Piano energetico e climatico cantonale. Ridotto a un guscio vuoto, ma tutti (o quasi) lo votano

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Il Parlamento ha approvato la nuova versione del Piano energetico e climatico cantonale (PECC). Il documento, considerato strategico per affrontare l’emergenza climatica, è stato approvato a larghissima maggioranza. Per poter compiere passi concreti nella sua attuazione, tuttavia, doveva essere accompagnato da una serie di modifiche legislative, in particolare alla Legge cantonale sull’energia.
La commissione incaricata di esaminare il documento è giunta in aula con una serie di proposte che, in parte, rappresentavano addirittura un passo indietro rispetto a quelle contenute nel messaggio governativo, ma permettevano di costruire un “compromesso” tra le maggiori forze politiche. Tale impostazione era stata giustificata con la necessità di raggiungere un’ampia intesa, in grado di salvaguardare gli elementi fondamentali del progetto, tra cui – elemento decisivo per attuare le scelte del PECC – l’obbligo di installazione di pannelli solari sui tetti entro una determinata scadenza.
Si trattava, per riprendere le parole di Verdi e PS, che avevano creduto profondamente in questa impostazione, di «fare la nostra parte: evitiamo il peggio, gestiamo il gestibile».
Le cose, come era facile prevedere, sono andate in modo del tutto diverso, decretando il fallimento di questa strategia della concertazione.
I liberali, in particolare, sostenuti anche da UDC e Centro, hanno sottoposto al Gran Consiglio una serie di emendamenti che hanno mandato all’aria il «compromesso» raggiunto in commissione.
Ingenuità, irresponsabilità politica o sottovalutazione da parte di chi aveva creduto sinceramente che dalla discussione in seno all’attuale Parlamento cantonale potesse emergere «un’opportunità storica per il Ticino» nella lotta alla crisi climatica?
Alla fine, resta evidentemente la delusione e l’amarezza per l’esito di una discussione nella quale ha sostanzialmente prevalso una visione liberale del PECC, rivendicata apertamente dal capogruppo del PLR. Una visione secondo la quale occorre «ponderare i diversi interessi», ma che, nei fatti, finisce per privilegiare gli interessi economici e di profitto.
Possiamo quindi affermare che ieri si è compiuto un passo indietro nella lotta contro il riscaldamento climatico in Ticino. Si è sostanzialmente rimasti fermi, ma, nel contesto attuale, restare fermi significa indietreggiare.
È per questa ragione che i deputati dell’MPS hanno respinto il testo finale sulle modifiche alla Legge cantonale sull’energia, che avrebbero dovuto contribuire all’attuazione di alcune delle opzioni strategiche del PECC. Opzioni che, di fatto, rischiano di rimanere lettera morta.
Un motivo in più per partecipare attivamente alla manifestazione del 25 settembre a Bellinzona (ore 17.30, piazza del Sole).
Pubblichiamo qui di seguito il testo dell’intervento del deputato dell’MPS Giuseppe Sergi nella discussione di entrata in materia. (Red)

