La Cina rafforza lo Stato mentre l’economia si indebolisce

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Pechino punta a consolidare esercito, sicurezza e industrie strategiche, ma lascia nuclei familiari e lavoratori esposti a un’economia sempre più fragile

Nelle ultime settimane sono giunte dalla Cina tre notizie che, a prima vista, sembrano non avere nulla in comune. Il ministero delle risorse umane ha pubblicato il piano quinquennale per l’occupazione senza indicare, per la prima volta da decenni, un obiettivo per la creazione di nuovi posti di lavoro nelle città. La guardia costiera ha condotto la sua prima operazione di pattugliamento nelle acque a est di Taiwan, sul versante del Pacifico. Xi Jinping, infine, ha nominato il nuovo responsabile dell’anticorruzione militare, mentre i generali a pieno titolo comparsi in pubblico negli ultimi mesi si contano sulle dita di una mano.

Ci troviamo di fronte a uno stato che smette di promettere lavoro ai propri cittadini, mentre estende il raggio dei suoi strumenti di coercizione e ricostruisce la gerarchia militare attraverso le epurazioni. Messe insieme, le tre notizie tracciano il profilo di un sistema che concentra risorse e sforzi sugli strumenti mirati a proiettare e consolidare il proprio potere, mentre la base economica su cui tale potere poggia continua a indebolirsi. Vale la pena esaminarle una per una e analizzarne i reciproci nessi, perché il filo che le unisce dice molto sull’odierna situazione in Cina.

La promessa che non viene più formulata

Nel marzo 2007 l’allora premier Wen Jiabao ha definito l’economia cinese «instabile, squilibrata, scoordinata e insostenibile». Con le sue parole intendeva richiamare l’attenzione sull’eccessiva dipendenza da investimenti ed esportazioni, e la sua diagnosi è diventata il fondamento ufficiale di quello che da allora viene chiamato “ribilanciamento”, cioè lo spostamento del motore della crescita dalla produzione destinata all’estero alla domanda dei nuclei familiari cinesi. L’economista americano Stephen Roach, presente a quella conferenza stampa e tra i primi a portare il tema nel dibattito occidentale, ha appena firmato una sorta di certificato di morte del progetto. Il dato su cui si basa parla da solo. Nel 2005 i consumi delle famiglie rappresentavano il 39,8% del prodotto interno lordo. L’ultima rilevazione disponibile, riferita al 2024, li colloca al 39,9%. Due decenni di piani, vertici e priorità proclamate hanno prodotto un aumento di un decimo di punto; considerata la debolezza dei consumi nell’ultimo anno e mezzo, è probabile che la quota sia ormai scesa sotto il livello di partenza. Nel maggio scorso le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,6% su base annua, segnando il primo arretramento mensile dalla pandemia.

La causa immediata primaria di questa paralisi è la casa. Le abitazioni sono il principale strumento di risparmio dei cinesi, ma si tratta di un patrimonio che continua inesorabilmente a erodersi. In giugno i prezzi delle case usate, quelli determinati realmente dalla domanda e dall’offerta e non dai listini calmierati dei costruttori, sono scesi in 88 delle 100 maggiori città monitorate dalla China Index Academy, con perdite annue comprese tra il 5 e l’11% a seconda della città. Nei primi cinque mesi dell’anno le vendite di abitazioni nuove sono diminuite del 13,5% in termini di valore, mentre l’avvio di nuovi cantieri è calato di oltre il 20%. Il dato che ha suscitato più discussioni nei social cinesi è però quello pubblicato nella primavera scorsa dalla Banca dei regolamenti internazionali, l’istituzione di Basilea che raccoglie le statistiche delle banche centrali. Al netto dell’inflazione, i prezzi reali delle abitazioni sono tornati sotto i livelli del 2006; in termini nominali, sono scesi ai livelli del 2016, con perdite superiori al 40% rispetto al picco in numerose città. Per chi ha comprato tra il 2018 e il 2021, spesso indebitandosi per decenni e attingendo ai risparmi di due generazioni, il patrimonio si è ridotto da un terzo fino alla metà. Non occorrono grandi ragionamenti teorici per capire perché tali persone non possano più spendere come un tempo. All’origine di tutto ciò vi è il crollo del sistema immobiliare, al quale però si aggiungono altri fattori che aggravano la crisi. La popolazione diminuisce dal 2022, l’intensa urbanizzazione che un tempo alimentava la domanda di alloggi si è esaurita e, con l’eccezione delle zone più di lusso delle metropoli, gli immobili sul mercato superano la domanda.

