Eduarda Campopiano, 23 anni, è stata la deputata regionale più votata dello Stato di San Paolo, con quasi 2 milioni di voti. Si è candidata nelle liste del Partito Liberale bolsonarista, prima forza politica a livello federale, e si è definita «la più grande nemica delle femministe». Eduarda Campopiano sostiene che i femminicidi non esistano, ringrazia Dio per la colonizzazione portoghese e afferma che gli indigeni sono «cannibali» che «seppelliscono vivi i bambini» (Poder360, 5 ottobre 2026).
Eduarda Campopiano, del resto, non è l’unica militante di estrema destra a sostenere discorsi di questo genere, accettati da gran parte degli oltre 50 milioni di brasiliani che hanno votato per Flávio Bolsonaro domenica scorsa, 4 ottobre. Si può chiamare in causa l’influenza dei social network, senza dimenticare che i grandi mezzi di comunicazione non hanno sostenuto Bolsonaro al primo turno. Si può sottolineare come la crisi del «sistema-mondo» favorisca la polarizzazione e come le incertezze accelerino la corsa verso i «salvatori» e gli estremisti. Esistono numerosi fattori che possono spiegare l’ascesa apparentemente inarrestabile dell’estrema destra, ma è impossibile non soffermarsi sul peso decisivo dell’agribusiness.
Il Brasile era una potenza industriale. Oggi è soprattutto una potenza agricola e zootecnica [e produttrice di materie prime]. L’industria non significava soltanto occupazione e produzione: dal rapporto tra operai e imprenditori, conflittuale o meno, nasceva una cultura del lavoro che si concretizzava nei sindacati e nelle cooperative, nei circoli sportivi e sociali radicati nei territori urbani. L’agribusiness non è soltanto soia e carne, ma anche vita culturale e socialità.
Il giornalista Raphael Sanz, direttore di Correio da Cidadania, ritiene necessario interrogarsi sull’ascesa dell’estrema destra. «Se si riduce tutto alla questione economica, bisogna ricordare che Lula ha destinato miliardi all’agribusiness attraverso il Piano Safra [giugno 2026, finanziamento prioritario dell’agricoltura industriale, pur prevedendo anche aiuti all’agricoltura familiare], il che dovrebbe spingere questo settore a sostenerlo [il volto pubblico di questo piano di finanziamento era il vicepresidente Geraldo Alckmin, membro del PSB dal 2022, precedentemente del PSDB]. Bisogna quindi affrontare la questione dal punto di vista politico e culturale», afferma.
«I vecchi notabili proprietari terrieri, che mantenevano legami con i militari, i ricchi tradizionali e i nuovi ricchi provenienti dalle Chiese evangeliche, dal mercato finanziario e dalla criminalità organizzata, vivono in una sorta di simbiosi». Costituiscono un insieme di forze che, secondo Raphael Sanz, nonostante le divergenze, ha creato un’identità politica comune che facilita le alleanze elettorali.
Poco dopo l’arrivo di Lula al potere nel 2003, la multinazionale Monsanto lanciò una campagna pubblicitaria intitolata «Imagine» (disponibile su YouTube con il titolo «Monsanto – Mundo Melhor»). Lo spot mostrava persone felici immerse in una natura rigogliosa, accompagnate dalle note di What a Wonderful World di Louis Armstrong. Il testo, ispirato alla ballata di John Lennon, è un monumento all’infamia: «Immaginate un mondo che preservi la natura, l’aria, i fiumi, dove le persone possano produrre di più, con meno pesticidi, senza disboscare le foreste».
Ipocrisia allo stato puro da parte della Monsanto [attiva nel settore della chimica e delle biotecnologie per l’agricoltura; acquisita dalla tedesca Bayer nel 2018], ma la campagna ha funzionato.
La tesi di master in sviluppo territoriale di Ana Manuela de Jesus Chã, intitolata Agronegócio e indústria cultural: estratégias das empresas para a construção da hegemonia («Agribusiness e industria culturale: strategie delle imprese per la costruzione dell’egemonia»), dimostra lo stretto legame tra le imprese agroalimentari e il mondo della cultura.
«Abbiamo aziende produttrici di sostanze tossiche che organizzano festival musicali, produttori di OGM che finanziano il cinema e laboratori culturali per i giovani, imprese della cellulosa e della canna da zucchero che sponsorizzano cori di lavoratori».
