In meno di due mesi, l’Europa è stata colpita da tre ondate di calore eccezionali per la loro precocità, intensità, durata ed estensione geografica.
Gli impatti sulla salute sono numerosi e drammatici: disturbi respiratori dovuti in particolare alla formazione di ozono (a partire dalle emissioni di ossidi di azoto dei motori a combustione – a giugno la soglia di pericolosità dell’ozono è stata superata per 300 dei 450 milioni di abitanti dell’Europa); incidenti cardiovascolari; malattie infettive; insufficienze renali acute; inquinamento dell’aria causato dai fumi degli incendi boschivi. Queste conseguenze aggravano ulteriormente le disuguaglianze sociali legate alle condizioni abitative, ai trasporti, al lavoro e al reddito. I decessi in eccesso si contano a migliaia. Le regioni più povere, dove le possibilità di proteggersi dal caldo e dall’inquinamento sono minori, registrano tassi di mortalità in eccesso vicini all’80%, analoghi a quelli osservati durante il periodo della pandemia di COVID-19.
Gli esseri umani non sono gli unici a soffrire e a morire. Anche gli animali d’allevamento pagano un tributo pesantissimo, in particolare i bovini (fisiologicamente inadatti a temperature così elevate) e il pollame. Si contano decine di migliaia di morti nelle “fabbriche della carne” industriali. Oltre allo shock etico suscitato da questa ecatombe, essa si inserisce nel quadro più ampio delle gravi conseguenze delle ondate di calore sulla produzione agricola e sulla sovranità alimentare. Con effetti a catena sui prezzi al consumo (già in aumento a causa della guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran). Anche in questo caso, le classi popolari sono le più duramente colpite.
Gli impatti sugli ambienti naturali terrestri e acquatici non sono meno drammatici. Il caldo estremo, la grave siccità e gli incendi provocano la morte in massa di uccelli, insetti, pesci, anfibi, mammiferi… I danni agli ecosistemi terrestri (in particolare foreste, paesaggi rurali con siepi e zone umide) sono i più evidenti, ma è altrettanto preoccupante l’accelerazione della trasformazione degli ambienti marini. Più in generale, viene inferto un nuovo duro colpo a una biodiversità già fortemente indebolita dall’agrobusiness, dalla pesca industriale e dall’industria del turismo. Per una sorta di effetto boomerang, questi stessi settori stanno ora subendo un contraccolpo che non sarà privo di conseguenze economiche su scala generale.
Queste ondate di calore si inseriscono in un contesto di fenomeni meteorologici estremi che si moltiplicano in ogni angolo del pianeta. Per citare solo i più recenti: in India, il termometro ha raggiunto i 45 °C nel mese di maggio; in Cina, tifoni particolarmente violenti hanno provocato gravi inondazioni nel Guangxi, mentre un’ondata di calore colpisce Xinyang; la penisola antartica, nel pieno dell’inverno australe, ha registrato temperature di +5 °C, superiori di 20 °C rispetto alle medie stagionali…
Gli specialisti sono categorici: la maggior parte di questi eventi non avrebbe potuto verificarsi senza il riscaldamento globale. È noto che quest’ultimo è dovuto principalmente all’accumulo nell’atmosfera delle gigantesche quantità di CO₂ emesse dalla combustione dei combustibili fossili. Il meccanismo è perfettamente conosciuto: a causa della crescente concentrazione di CO₂ e di altri gas serra, il sistema Terra sperimenta uno squilibrio energetico sempre maggiore, che genera “aggiustamenti” sempre più violenti. Eppure, questo è solo l’inizio. Gli oceani assorbono la maggior parte dell’energia in eccesso (il 90%). Il fatto che stiano vivendo il primo semestre più caldo mai registrato rappresenta la garanzia di future catastrofi ancora più violente. Nel breve termine, gli effetti saranno amplificati dall’arrivo di El Niño (fenomeno naturale la cui intensità record probabilmente non è estranea al riscaldamento delle masse d’acqua oceaniche).
La constatazione è inequivocabile: il riscaldamento globale sta facendo precipitare la Terra, già ora, in una catastrofe irreversibile sulla scala dei tempi umani. Una catastrofe che colpisce in modo particolare i poveri dei Paesi poveri e le classi popolari dei cosiddetti Paesi “ricchi”. Questo è il primo messaggio dell’ondata di calore.