Questo mese a tutto ciò si è aggiunto il tassello del lavoro. I sei piani quinquennali precedenti fissavano tutti un obiettivo per la creazione di nuovi posti di lavoro nelle aree urbane dell’ordine di decine di milioni (oltre 55 nell’ultimo piano). Quello appena pubblicato si limita a promettere posti di lavoro «su scala considerevole». La reticenza si spiega con i numeri. L’occupazione urbana è cresciuta di appena due milioni di unità nel 2025, contro gli undici milioni del 2023, e dei circa 180 milioni di lavoratori migranti che l’anno scorso cercavano un impiego, 49 milioni sono dovuti tornare nei villaggi. La quota della forza lavoro impiegata in agricoltura è così aumentata come non era più avvenuto in pratica da decenni, rileva la società di ricerca Gavekal. Un paese che per quarant’anni ha assorbito manodopera dalle campagne nelle fabbriche ha cominciato a percorrere la strada inversa.

Prezzi in discesa, merci in uscita

La combinazione tra una capacità produttiva rimasta intatta e una domanda interna stagnante produce il suo effetto più immediato sui prezzi. In giugno i prezzi alla produzione sono tornati a diminuire su base mensile dopo il breve rimbalzo primaverile legato all’aumento dei prezzi dell’energia conseguente alla guerra in Iran. Prima di tale parentesi, erano scesi per oltre quaranta mesi consecutivi. Secondo il centro studi tedesco Merics, quasi un’impresa cinese su quattro opera in perdita, mentre nei primi cinque mesi dell’anno gli investimenti privati sono diminuiti del 7,1%. La tendenza deflazionistica si fa sempre più insidiosa. Chi si attende prezzi più bassi un domani rinvia acquisti e investimenti, e così facendo contribuisce a spingerli ancora più in basso.

Le imprese cercano sui mercati esteri una via d’uscita da questa crisi interna, e il settore automobilistico ne offre un esempio lampante. In giugno le vendite interne sono crollate del 23% anno su anno, fermandosi a 1,6 milioni di veicoli, mentre le esportazioni sono aumentate dell’82%. Se si guarda all’economia nel suo complesso, le esportazioni generano ormai due terzi della crescita del PIL; nel primo trimestre il flusso di merci verso l’Europa è cresciuto del 18% e nel 2025 il surplus commerciale ha raggiunto il record assoluto di 1.200 miliardi di dollari. Ma nemmeno questi flussi di denaro dall’estero riescono a dare vita all’economia interna. Un tempo la banca centrale ne assorbiva quasi interamente l’afflusso nelle riserve ufficiali, investendoli in titoli di stato americani. Oggi il riciclo avviene soprattutto attraverso soggetti privati e, nel 2025, gli investimenti di portafoglio hanno registrato deflussi netti per 426 miliardi di dollari, diretti in gran parte verso azioni e obbligazioni estere acquistate passando per Hong Kong. La lettura ufficiale parla di maggiore apertura finanziaria. Una lettura meno rituale osserva che chi possiede capitali in Cina, di fronte a una borsa rimasta stagnante per anni, a un mercato immobiliare in caduta e a depositi dal rendimento inferiore all’inflazione, trasferisce all’estero tutto ciò che può. È la classica fuga di capitali.

I conti che parlano di austerità

Di fronte a questo quadro, la risposta di Pechino colpisce soprattutto per ciò che manca. A metà giugno il governatore della banca centrale, Pan Gongsheng, ha dedicato un intero discorso alla riforma tecnica del meccanismo di determinazione dei tassi di interesse, senza lasciare intendere che fosse imminente un taglio. Il bilancio approvato a marzo ha ridotto il disavanzo pubblico complessivo rispetto a quanto programmato nel piano precedente e, nei primi cinque mesi dell’anno, anche il deficit effettivo è diminuito, secondo quanto riportano i dati ufficiali. Daniel Moss, editorialista di Bloomberg, ha definito insolito questo andamento, che in un’economia con l’inflazione ferma intorno all’1% equivale a una politica di austerità. I vertici sono pienamente consci del problema. Huang Yiping, membro del comitato di politica monetaria della banca centrale, ha definito il ribilanciamento un compito «cruciale», osservando che un contributo tanto massiccio dell’export alla crescita non è sostenibile. Alle parole, tuttavia, continuano a non seguire fatti, come accade ormai da vent’anni.

Esiste però una spiegazione meno rassicurante della semplice prudenza: lo stato cinese potrebbe essere assai meno ricco di quanto suggerisca l’immagine di sé che proietta. Secondo le elaborazioni del Rhodium Group, nel 2025 le entrate fiscali sono diminuite in termini assoluti dell’1,7% e rappresentano ormai il 15,4% del PIL, meno della metà della media delle economie avanzate. Il sistema fiscale cinese è incentrato su una crescita trainata dagli investimenti: tassa la produzione molto più del reddito e del patrimonio, e quando gli investimenti rallentano e i prezzi alla produzione scendono, il gettito si prosciuga.