I beneficiari di questi finanziamenti privati tendono a ignorare che il Brasile è «il maggiore consumatore mondiale di pesticidi, che la deforestazione avanza e che si registra un numero elevato di casi di cancro e di problemi ambientali legati all’utilizzo di OGM e prodotti agrochimici».
Secondo Ana Manuela de Jesus Chã, è stato possibile passare sotto silenzio questi danni grazie alla legittimità acquisita da un settore che non ha mai smesso di crescere dall’avvio della Rivoluzione verde [anni Sessanta e Settanta], durante la dittatura militare.
I risultati elettorali di domenica 4 ottobre confermano la tesi del legame tra agribusiness ed estrema destra in Brasile. Le sole coltivazioni di soia si estendono su 50 milioni di ettari (una superficie che potrebbe contenere tre volte l’Uruguay), ma il loro impatto sulla politica è talmente profondo da aver sconvolto i rapporti di forza all’interno del Parlamento.
Il Fronte parlamentare dell’agroalimentare, vasta organizzazione che riunisce quella che in Brasile viene chiamata bancada ruralista, comprende 345 dei 594 membri del Congresso. Sei deputati e senatori su dieci sono legati all’agribusiness.
Uno studio del politologo Marco Antonio Faganello, della Fondazione Getulio Vargas, spiega che, rispetto al primo turno del 2022, Lula ha perso 3,3 milioni di voti in questo settore, mentre Flávio Bolsonaro ne ha ottenuti 5 milioni in più rispetto a suo padre quattro anni prima.
«Dove l’agribusiness rappresenta il 50% del PIL, Lula ha perso l’8% dei voti», sottolinea Marco Antonio Faganello (Agência Pública, 26 ottobre). Il politologo avanza l’ipotesi di un’affinità ideologica nei piccoli comuni in cui l’agribusiness è fortemente presente.
Dalla bossa nova al sertanejo
Secondo le statistiche di ascolto pubblicate da Spotify, tra i dieci cantanti più ascoltati in Brasile negli anni 2010, sei appartengono al genere sertanejo.
«Nato da origini modeste e con artisti senza pretese, […] questo genere è diventato, in poco più di tre decenni, una potenza capace di mobilitare le masse, senza distinzione di razza, condizione sociale o economica, facendo circolare milioni di reais e, soprattutto, influenzando il comportamento dei giovani da sud a nord», sottolinea il giornalista Federico Cornali (Anadolu Ajansı, 28 agosto 2020).
Da parte sua, Raphael Sanz afferma che «mentre la bossa nova è caduta in disuso, associata a una vecchia élite decadente, il funk e il rap vengono criminalizzati, ma il “sertanejo universitario”, creato e finanziato dall’agribusiness, si diffonde attraverso spettacoli che generano milioni in tutto il Paese».
Migliaia di fiere agricole, gli agrishow, combinano spettacoli in cui il genere musicale dominante è il sertanejo con esposizioni di macchinari ad alta tecnologia, specialità gastronomiche regionali e prodotti agricoli e zootecnici.
La più emblematica di queste manifestazioni, l’Agrishow di Ribeirão Preto [nona città dello Stato di San Paolo], genera un volume d’affari di 500 milioni di dollari in appena cinque giorni e accoglie 200.000 visitatori. Altre fiere superano il mezzo milione di visitatori.
Federico Cornali ritiene che l’egemonia musicale del sertanejo abbia profonde ramificazioni politiche.
«Mentre artisti di generi come il funk, l’hip-hop o la stessa samba criticano Jair Bolsonaro, diversi tra i principali esponenti del sertanejo esprimono pubblicamente il loro sostegno a questo politico di estrema destra».
Attraverso le fiere rurali, le telenovelas, la musica sertanejo e il carnevale, tra le altre cose, l’agribusiness è riuscita a imporre un’egemonia culturale a sostegno di un progetto che promette l’esatto contrario di ciò che realizza concretamente.
L’accettazione passiva da parte della popolazione testimonia l’enorme potere dei mezzi di comunicazione al servizio dell’agribusiness e la capacità di penetrazione di una cultura con la quale la sinistra si è dimostrata incapace di competere.
*Pubblicato dal settimanale uruguaiano Brecha il 9 ottobre 2026
