Le disparità non devono restare invisibili

Tempo di lettura: 2 minuti
image_print

C’è ancora molto da fare per la parità tra donne e uomini in Svizzera. Non è uno slogan rituale: è la fotografia di una realtà che cambia troppo lentamente. Nel mondo del lavoro la parità resta incompiuta: salari più bassi, carriere più fragili, precarietà diffusa e un carico di lavoro non retribuito che continua a pesare soprattutto sulle donne. I dati dell’Ufficio federale di statistica e dell’Ustat lo confermano: il divario salariale persiste anche a parità di formazione, esperienza e settore. Una parte è “spiegabile”. Ma una quota consistente non lo è. E quel pezzo senza giustificazione ha un nome chiaro: discriminazione diretta. Siamo di fronte a un’ingiustizia strutturale. Non parliamo di poche centinaia di franchi. La disparità salariale significa meno contributi previdenziali, pensioni più basse, maggiore rischio di povertà e precarietà. È un moltiplicatore di insicurezza lungo tutto l’arco della vita. È una penalizzazione che si accumula anno dopo anno.

Il problema si intreccia con la diffusione massiccia del tempo parziale femminile: quasi sei donne su dieci lavorano a tempo parziale, contro una minoranza di uomini. Spesso è una scelta obbligata a causa, per esempio, di servizi di accudimento insufficienti. Il tempo parziale è anche un’arma di estrema flessibilizzazione del tempo di lavoro sostanzialmente a vantaggio del padronato. Le donne, inoltre, sono presenti in settori dove i salari sono più bassi. Si tratta di una gerarchia economica che riflette una gerarchia sociale. A questo si aggiunge il lavoro non retribuito. Le donne continuano a svolgere la maggior parte delle attività domestiche e di cura. Un doppio carico che limita disponibilità, carriera, stabilità. Il sistema economico ne beneficia, ma non lo riconosce.

La discriminazione non è solo nei numeri. Molestie, commenti sessisti, penalizzazioni dopo una gravidanza, mobbing e atteggiamenti ostili contro chi rivendica i propri diritti: sono realtà segnalate con regolarità. Molte lavoratrici tacciono per paura di ritorsioni o di perdere il posto di lavoro.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa del Movimento per il socialismo (Mps): più controlli sul mercato del lavoro, notifica obbligatoria dei contratti, potenziamento dell’ispettorato, una sezione specifica contro le discriminazioni di genere. Per trasformare diritti scritti in diritti esigibili. Perciò voterò sì all’iniziativa dell’Mps il prossimo 8 marzo.

La questione è concreta: senza controlli le disparità restano invisibili; senza strumenti dedicati molestie e discriminazioni non emergono; senza trasparenza la parità resta un principio astratto. La Svizzera ha iscritto la parità in Costituzione oltre quarant’anni fa. Ma tra norma e realtà c’è ancora distanza. La domanda è semplice: vogliamo proclamarla o garantirla? Finché i diritti delle donne saranno negati, non cederemo di un millimetro. La parità non si chiede: si pretende.

*giornalista. Testo apparso sul quotidiano La Regione martedì 3 marzo 2026

articoli correlati

Conferenza internazionale antifascista a Porto Alegre: un passo avanti e due indietro

Svizzera. Contro l’iniziativa xenofoba e razzista dell’UDC, quale unità?

USA. Al “No Kings day” del 28 marzo, milioni di persone contestano Trump e la sua politica