Quanto la situazione sia tesa ai livelli inferiori dell’amministrazione emerge con chiarezza dalle cronache di queste settimane. La commissione disciplinare del partito ha reso noto che il governo di Nanning, capoluogo del Guangxi, ha «venduto» diciotto volte lo stesso terreno, generando contratti falsi per gonfiare di 2,83 miliardi di yuan le entrate del 2024, dopo che i proventi effettivi delle vendite fondiarie erano crollati a un quinto di quelli del 2020. Inoltre, l’ufficio nazionale di revisione ha individuato 21 tra province e città che l’anno scorso hanno falsificato entrate per quasi 60 miliardi di yuan, mentre un analista di Shenwan Hongyuan stima che i disavanzi delle amministrazioni provinciali si aggirino attorno ai 5.000 miliardi di yuan. Lo stesso ufficio ha accertato che perfino la Bank of China, una delle quattro grandi banche di stato, ha sottratto al fisco circa 2,4 miliardi di yuan di imposte. Il fatto che il centro renda pubbliche vicende simili non è certo indicazione di un improvviso amore per la trasparenza. È piuttosto il comportamento di un fisco che ha bisogno di ogni yuan e va a cercarlo anche dentro il proprio stesso apparato.

Alla fragilità delle finanze pubbliche si aggiunge quella del sistema bancario. All’inizio di luglio i regolatori hanno commissariato la Zhongbang Bank, un istituto privato dello Hubei cresciuto raccogliendo depositi online a tassi fuori mercato, citando «gravi rischi di credito» e affidandone l’assorbimento a una banca controllata dal comune di Wuhan. Il caso, preso isolatamente, è di dimensioni ridotte, ma il rapporto sulla stabilità finanziaria della banca centrale colloca ben 312 istituti nella «zona rossa» di rischio. I salvataggi pilotati delle piccole banche regionali, assorbite una alla volta da entità pubbliche più grandi, si susseguono ormai da anni con regolarità.

Un apparato che continua a crescere nonostante le epurazioni

Sul versante del potere, il movimento va nella direzione opposta. Mentre l’economia interna perde sempre più colpi, si moltiplicano gli strumenti coercitivi e di proiezione esterna, nonostante il contesto interno sia tutt’altro che stabile. Come già ampiamente analizzato nei miei articoli passati, dal 2023 sono finiti sotto indagine 26 generali dell’Esercito popolare di liberazione, tra cui due ex vicepresidenti della Commissione Militare Centrale, l’organo che comanda le forze armate e che Xi presiede; due ex ministri della difesa hanno inoltre ricevuto condanne a morte con sospensione della pena. Della Commissione uscita dall’ultimo congresso restano operativi soltanto Xi e il capo uscente dell’apparato disciplinare. Le nuove nomine decise da Xi questo mese, con la promozione a generale di Zhang Shuguang alla guida dell’anticorruzione militare e di Wang Gang al comando dell’aeronautica, segnano l’avvio della ricostruzione di un vertice che dovrà essere rifatto quasi per intero entro il congresso del partito previsto per l’autunno del 2027. Per convenzione, infatti, i membri della commissione devono avere il grado di generale a pieno titolo, e di generali ancora visibili in pubblico ne restano in tutto appena quattro.

Nello stesso periodo, la pressione su Taiwan si è estesa a un nuovo teatro. Il mese scorso la guardia costiera cinese ha operato per la prima volta nelle acque a est dell’isola, quelle attraverso cui, in caso di conflitto, passerebbero rifornimenti e aiuti esterni. Ha ispezionato navi in transito, condotto rilievi idrografici e pattugliato in prossimità dei cavi sottomarini che collegano Taiwan al resto del mondo, come ha ricostruito il Financial Times. Parallelamente, un istituto del ministero delle risorse naturali ha dichiarato illegali, perché condotti senza consultare la Cina, i negoziati tra Giappone e Filippine per delimitare le rispettive zone economiche esclusive nell’area, cioè le fasce di mare sulle quali il diritto internazionale riconosce ai singoli stati costieri diritti economici. Navi di ricerca giapponesi hanno inoltre ricevuto intimazioni via radio nei pressi delle isole Senkaku. È il copione già sperimentato nel Mar Cinese Meridionale: una presenza inizialmente amministrativa, destinata poi a diventare anche militare, la costruzione ad arte di una posizione giuridica attraverso atti ripetuti e l’impiego della guardia costiera per aumentare la pressione senza oltrepassare la soglia dell’atto di guerra. Le novità sono l’estensione di questo schema al versante orientale di Taiwan e il momento scelto: Washington ha evocato la possibilità di usare le vendite di armi a Taipei come merce di scambio nei negoziati commerciali con Pechino, e la sua reazione ai pattugliamenti è stata visibilmente più contenuta di quella, rara e congiunta, di Londra, Berlino e Parigi.