Questa situazione era prevedibile ed era stata annunciata, in particolare dai successivi rapporti dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico). Anche la risposta è nota: bisogna iniziare immediatamente a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra e uscire il più rapidamente possibile dall’uso dei combustibili fossili. Ma, dopo le grandi dichiarazioni dell’Accordo di Parigi del 2015 (“mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 °C, proseguendo gli sforzi per non superare 1,5 °C”), il business as usual è continuato. Va ricordato che l’Accordo non menzionava nemmeno i combustibili fossili. Le sue promesse di stabilizzazione del clima si basavano per il 95% su scenari che prevedevano il dispiegamento massiccio della cattura e dello stoccaggio del carbonio, della compensazione delle emissioni, della geoingegneria, del “carbone pulito” e del “nucleare decarbonizzato”. I promotori di queste false soluzioni tecnologiche avevano un solo obiettivo: far credere che si potesse stabilizzare il clima senza lasciare i combustibili fossili nel sottosuolo. Oggi vediamo il risultato…
Un sistema energetico efficiente, basato al 100% sulle fonti rinnovabili, può soddisfare i reali bisogni umani, definiti democraticamente e in modo solidale, nel rispetto dei limiti ecologici. Tuttavia, la sua realizzazione richiede una riduzione del consumo finale di energia, eliminando produzioni e trasporti inutili. Ed è proprio questo che il Capitale rifiuta categoricamente. Democrazia, solidarietà, soddisfazione dei bisogni reali e rispetto dei limiti ecologici sono oggi più incompatibili che mai con la sua logica mercantile di concorrenza orientata al profitto. Produttivista per natura, storicamente radicato nelle energie fossili, il sistema deve produrre sempre di più investendo in macchinari e sfruttare sempre più il lavoro e la natura per contrastare la tendenza alla diminuzione del saggio di profitto. Di una vera “transizione energetica”, quindi, non c’è traccia. A oltre trent’anni dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro (1992), la quota dei combustibili fossili nel mix energetico mondiale si aggira ancora intorno all’80%, mentre le emissioni annuali continuano ad aumentare. La logica assurda di un automa fuori controllo sta trascinando l’umanità verso l’abisso.
Ed ecco il secondo messaggio dell’ondata di calore: a partire dalla Rivoluzione industriale, il Capitale è fossile, lo è tuttora e intende continuare a esserlo, qualunque sia il costo umano ed ecologico.
Negli ultimi anni si è assistito a un arretramento generalizzato delle politiche ecologiche in generale e di quelle climatiche in particolare (green backlash). La COP28 (2023) ha adottato con estrema riluttanza l’obiettivo di una “transizione per abbandonare i combustibili fossili” (transitioning away from fossil fuels). Solo parole. Gli investimenti in petrolio, carbone e gas naturale continuano come se nulla fosse. Le 65 maggiori banche del mondo li hanno addirittura aumentati nel 2024 e nel 2025.
Questo arretramento è particolarmente brutale negli Stati Uniti, naturalmente, e non soltanto dall’inizio del secondo mandato di Trump, anche se quest’ultimo rappresenta l’avanguardia del negazionismo climatico e dell’oscurantismo più grossolano. Ma il fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti e, soprattutto, è iniziato ben prima del gennaio 2025. Nel suo rapporto del 2022, il Gruppo di lavoro III dell’IPCC indicava le riduzioni nell’uso di carbone, petrolio e gas naturale necessarie entro il 2050 per avere una probabilità del 50% di restare sotto 1,5 °C (o di non superare troppo questa soglia): rispettivamente il 95%, il 60% e il 45% rispetto ai livelli del 2019. I rappresentanti dei governi hanno eliminato questi dati fondamentali dal “Rapporto di sintesi per i decisori politici” pubblicato nel 2023, sostituendoli con una formula vaga che mette sullo stesso piano le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio e le energie rinnovabili. In Russia, Putin ha firmato nel 2025 un decreto che prevede un aumento delle emissioni del 20% entro il 2035. Senza sorpresa, le monarchie petrolifere continuano a investire massicciamente nei combustibili fossili.