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Nel messaggio e nei rapporti sul PECC, cercando con attenzione, non si trova il termine “canicola”.
Eppure la canicola è una delle manifestazioni più concrete della crisi climatica. Non è una previsione per il 2050: è una realtà che entra nelle nostre case, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, nei campi.
Ho cercato anche il termine Lünen e non l’ho trovato. Eppure il nostro Cantone, proprietario di una centrale a carbone, continua a contribuire alle emissioni di CO₂ e negli ultimi dieci anni ha sprecato, proprio grazie a questa partecipazione, più di 200 milioni di franchi.
Che questi due termini siano assenti tanto dal messaggio del CdS quanto dai rapporti è significativo: dimostra quanto il PECC e la discussione politica siano ancora lontani dalla gravità della crisi che abbiamo davanti.
Il problema oggi non è più stabilire che esiste il cambiamento climatico, né compilare un elenco di possibili misure. Il problema è applicarle, e applicarle alla scala necessaria.
E tutto il documento, in realtà, è concentrato soprattutto sull’adattamento ai cambiamenti climatici.
L’adattamento è indispensabile: dobbiamo proteggere le persone dalla canicola, intervenire sugli edifici, sui luoghi di lavoro, nelle città e nell’agricoltura.
Ma adattarsi agli effetti della crisi non significa affrontarne le cause. La mitigazione significa invece ridurre drasticamente le emissioni e intervenire sul sistema energetico, sui trasporti, sull’edilizia e sulla produzione.
Noi riteniamo che il documento sottoposto, pur contenendo alcuni progressi, non sia all’altezza della necessità e dell’urgenza della situazione.
C’è poi un secondo aspetto fondamentale, che emerge da quanto è successo a livello internazionale.
A Parigi, con la COP21, praticamente tutto il mondo si era impegnato a limitare il riscaldamento globale. Sono stati fissati obiettivi e promessi interventi.
Quegli obiettivi non sono stati raggiunti. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti.
Il problema, quindi, non è soltanto che abbiamo fatto troppo poco o troppo lentamente. È anche la logica dentro la quale si è cercato di agire.
Per decenni ci è stato raccontato che avremmo potuto affrontare la crisi climatica rendendo più efficiente l’economia, sostituendo le fonti fossili e lasciando sostanzialmente intatta la macchina della crescita.
Ma nel capitalismo l’aumento dell’efficienza non porta necessariamente a consumare meno energia e risorse. Al contrario: viene utilizzato per produrre di più, conquistare nuovi mercati e aumentare i profitti.
E allora la domanda non può essere soltanto come produciamo. Dobbiamo chiederci: che cosa produciamo, quanto produciamo, per chi e perché?
Perché non tutti i consumi sono uguali. Dobbiamo ridurre il superfluo, gli sprechi, la produzione inutile, l’obsolescenza e il consumo ostentativo.
E dobbiamo invece aumentare ciò che manca: alloggi dignitosi ed efficienti, trasporti pubblici, sanità, istruzione, servizi di cura, energia accessibile.
Ed è qui che la questione climatica diventa inevitabilmente una questione sociale e di classe. Non servono risposte individuali (esempio canicola), ma misure e risposte collettive, pubbliche e redistributive.
Questo è anche il limite di una discussione sul PECC confinata alla tecnica e agli obiettivi. La crisi ecologica impone di mettere in discussione il primato del profitto che regge e determina l’organizzazione economica e sociale nella quale viviamo.
Un vero piano climatico deve quindi essere qualcosa di più di un catalogo di misure.
Deve essere un piano d’emergenza ecosociale: riduzione drastica delle emissioni, adattamento alla crisi già in corso, investimenti pubblici, trasporto pubblico, riqualificazione energetica, riconversione industriale, rafforzamento dei servizi pubblici e giustizia sociale.
Solo una prospettiva anticapitalista è oggi realistica e credibile, per intensità e tempi, di fronte a una crisi ambientale che sta già producendo conseguenze economiche e sociali di grandi proporzioni.

Il PECC, invece, resta dentro una logica di cambiamenti lenti e soprattutto compatibili con il sistema economico dominante. I prossimi aggiornamenti e monitoraggi rischiano così di certificare ciò che già oggi è evidente: l’inadeguatezza del piano di fronte alla crisi che stiamo vivendo.

Il rapporto di maggioranza, ci viene detto, è il risultato di un compromesso; guardando le firme in calce a questo rapporto (quasi la metà lo hanno firmato con riserva) e gli emendamenti che sono stati presentati, appare evidente che esso rappresenti più un’operazione politica tanto per non rimanere senza l’approvazione di un aggiornamento della versione precedente.
Come è già avvenuto per altri temi (penso a quello sul salario minimo) l’idea di concertare una soluzione ha la meglio sul contenuto, cioè sul valore della soluzione. Poco importa che di fatto questo PECC non prenda di petto le urgenze e i problemi con i quali siamo confrontati; poco importa che esso di fatto si limiti al business as usual con qualche correzione qua e là: l’importante è mostrare che si fa qualcosa, anche se questo qualcosa è palesemente inadeguato a rispondere alle sfide che la crisi climatica ci pone.


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