La contemporaneità dei due sviluppi, l’epurazione permanente all’interno e l’espansione operativa all’esterno, è a prima vista contraddittoria, ma cessa di esserlo se si leggono le forze armate cinesi come un esercito che ha coordinate diverse da quelle della stragrande maggioranza degli altri eserciti. Per statuto e per storia, esse sono il braccio armato del partito, e la loro affidabilità politica viene prima dell’efficienza militare.

Dove lo stato vuole che i soldi vadano

Ed è qui che il filo economico e quello del potere si annodano. La spiegazione più solida del mancato ribilanciamento, quella che lo stesso Roach considera decisiva, è il risparmio precauzionale. Le famiglie cinesi accantonano quote enormi del reddito perché sanità, pensioni e ammortizzatori sociali offrono garanzie insufficienti, e chi teme il futuro non consuma. Trasformare quei risparmi in domanda richiederebbe trasferimenti massicci e permanenti di reddito e di sicurezza dallo stato ai lavoratori, con i conseguenti trasferimenti di fatto di diritti e di potere di contrattazione. Non buoni sconto per il cambio degli elettrodomestici, come è stato finora, ma una rete welfare effettiva.

Tale trasferimento non è mai avvenuto, e le stesse settimane in cui il nuovo piano quinquennale rinunciava all’obiettivo sull’occupazione hanno mostrato dove le risorse stanno invece andando. Il premier Li Qiang è arrivato a citare per nome, cosa rarissima per un dirigente cinese, la società di robotica Unitree e la sua valutazione che si è moltiplicata per quattromila in un solo decennio, e lo ha fatto alla vigilia della sua quotazione in borsa. Come ha documentato l’Economist, i fondi di investimento diretti dallo stato hanno accumulato a fine 2025 capitali per la tecnologia venti volte superiori a quelli dell’anno prima, le quotazioni in borsa delle aziende tech hanno raccolto quest’anno il doppio del 2025, e l’autorità di vigilanza sui mercati ha ormai tra i propri compiti anche quello di garantire che il capitale fluisca verso gli obiettivi tecnologici fissati dal partito, dall’intelligenza artificiale ai robot umanoidi. I risparmiatori seguono il segnale, spostando denaro dai titoli dei beni di consumo, in calo del 15% quest’anno, a quelli tecnologici, in rialzo del 20%. Il cerchio si chiude su se stesso. Perfino il risparmio che i nuclei familiari affidano ai mercati viene incanalato verso le priorità industriali dello stato, non verso i settori che vivono della loro spesa.

Il quadro coincide con quello che, su un altro versante, viene descritto dagli studiosi che si occupano di sicurezza. Matt Brazil, in un saggio recente per The Diplomat, dipinge l’apparato cinese di intelligence e sicurezza come un ecosistema diretto dal partito che mobilita selettivamente i settori della società utili ai suoi fini, come le imprese e le università, mentre la maggioranza dei cittadini si tiene alla larga dalle politiche del partito appena può. È una descrizione che non riguarda soltanto lo spionaggio. La prudenza con cui i nuclei familiari accumulano risparmi e la mobilitazione selettiva della popolazione rispondono alla stessa logica, applicata in ambiti diversi. Lo stato considera la società anzitutto come una riserva di risorse da sfruttare. Una popolazione più sicura sul piano economico, e quindi più autonoma, ridurrebbe questa disponibilità. È un rischio che il partito, nonostante vent’anni di occasioni utili, non ha mai mostrato di voler correre. La distribuzione attuale delle risorse non è una disfunzione del sistema. È il sistema.

Per quarant’anni i piani quinquennali sono stati la lingua con la quale il partito comunista ha comunicato le proprie ambizioni, e ogni ambizione è sempre stata accompagnata da cifre. Il piano per l’occupazione pubblicato in luglio promette soltanto che i posti di lavoro resteranno “di scala considerevole” e che fino al 2030 l’occupazione sarà nel complesso stabile. In un sistema che si è sempre misurato con i numeri, la scomparsa di una cifra è forse la fotografia più fedele dello squilibrio tra uno stato che continua a rafforzarsi e l’economia che dovrebbe sostenerlo ma arranca.

*articolo apparso sul blog dell’autore il 13 luglio 2026

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