L’arretramento non risparmia nemmeno i cosiddetti “buoni studenti del clima”. La Cina delocalizza le produzioni più inquinanti verso l’Asia meridionale, brucia più carbone per compensare le restrizioni alle importazioni di petrolio e gas e modifica i propri indicatori di decarbonizzazione per mascherare il fatto che la promessa di raggiungere il picco delle emissioni entro la fine del 2025 non è stata mantenuta. La Commissione europea, d’intesa con i governi e sotto la pressione delle industrie, sta smantellando le pur insufficienti misure di regolazione delle emissioni previste dal suo stesso Green Deal. Il divieto di vendere veicoli con motore a combustione interna dopo il 2035, le misure contro l’importazione di GNL da Paesi che non contrastano le fughe di metano, la fine dell’assegnazione gratuita di quote di emissione alle grandi imprese del sistema ETS e la tutela dell’Artico: tutto viene sacrificato sull’altare della “semplificazione” legislativa. Nel pieno dell’ondata di calore, la Commissione è arrivata persino a decretare che la produzione di jet privati costituisce un’attività “sostenibile”.
Di fronte alla crisi economica, tutte le potenze, grandi o medie, competono per sviluppare l’intelligenza artificiale, i cui centri dati rappresentano vere e proprie bombe climatiche. Tutte si adoperano per favorire l’agrobusiness a scapito dell’agricoltura contadina, delle comunità rurali, dei popoli indigeni e degli ecosistemi. Tutte accelerano inoltre la corsa agli armamenti. Ora, le guerre, nelle quali le energie fossili rappresentano una posta in gioco fondamentale, hanno anch’esse un pesante impatto climatico ed ecocida. Le emissioni cumulate delle industrie degli armamenti e del funzionamento degli eserciti (non soggette a obblighi di rendicontazione!) sono stimate al 5,5% delle emissioni mondiali (più di quelle dell’aviazione civile e del trasporto marittimo messi insieme).
Colmo dell’ignominia: mentre i Paesi capitalisti sviluppati sono i principali responsabili della catastrofe; mentre centinaia di milioni di esseri umani in Asia, Africa e America Latina subiscono già da cinquanta a cento giorni all’anno temperature che mettono in pericolo la loro stessa sopravvivenza fisica, la maggior parte dei governi delle potenze grandi e medie gareggia nell’adozione di misure infami di persecuzione, rastrellamento, criminalizzazione, detenzione e respingimento dei migranti. Né i bambini né le donne incinte vengono risparmiati.
Indicare in questo modo dei capri espiatori ha chiaramente lo scopo di distogliere l’attenzione dal fallimento delle politiche climatiche capitaliste: secondo l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), la probabilità di rimanere al di sotto di 1,5 °C di riscaldamento nel XXI secolo – un obbligo giuridico secondo la Corte internazionale di giustizia! – varia dallo 0% (con le politiche attuali) al 21% (se tutti gli Stati realizzassero concretamente le promesse di “zero emissioni nette”… che stanno tranquillamente abbandonando). La probabilità di restare sotto i 2 °C è appena più rassicurante. Con le politiche attuali raggiungeremo i 3 °C nel corso di questo secolo.
Queste decisioni dei governi sono consapevoli e basate su informazioni disponibili. Non si tratta di semplice irresponsabilità, ma di criminalità climatica (si veda l’articolo collettivo pubblicato su Le Monde il 6 luglio 2026). Una criminalità di capitalisti delinquenti senza più freni, che disprezzano apertamente le decisioni della giustizia, in particolare quelle della Corte internazionale di giustizia. Una criminalità di Stato, di classe, razzista e sessista. Una criminalità sempre più incline ad allearsi con l’estrema destra (perché la lezione della Storia è chiara: per l’omicidio di massa, nulla è più efficace dei fascisti). Una criminalità animata da un nichilismo assoluto, assurdo, pronta a sacrificare la civiltà umana e le ricchezze della Natura sull’altare del profitto più abietto. I super-ricchi ignoranti si considerano una specie superiore e immaginano che, diventati immortali, potranno continuare la loro opera di distruzione sul pianeta Marte. La malavita dei bassifondi si ritrova nel mondo della finanza, ai vertici della società borghese, come Marx aveva intuito.
Ed è questo è il terzo messaggio dell’ondata di calore: voltando le spalle alla democrazia borghese e ai suoi “valori”, la destra screditata si allea con l’estrema destra per approfondire politiche neoliberiste distruttive e guerrafondaie, al servizio dell’arroganza dei settori fossili, della finanza, dell’agrobusiness e del lusso osceno dei super-ricchi, sulle spalle delle classi popolari.
