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La nascita di Podemos nello Stato spagnolo ha rappresentato un importante tentativo di costruzione di un partito di massa anti-neoliberista e pluralista a sinistra del social-liberismo. Questa esperienza, che era iniziata piuttosto bene, alla fine è terminata decisamente male. Forse, proprio per quest’ultima ragione, il titolo di questo articolo avrebbe potuto essere “Ascesa e declino di Podemos… come progetto politico emancipatore”. L’obiettivo di questo articolo è quello di spiegare perché è stato necessario crearlo e perché è stato necessario abbandonarlo. Cosa che significa anche riflettere sul bilancio che si può compiere di questa esperienza e sulle lezioni che si possono trarre dall’operato di Izquierda Anticapitalista, oggi Anticapitalistas [1].

Podemos è potuto nascere perché le sinistre socialdemocratiche ed eurocomuniste si trovavano in un vicolo cieco dopo la crisi del 2008. L’irruzione delle e degli indignados del movimento 15M nel 2011 è stato il catalizzatore dell’apparizione di nuove aspettative politiche in un contesto caratterizzato dall’irresistibile ascesa del conservatore Partido Popular (PP) a spese del governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero. Izquierda Unida (IU) si era dimostrata totalmente incapace di opporsi alle politiche neoliberiste e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) era, al contrario, uno dei suoi fautori. Entrambi i partiti trascinavano con sé la pesante eredità di aver contribuito alla creazione del regime politico della Transizione mediante il patto politico con le forze provenienti dal franchismo, rispecchiato dalla Costituzione Spagnola del 1978 (CE). Entrambi i partiti formavano parte di questo regime e addirittura il PSOE era stato uno dei suoi principali pilastri.

D’altra parte, esisteva un’amplissima apatia e smobilitazione sociale, provocata in primo luogo dalla strategia sbagliata del patto sociale a tutti costi (la concertazione sociale) dei sindacati maggioritari, CCOO e UGT, e l’incapacità di quelli minoritari di costruire una nuova egemonia all’interno del movimento operaio, a parte i sindacati di classe LAB e ELA nei Paesi Baschi. Tutto questo aveva permesso la riforma dell’articolo 135 della Costituzione, che aveva trasformato il saldo del debito pubblico in una priorità delle Leggi finanziarie dello Stato e imposto due riforme del mercato del lavoro piuttosto regressive: in primo luogo, quella approvata dal governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, poi peggiorata dal governo del Partido Popular di Mariano Rajoy, che ha ritagliato drasticamente i contratti collettivi, ha ridotto il ruolo delle organizzazioni sindacali nelle imprese ed ha attaccato quando non annullato alcuni importanti diritti dei lavoratori. Queste “riforme” hanno prodotto una grande svalutazione salariale, l’aumento della diseguaglianza, il maggior peso delle rendite del capitale rispetto a quelle salariale nel PIL, l’incremento della precarietà e l’estensione della povertà, in particolar modo fra i giovani, che sono stati così praticamente cacciati dal mercato del lavoro.

Prodotto di questo scenario è stato il movimento del 15M, nato come protesta nei confronti del deterioramento della situazione sociale e come reazione all’impasse politico. Questo movimento aveva aperto uno squarcio, un’opportunità per modificare sostanzialmente il quadro politico nello Stato spagnolo. Podemos giungeva per riempire il vuoto così segnalato dal movimento e si presentava come lo strumento per creare una nuova relazione di forze nell’ambito politico che, se si fosse potuta consolidare, avrebbe aiutato a rafforzare l’organizzazione e la mobilitazione sociale.

In questo panorama bisognerebbe fare un’eccezione e rilevare l’importanza che hanno avuto le massicce mobilitazioni delle Diades (l’11 settembre, la ricorrenza nazionale catalana, N.d.T.) o delle giornate del 2014 e dell’1 e 3 di ottobre del 2017 in Catalogna, che hanno espresso le aspirazioni nazionali e l’esigenza del diritto democratico a decidere di un intero popolo, generando la maggior rottura conosciuta nella trama del regime del ’78 sino a convertirsi nel suo principale fattore di crisi. Sono stati momenti in cui la sinistra politica -compresi Podemos e i suoi alleati in Catalogna- non ha saputo approfittare dell’occasione d’oro per porsi alla testa del maggior movimento popolare, di massa e democratico degli ultimi decenni nello Stato spagnolo, disputandone l’egemonia agli altri attori politici.

