a tutti i livelli dei programmi) che la distanza con uno smantellamento apparirà tutto sommato poca.
Questa offensiva continuerà sia con un canone a 300 franchi, sia – a maggior ragione – qualora dovesse passare l’iniziativa “200 franchi bastano!”. In quest’ultimo caso, il processo di smantellamento sarebbe più rapido, più profondo e più brutale. Ma è fondamentale non dimenticare che la dinamica è già in corso e risponde a una pressione strutturale esercitata dal settore privato che trova appoggio nei partiti politici dominanti il cui atteggiamento, dietro a una difesa del servizio pubblico e di una opposizione all’iniziativa, è in realtà tutt’altro che chiaro. Basterà qui citare il recente congresso nazionale del PLR si è espresso contro l’iniziativa con un voto risicatissimo: 137 voti per il NO, 104 per il SÌ e 13 astensioni.
Da un lato, infatti, l’indebolimento del servizio pubblico apre nuovi spazi di mercato per gli operatori privati. Dall’altro – ed è un aspetto ancora più decisivo – consente di abbassare complessivamente i costi di produzione del settore mediatico, intervenendo su salari, condizioni di lavoro, numero di posti e qualità dei contenuti. Non va dimenticato, infatti, che per gli attori privati la proprietà dei media non rappresenta oggi un investimento economicamente redditizio: emittenti televisive e testate giornalistiche sono strutturalmente in perdita, in Svizzera come altrove. Eppure, i capitali privati continuano a finanziarle.
Questo apparente paradosso rivela che alla sfera mediatica viene attribuita una funzione che va ben oltre quella economica: una funzione ideologica, legata alla mercificazione generalizzata della vita sociale. Tale funzione si manifesta principalmente in due forme. Da un lato, la diffusione di una determinata visione politica e del mondo; dall’altro, l’alienazione dell’individuo attraverso una quotidianità standardizzata, in cui ogni attività al di fuori del lavoro è orientata al consumo.
Per queste ragioni riteniamo che la campagna contro l’iniziativa non debba limitarsi a difendere lo status quo del servizio pubblico, ma inserirsi in una prospettiva di opposizione più ampia alla logica dominante che oggi attraversa anche la SSR. Il nostro atteggiamento non è diverso da quello che adottiamo in altri ambiti: difendere il servizio pubblico dei trasporti, ad esempio, non è affatto contraddittorio con la critica alle politiche portate avanti dalle FFS negli ultimi due decenni.
Per tutte queste ragioni voteremo e invitiamo a votare NO all’iniziativa “200 franchi bastano!” il prossimo 8 marzo.
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