A medio e lungo termine, non ci sarà ritorno indietro. Ciò che è perduto è perduto. Le specie scomparse non riappariranno. I ghiacciai disgregati non si ricostituiranno. Gli oceani non torneranno al livello di un secolo fa (l’innalzamento annuale del livello dei mari è oggi più del doppio rispetto a quello osservato tra il 1956 e il 1975!). L’Olocene, quell’era geologica che ha permesso lo sviluppo della civiltà umana, è finito.
In cosa ci stiamo addentrando? Secondo uno studio recente, lo “scenario ottimistico” di un “Antropocene gestibile” – meno di 2 °C di riscaldamento entro il 2100 e un ritorno, verso il 2200, a una temperatura leggermente superiore (1 °C) rispetto a quella dell’Olocene – è ormai appeso a un filo. In realtà, la politica capitalista ci sta conducendo verso un’altra traiettoria: l'”Antropocene pericoloso”: +3 °C verso il 2100, +3,5 °C verso il 2200. Le catastrofi odierne (con un aumento di circa +1,4 °C) mostrano che questa pericolosità deve essere presa molto sul serio. Ma potrebbe andare ancora peggio. Potrebbero bastare alcune sorprese (ad esempio un improvviso calo dell’assorbimento di CO₂ da parte delle foreste) perché il pianeta scivoli, prima del 2100, verso un aumento della temperatura superiore ai 4 °C, senza che alcuna azione umana possa opporvisi. Un “Antropocene ingestibile”, secondo gli autori.
L’angoscia che studi di questo genere possono suscitare è comprensibile. Bisogna tuttavia contrastarla sottolineando che queste proiezioni si basano su scenari dell’IPCC che, tutti, integrano il dogma di una crescita continua del consumo di energia primaria, della produzione materiale e dei trasporti. In altre parole, esse confermano che la salvaguardia delle condizioni di esistenza sulla Terra è rigorosamente incompatibile con la prosecuzione dell’accumulazione capitalistica. (Lo scenario cosiddetto “ottimistico” sfugge solo in parte a questa incompatibilità perché presuppone il ricorso massiccio a tecnologie da apprendisti stregoni di cattura e stoccaggio del carbonio.) Ma eliminate il vincolo dell’accumulazione capitalistica, generatrice di disuguaglianze sempre crescenti; accettate la prospettiva di un’economia basata sulla soddisfazione dei reali bisogni umani; accettate la priorità del “prendersi cura” delle persone e della natura; accettate l’idea di eliminare le produzioni e i trasporti inutili e dannosi, garantendo al tempo stesso il lavoro e il reddito per tutti e tutte… In questo caso, i dati cambiano completamente: c’è luce alla fine del tunnel. Certamente non basta dirlo! Ma bisogna dirlo, perché al di fuori di questa verità non c’è speranza.
Questo è il quarto messaggio dell’ondata di calore: nulla sarebbe peggio che rassegnarsi. È ancora tempo di agire. Chi lotta può perdere, ma a ogni fase della catastrofe la lotta, la solidarietà e l’aiuto reciproco fanno la differenza.
Prendiamo atto del fatto che la catastrofe è in corso e che la situazione è cambiata, in peggio. Dobbiamo ormai articolare adattamento e riduzione, vale a dire protezione immediata contro gli effetti deleteri della crisi climatica e lotta contro le cause, in primo luogo la combustione delle energie fossili, ma anche la deforestazione e l’agroindustria. Tuttavia, le possibilità di adattamento sono limitate. Per le barriere coralline, stanno già per essere superate. Non esiste certamente alcun adattamento possibile a +3 °C. La verità è che, già oggi, ogni decimo di grado di riscaldamento riduce le possibilità di adattamento, sia per la società sia per gli ecosistemi.
Al contrario dell'”adattamento” promosso dai capitalisti come mezzo per evitare la riduzione delle emissioni (in realtà, un maladattamento, come lo definisce l’IPCC), noi vogliamo imporre entrambe le cose contemporaneamente. Ciò implica un adattamento pubblico, democratico, sociale e femminista, che anticipi ciò che sappiamo con quasi assoluta certezza sugli sviluppi climatici futuri… Un adattamento conforme agli imperativi della riduzione delle emissioni e non basato sulle false soluzioni individuali ed energivore. Solo una mobilitazione ampia e determinata può imporre questa doppia urgenza.