Ma Podemos è invecchiato rapidamente, sino ad arrivare alla senescenza, perché ha finito con l’accettare il quadro discorsivo e i limiti della Costituzione del 1978, dell’economia di mercato e dell’Unione Europea come unico orizzonte possibile. Ciò ha determinato il fallimento del progetto di Podemos e una sconfitta per la sinistra che l’aveva portato avanti. Nonostante tutto, è stato inevitabile provarci. E opportuno.

Il 15M (punti di forza e di debolezza) nella genealogia e ragione d’essere di Podemos

L’irruzione del movimento delle e degli indignados il 15 maggio del 2011 nelle piazze e nelle strade di Madrid, ma che immediatamente si estese a tutte le città dell’insieme dello Stato spagnolo, comprese la Catalogna, Euskal Herria e la Galizia, rappresentava l’apparizione sulla scena della mobilitazione sociale di una nuova generazione che non si identificava con i partiti parlamentari (“non ci rappresentano”), si vedeva particolarmente colpita dalle politiche di austerità (“questa crisi non la paghiamo”), si scontrava con le élite finanziarie che si beneficiavano degli aiuti statali per salvare la banca (“questa non è una crisi, è una truffa”) e denunciava i limiti del regime politico (“la chiamano democrazia e non lo è”).

E’ stato quindi un movimento con una vocazione anti-regime, configurato intorno a richieste democratiche-radicali, che è riuscito a mettere in discussione il modello bipartito imperfetto incarnato dal PSOE e dal PP ma anche l’avvicendamento nel governo dello Stato, ora socialista, ora conservatore, ed il modello elettorale. Ma si era costituito anche come movimento contro l’austerità delle politiche economiche e sociali depredatrici e contrarie alla sovranità popolare, in particolare dopo la riforma dell’articolo 135 della Costituzione ed i salvataggi della Banca spagnola, che avevano significato un investimento pubblico oggi stimato dalla Banca di Spagna in sei miliardi e mezzo di euro. Per queste ragioni il 15M, anche se in forma elementare, rivendicava un’altra economia, un altro modello di società ed la necessità di una nuova Costituzione. Questo è stato il suo grande contributo e la sua grande dimostrazione di energia creativa, basata sull’attività di settori di massa. Il 15M è giunto a conquistarsi la simpatia della maggioranza della popolazione, stufa del periodo di austerità iniziato nel 2008 e della sclerosi politica del sistema.

Il 15M ha rappresentato una critica alla totalità dei partiti e dei sindacati del sistema ed ha aperto la strada ad una mobilitazione popolare sostenuta da diversi settori (le cosiddette maree dell’istruzione, della sanità, della funzione pubblica, ecc.), che si è sviluppata relativamente al margine delle burocrazie e con nuove forme di organizzazione e coordinamento. Il movimento 15M ha generato forme di lotta insubordinate a livello di massa di nuovo tipo, basate sulle assemblee come matrice organizzativa, che ben presto hanno superato le organizzazioni tradizionali. Al 15M si sono sommati gli attivisti ecologisti, le femministe e settori giovanili che compivano le prime esperienze.

Bisogna sottolineare in modo particolare che il 15M, grazie alla sua critica del regime del ’78, ha reso possibile il dibattito sulla necessità di una rottura democratica e l’apertura di un processo destituente/costituente che, col trascorrere del tempo, ha portato Anticapitalistas ed altri settori a parlare al plurale, dato che serviva un insieme di processi costituenti da coordinare, che tenesse presente l’esistenza di una questione nazionale e non solo la dimensione generale dello Stato spagnolo.

Ma il 15M ha anche mostrato i limiti di un movimento sociale senza un’espressione politica e, concretamente, una rappresentazione elettorale. Nel 2013, la situazione politica era bloccata. Rapidamente, fra i settori più avanzati dell’attivismo, era iniziato il dibattito sulla necessità di uno strumento politico. Anche se tutti erano d’accordo che nessuna forza politica che si fosse creata si sarebbe potuta arrogare la rappresentanza del movimento 15M, non c’è dubbio che Podemos incarnasse lo spirito delle e degli indignados.

Il dilemma di Anticapitalistas

Nei mesi che avevano preceduto la nascita di Podemos, all’interno di Anticapitalistas il dibattito su cosa fare si era strutturato intorno a tre posizioni. Una prima difendeva la costruzione di un fronte di sinistra o di un’alleanza tattica con IU, che possedeva come principale inconveniente la recente storia di subalternità di questa organizzazione al Partito Socialista, sia su accordi pre-elettorali a scala statale sia nell’esperienza unitaria di governo in Andalusia e in molti municipi ed anche il suo crescente discredito fra i giovani di sinistra. Un’altra proponeva di dar vita a un fronte di organizzazioni della sinistra radicale, tutte piuttosto piccole -salvo nei Paesi Baschi e parzialmente in Catalogna-, scarsamente radicate e con caratteristiche piuttosto settarie, cosa che avrebbe significato per Anticapitalistas di collocarsi al margine dell’ampia corrente di radicalizzazione di massa sorta dal 15M.

