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Come collettivo femminista Io l’8 ogni giorno, ci siamo rivolte lo scorso 15 aprile alla coordinatrice istituzionale in ambito di violenza domestica, Chiara Orelli Vassere, con una lettera in cui abbiamo espresso le nostre preoccupazioni rispetto alla gestione della questione della violenza domestica nel delicato periodo dell’emergenza covid.

In questa lettera abbiamo anche formulato una serie di riflessioni e di proposte concrete. Il recente femminicio e omicidio di Giubiasco ha messo in luce come i problemi da noi sollevati siano purtroppo reali. Con Chiara Orelli Vassere abbiamo avviato un dialogo interessante, che porteremo avanti. Ma ci teniamo a riproporre pubblicamente le nostre proposte alfine di stimolare il necessario dibattito pubblico su questo tema.

Crediamo che al di là dell’emergenza covid che, con tutti i risvolti sul piano sociale, economico e di restrizione delle libertà individuali, ha senz’altro acuito situazione di tensione e violenza pre-esistenti e reso ancora più difficoltose le possibilità di richieste di aiuto da parte delle donne, sia necessario andare proporre molto di più delle importanti campagne informative messe in atto nel nostro Cantone e ripensare le forme e le modalità del sostegno offerto alle donne vittime di violenza.

In particolare, occorre a nostro avviso implementare un numero di emergenza specifico a tre cifre, non gestito dalla polizia bensì da personale (prevalente femminile) formato per offrire una prima consulenza e un primo sostegno. Chi è vittima di violenza, non solo domestica, subisce uno shock psicologico che spesso può rendere estremamente difficile la presa di coscienza della propria condizione e spaventare molte donne che sono già in situazione di fragilità per altri motivi, come una mancanza di impiego, un certo isolamento sociale spesso provocato dal partner, un permesso di soggiorno legato alla relazione violenta, figli piccoli da accudire, ecc…. Una complessità che crediamo la polizia non sia preparata a cogliere e che vorremmo fosse assunta da personale qualificato.

Crediamo, inoltre, che debba essere sviluppata sul territorio una rete capillare di servizi di sostegno mirati e che debba essere adottata una politica di presa a carico attiva delle donne vittime di violenza maschile e domestica. Molto spesso una donna che ha subito violenza ha bisogno solo di sentirsi ascoltata e compresa, e almeno all’inizio ha la necessità di capire quali strumenti e soluzioni potrebbe adottare per uscire da una situazione violenta e quali sono i servizi offerti e le forme concrete di sostegno. Questo ascolto e questo accompagnamento dovrebbero essere garantiti d’ufficio a tutte le donne che si rivolgono alla polizia o al numero d’emergenza o altri servizi preposti.

Infine, se non si offre sicurezza e appoggio in maniera adeguata, anche a livello di sostegno economico, il rischio è che le donne maltrattate si trovino senza alternative se non ritornare dal partner violento.

Come collettivo chiediamo dunque:

  • Che le donne possano rivolgersi a un numero di emergenza specifico per questo tipo di problema, un numero a tre cifre (facilmente memorizzabile) e non un numero verde, raggiungibile 24h/24h e gestito non dalla polizia ma da personale (femminile) qualificato.
  • Che sia attivata e promossa anche la possibilità di chiedere aiuto non solo tramite una telefonata, ma inviando un messaggio (modalità in taluni casi più semplice e sicura di una chiamata vocale).
  • Che sia fatta una campagna di informazione non solo online, ma anche alla televisione e con manifesti appesi nelle strade, nei supermercati e nelle farmacie e che si comunichi su quali sono concretamente le forme di sostegno offerte;
  • Che le farmacie (ed eventualmente anche altri luoghi, come i supermercati o gli studi medici) siano luoghi dove le donne possono chiedere aiuto e che le donne possano comunicare la loro richiesta di aiuto anche con parole chiave (ad esempio in Spagna hanno scelto “mascherina 19”);
  • Che durante il percorso di richiesta d’aiuto e di eventuale denuncia le donne possano essere accompagnate da un servizio di esperte, composto maggioritariamente da donne, senza vedersi costrette a confrontarsi prevalentemente con interlocutori maschili;
  • Che questo servizio di consulenza ed accompagnamento sia attivato d’ufficio in casi di violenza maschile o domestica, garantendo nelle 24 ore un primo contatto diretto;
  • Che siano aumentati immediatamente i luoghi sicuri e i posti per le donne vittime di violenza e per i loro bambini, parallelamente chiediamo che siano aumentati pure i posti letto per uomini abusanti (oggi solo due in tutto il Cantone);
  • Che gli uomini che sono autori di violenza NON possano più rientrare a casa dopo le due settimane di allontanamento previste per legge;
  • Che venga garantito alle donne che desiderano sottrarsi da situazioni di violenza un reddito d’emergenza e che siano offerti loro servizi volti a facilitarle nelle pratiche amministrative legate alle richieste di eventuali aiuti o sussidi o nella ricerca di un impiego.

Questi sono solo alcuni elementi su quali è urgente aprire una riflessione e un confronto tra donne. Crediamo, infatti, che – sull’esempio di quanto fatto in Italia del movimento Non Una di Meno – sia importante avviare anche in Ticino un processo di costruzione collettiva di un piano femminista contro la violenza maschile e di genere. Per questo invitiamo le persone interessate a contattarci e inviarci le loro riflessioni e proposte.

* presa di posizione pubblicata mercoledì 20 maggio 2020

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