Costruire un movimento di massa, internazionalista, per la giustizia sociale e climatica
Un movimento che sia in sintonia con le esigenze popolari immediate di coloro che subiscono in pieno le conseguenze sociali, umanitarie e sanitarie della fuga in avanti produttivista.
Un movimento che non capitoli di fronte ai criminali climatici della finanza, dell’energia e dell’agroindustria e che esiga il loro disarmo, come condizione per elaborare una politica globale orientata verso un’altra società: una società buona, veramente umana, ecosocialista.
Un movimento capace di mobilitare per obiettivi concreti e immediati, colpendo in via prioritaria i consumi dei super-ricchi (jet privati, super yacht, quote di viaggi aerei…); amplificando e unendo le diverse mobilitazioni contro progetti inutili e distruttivi (infrastrutture stradali, mega strutture commerciali, infrastrutture di trasporto, impianti sportivi…); conducendo campagne attorno a rivendicazioni ecologiche e sociali come la gratuità del trasporto pubblico, l’agroecologia…
Un movimento capace anche, poiché ci saranno altre ondate di calore, di difendere un piano d’emergenza elaborato insieme alle prime persone coinvolte, per proteggere coloro che sono colpiti più duramente: anziani, bambini, donne incinte, malati cronici… Un piano per l’isolamento degli edifici, a partire da scuole, ospedali ed edifici pubblici; la rinaturalizzazione delle aree urbane per combattere le isole di calore; l’apertura al pubblico e l’organizzazione degli orari dei luoghi dove è possibile rinfrescarsi – biblioteche, giardini e parchi, piscine…; la gratuità e l’adattamento dei trasporti pubblici per ridurre il traffico automobilistico e abbassare così l’inquinamento atmosferico dovuto alle particelle sottili, all’ozono e agli ossidi di azoto (NOx).
Nuove alleanze indispensabili e possibili
Mobilitazioni ecosociali esistono già. I giovani e le persone contadine vi sono già fortemente presenti. Con le ondate di calore, i primi hanno concluso l’anno scolastico in istituti trasformati in vere e proprie fornaci termiche e, peggio ancora, si dicono che “forse stanno vivendo l’estate più fresca del resto della loro vita”. Quanto agli agricoltori e alle agricoltrici, vedono soffrire e scomparire non solo il proprio strumento di lavoro, ma anche il proprio mestiere e la propria vita.
Le donne sono maggioritarie e spesso sono all’origine di queste mobilitazioni. Le ondate di calore le pongono ancora più in prima linea nel far fronte al deterioramento delle condizioni di vita e di salute. Inoltre, se le ondate di calore non creano le violenze patriarcali, creano le condizioni che favoriscono l’aggravarsi di situazioni già violente. Secondo uno studio delle Nazioni Unite, con un riscaldamento di 2 °C, entro il 2090 ogni anno 40 milioni di donne e ragazze in più rischiano di essere vittime di violenze domestiche. Non c’è femminismo senza lotta per il clima, non c’è lotta per il clima senza femminismo!
Le ondate di calore ripetute creano le condizioni per nuove convergenze
- In passato, il movimento per il clima ha avuto difficoltà a creare un vero legame con il movimento operaio.
Oggi la questione del lavoro, delle condizioni lavorative e della salute sul lavoro sono oggettivamente centrali: le condizioni già difficili dei lavori all’aperto (edilizia, lavori pubblici, agricoltura…) diventano assolutamente insostenibili, pericolose e persino mortali; i luoghi di lavoro sono inadatti alle temperature elevate; le condizioni del trasporto casa-lavoro peggiorano…I sindacati hanno un ruolo essenziale da svolgere nel porre in modo collettivo, rivendicativo e mobilitante la questione delle condizioni di lavoro, nel favorire l’autorganizzazione dei collettivi di lavoro per elaborare risposte adeguate e imporle: diritto di ritiro dal lavoro in caso di pericolo, riduzione dell’orario, nessun lavoro dopo le 14 (mezzogiorno solare), pause di 10 minuti ogni ora, telelavoro, garanzia del salario…
Inoltre, il movimento operaio può svolgere un ruolo decisivo nel collegare la salute sul lavoro alla salute in generale e nel farne una priorità da declinare nei diversi settori di attività.
In alcuni settori industriali, il carattere terribilmente concreto e vissuto della crisi attuale apre la possibilità di mettere in discussione non solo le condizioni di lavoro, ma anche l’utilità sociale delle attività e delle produzioni, alla luce dei loro effetti sulla salute, sull’ambiente e… sul clima. Offre un’opportunità da cogliere per rompere il consenso produttivista che ancora troppo spesso lega le organizzazioni sindacali alla difesa di produzioni ecocide in nome della difesa dell’occupazione.