Una terza, difesa dalla direzione, proponeva di creare un’iniziativa di nuovo tipo, dato che considerava che le strutture della sinistra esistenti in quel momento non erano utili per compiere un salto che portasse sul piano politico la lotta sociale. Quest’ultima opzione alla fine diventò quella maggioritaria. All’interno di Anticapitalistas -e del precedente Espacio alternativo- esisteva un dibattito sulla necessità di sostenere la nascita di organizzazioni anti-neoliberiste di massa, democratiche e con la capacità di dare battaglie elettorali in forma complementare alle lotte sociali portate avanti dai movimenti. Per questo, al concepire Podemos, si dette grande importanza all’idea di partito/movimento, strutturato a partire dalla base con quelli che poi si sarebbero chiamati circoli.

Al contrario di altri settori di sinistra, Anticapitalistas, così come non era stata un’organizzazione diffidente nei confronti del 15M, era stata anche la prima a porsi la necessità e la possibilità di compiere un salto politico, perché considerava che questa iniziativa politica non avrebbe rappresentato un freno alle mobilitazioni che, tra l’altro, incominciavano a mostrare sintomi di esaurimento a causa della repressione dello Stato e del recupero di certe iniziative da parte dei partiti del regime, che cominciavano ad uscire dallo sconcerto e dall’iniziale paralisi nei confronti di una protesta tanto estesa come inaspettata. Al contrario, Anticapitalistas considerava che fosse urgente e possibile canalizzare tutta l’energia sorta dal 15M verso una nuova battaglia che potesse sbloccare un panorama politico che obbiettivamente funzionava come un lucchetto. Effettivamente, esisteva un gran potenziale nel settore sociale e politico senza rappresentazione. Sotto questo aspetto, Anticapitalistas ebbe la grande idea e l’audacia tattica di portare avanti l’iniziativa Podemos, la cui portata e natura erano di tale ampiezza da mettere a dura prova tutte le forze e le capacità dell’organizzazione.

Che sarebbe successo se Anticapitalistas non l’avesse fatto? Non lo possiamo sapere perché questa ipotesi non si è verificata. Quello che sappiamo è che i gruppi della sinistra radicale che non si erano vincolati a Podemos si sono suicidati con il cappio del settarismo. Magari Anticapitalistas avrebbe continuato per la strada dell’insignificanza politica in cui si sono trovati buona parte dei gruppi che sono rimasti fuori da questo processo. Probabilmente non avrebbe moltiplicato le sue forze militanti e non avrebbe goduto dell’amplia popolarità dei suoi portavoce pubblici. Non avrebbe esteso la sua organizzazione a tutte le Comunità autonome. Non avrebbe potuto organizzare atti politici di massa, sia presenziali sia quelli online che ha realizzato durante la pandemia del Covid-19. Nessuna delle sue proposte sulla questione nazionale o sulla diseguaglianza sociale avrebbe avuto l’impatto mediatico che ha avuto. Non avrebbe potuto determinare l’agenda politica fra l’avanguardia, né si sarebbe convertita in un rifermento ideologico e politico per i settori più coscienti dell’attivismo. Non avrebbe potuto effettuare l’esperienza del lavoro a partire dalle istituzioni locali, regionali ed europee in chiave anti-austerità e democratica a favore delle classi popolari. Su questo punto bisognerebbe segnalare che presto Pablo Iglesias ed il suo gruppo incominciarono ad ostacolare, mediante l’uso abusivo di regolamenti poco democratici, la possibilità di rappresentazione anticapitalista nel Parlamento statale, in cui c’è stata una presenza limitata e solo per una legislatura.

Ma queste ed altre questioni che appartengono all’attivo di Anticapitalistas non possono nascondere due problemi: 1) il già citato, per il quale il progetto di Podemos è fallito e che le tesi di Anticapitalistas sono state sconfitte; 2) che sono stati commessi errori importanti da parte di Anticapitalistas in questo processo, che hanno aiutato il successo delle posizioni di Pablo Iglesias. Per questo conviene ricordare e ricostruire criticamente la narrazione della storia di Podemos e fare il bilancio dei passi compiuti da Anticapitalistas per ottenere una visione d’insieme e poter capire anche l’altra grande decisione: quella di abbandonare Podemos e di portare avanti Anticapitalistas come un nuovo soggetto politico.

