Un Sì nella giusta direzione

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Sì anche per le donne. La parità salariale fa acqua da tutte le parti. Non mi piace pensare alle discriminazioni femminili facendo della condizione maschile la pietra di paragone. Certo, il gap salariale resta umiliante. Ma l’effetto dumping lo subiscono pure i salariati. Forse sarebbe più pagante valorizzare ciò che le donne portano nel contesto lavorativo, per ripensarlo daccapo a favore di tutte/i. Uscendo di casa abbiamo sovvertito il nostro
posto nel mondo: la maternità è diventata una scelta, il salario ha reso possibile l’autonomia economica, incrinando la divisione produzione-riproduzione.

Le lavoratrici possono scardinare il nonsenso alienante del lavoro per tutte/i. Non possiamo affrontare le discriminazioni senza cambiare il punto di vista sul quadro complessivo! Le lavoratrici portano la loro interezza: corpo, ambizione, visione, partendo dalla propria esperienza che le accomuna alle altre. Tutto ciò significa forza e al contempo rischio. Molestie e ricatti sessuali mirano a rimetterle al loro posto, ovvero “sotto”. Il lavoro assumerà valore diverso, quando lavoratrici e lavoratori percepiranno tutto questo come inaccettabile. È indispensabile mutare il “paesaggio” per realizzare ciò che le donne hanno immaginato, quando hanno compreso che il sistema è pensato in chiave patriarcale. Necessitiamo di paradigmi nuovi e di un salto di qualità radicale del contratto sociale. Non si chiede agli uomini di dare solo più spazio alle donne, ma di indurre un mutamento nella natura stessa del potere. Noi vogliamo essere pari a noi stesse! La richiesta di parità, avanzata da una posizione di forza, potrà semmai chiedere agli uomini di entrare a pieno titolo nella negoziazione tra i sessi, che sta alla base di un
cambio di civiltà. Oggi il lavoro necessita di femminismo.

*testo apparso su La Regione il 23 febbraio 2026

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