Nei settori dei servizi, si tratterà di collegare il peggioramento delle condizioni di lavoro al peggioramento delle condizioni di accoglienza e assistenza degli utenti: studenti negli istituti scolastici, utenti dei trasporti, ecc.
- La salute e la cura come questione di scelta di società
Gli ospedali, i servizi sanitari e assistenziali (assistenza domiciliare, cura delle persone non autosufficienti) sono stati degradati da anni di politiche liberiste, dalla mancanza di risorse e dall’assenza di attenzione verso il personale, gli utenti e i pazienti.
Le ondate di calore di oggi, come ogni altra catastrofe sanitaria, non fanno che mettere in evidenza gli effetti disastrosi dell’abbandono del settore pubblico e del dominio della concorrenza e della mercificazione. Il sistema sta cedendo. Le disuguaglianze nella salute e nell’accesso alle cure, già enormi, esplodono.
Una mobilitazione per la salute e la cura, che colleghi le diverse componenti – prevenzione, presa in carico e accesso a servizi pubblici dotati di risorse e personale, salute sul lavoro, salute ambientale… – è una componente essenziale della giustizia sociale e climatica.
- Mentre i negazionisti più radicali e dichiarati conducono una vera e propria guerra aperta contro la scienza, e mentre i decisori politici disprezzano tutti gli avvertimenti fondati sul consenso scientifico derivante dalle ricerche, per un numero crescente di ricercatori e ricercatrici diventa impossibile restare estranei alle scelte politiche e alle scelte di società. La crescente frattura tra scienza e Capitale rappresenta un’altra opportunità strategica. Ad esempio, diverse decine di scienziati, medici, ricercatori, filosofi e artisti chiedono una legge d’emergenza climatica che, tra le altre cose, vieterebbe a tutte le imprese francesi di partecipare, in Francia o altrove, a nuovi progetti fossili, che si tratti di una miniera di carbone, di un pozzo petrolifero o di un giacimento di gas, e che eliminerebbe “tutti i sussidi alle energie fossili”. Il ruolo di questo tipo di prese di posizione è enorme per dare credibilità alle lotte per un’alternativa ecosocialista, senza sostituirsi all’autorganizzazione dei movimenti e alle scelte democratiche.
- Infine, i legami che uniscono il negazionismo climatico e l’estrema destra nelle sue diverse forme sono numerosi. Da Trump a Milei, passando per Putin e i partiti di estrema destra in Europa, tutti mettono a tacere gli informatori (whistleblower) e sostengono media interamente dedicati alla disinformazione; tutti sono difensori accaniti dei combustibili fossili e dell’estrattivismo; tutti sono promotori fanatici dell’intelligenza artificiale, dell’industria automobilistica e aeronautica e delle industrie degli armamenti. Anche se non sono gli unici responsabili, la loro ascesa al potere rappresenta sempre un salto qualitativo verso il peggiore dei mondi possibili: un adattamento selettivo alla catastrofe, a vantaggio della loro minoranza privilegiata, proprio da parte di coloro che ne sono responsabili. Il loro sessismo, il loro razzismo, il loro odio contro i migranti, la loro ideologia della legge del più forte… sono l’esatto opposto di ciò di cui l’umanità ha bisogno per affrontare la peggiore crisi mai creata dal capitalismo produttivista.
Non torneremo al mondo di prima, ma abbiamo ancora la possibilità di vivere, e di vivere bene, prendendoci cura della bellezza della Terra
Non c’è nulla da aspettarsi dai governi capitalisti. Le ondate di calore, così come le altre catastrofi climatiche, lo confermano: dobbiamo rompere con questo sistema e con la sua logica. Attingiamo collettivamente alle sofferenze, al dolore, allo sgomento, alla rabbia, alle perdite… che abbiamo vissuto in questi periodi estremi, per trovare la forza, la determinazione e la creatività all’altezza della sfida: solleviamoci, uniamoci per preservare l’abitabilità del mondo, oggi e per le generazioni future. Insieme, attraverso le nostre lotte e la nostra organizzazione democratica, imponiamo un’alternativa politica interamente dedicata a questo obiettivo esistenziale. (13 luglio 2026)