Il fenomeno Podemos con tutta la sua complessità

La principale caratteristica di Podemos è che ha raccolto il sentimento di indignazione esistente dopo la crisi del 2008 e la percezione, socialmente diffusa, che una minoranza era uscita da questa crisi avvantaggiata grazie al fatto che una maggioranza aveva perso molto. E che questo problema sociale era intimamente legato alla questione democratica; Pablo Iglesias, il 22 novembre 2014, nel suo momento massimo di radicalizzazione, quando i sondaggi davano Podemos come prima forza politica, con un linguaggio nettamente populista di sinistra ma funzionale alle posizioni della sinistra rivoluzionaria, affermava che: “la linea di frattura oppone adesso quelli che, come noi, difendono la democrazia (…) e quelli che sono al fianco delle élite, delle banche, del mercato; esistono quelli di sotto e quelli di sopra, una élite e la maggioranza”.

Un’altra caratteristica singolare della nascita di questa formazione politica è stato il ruolo rilevante e determinante svolto da una piccola ma attiva organizzazione marxista rivoluzionaria, Anticapitalistas, nella creazione e nella prima tappa di sviluppo di Podemos. Sia il documento di fondazione “Tocca muoversi, convertire l’indignazione in cambiamento politico”, sia il programma elettorale per le elezioni del Parlamento Europeo del 2014 riflettono, nonostante i logici compromessi di linguaggio quando culture diverse convergono, l’egemonia delle impostazioni marxiste rivoluzionarie nelle riunioni ed assemblee dei militanti. Allo stesso tempo, è stato imprescindibile il concorso di Anticapitalistas su altri terreni: dare legittimità alla proposta elettorale nei confronti della sinistra sociale, offrire i primi mezzi finanziari, mettere a disposizione del progetto la piccola struttura organizzativa e portare avanti l’organizzazione degli iscritti di base -i circoli- in quasi tutto il territorio dello Stato spagnolo.

La terza caratteristica è che Podemos è nato come un partito sommamente aperto all’integrazione di correnti diverse della sinistra sociale e politica, cosa che presto si è tradotta nell’integrazione di settori che stavano rompendo con IU, incapace di uscire dalla propria crisi e di offrire alternative alle richieste di una nuova generazione di attivisti, così come nell’interesse che aveva suscitato nei movimenti sociali, specialmente nei settori dell’ecologia politica e del femminismo. Ed ha captato l’attenzione della generazione dei ventenni, estranea alla politica.

Tre erano le condizioni si ne qua no affinché il progetto di Podemos potesse costruirsi e fosse utile. Che mantenesse la sua radicalità discorsiva; che stabilisse legami organizzativi stabili con i settori operai e popolari con maggior coscienza e combattività e che si configurasse internamente in forma democratica per rendere possibile la discussione, la partecipazione degli iscritti nelle decisioni e la coesistenza creativa e fraterna di un’ampia pluralità ideologica e politica, presente sin dall’inizio al suo interno. Questa pluralità comprendeva aspetti molto diversi, con uno spettro di differenze più ampio di quello che presentavano le sue tre componenti politiche principali, raggruppate intorno alla figura di Pablo Iglesias, a quella di Iñigo Errejón e a Anticapitalistas, i cui portavoce pubblici più conosciuti erano Teresa Rodríguez e Miguel Urbán.

Sin dall’inizio, Podemos si è trasformato in un campo di battaglia interna fra le sue tre anime. Quella rappresentata dalla corrente anticapitalista -più ampia dell’organizzazione che la sosteneva-, proclamava l’importanza del programma e dell’organizzazione nella costruzione corale del nuovo partito, così come la necessità di portare avanti l’auto-organizzazione e la mobilitazione sociale, il radicamento fra il popolo lavoratore e la combinazione di questi compiti con una lenta accumulazione elettorale e istituzionale, che avrebbe dovuto porsi al servizio di questi obiettivi mediante un rapporto bidirezionale partito-popolo lavoratore.

Contro questa proposta si era nel frattempo costituita un’alleanza fra il settore populista di sinistra di Iñigo Errejón ed il settore di Pablo Iglesias nella prima assemblea cittadina di Podemos, nota come Vista Alegre I (per il luogo ove si svolse). Questa alleanza si era concretizzata nella nascita di una combriccola burocratica composta dalle due frazioni, in costante rimodellamento a seconda della relazione di forze interna, che si era posta come missione il controllo assoluto di Podemos. L’obiettivo a breve termine dell’alleanza era di battere le posizioni marxiste rivoluzionarie. L’obiettivo specifico di Pablo Iglesias era quello di presentarsi come leader indiscutibile, con una totale autonomia, senza esporre alcun progetto se non quello di realizzare il sorpasso elettorale del Partito socialista ed arrivare rapidamente al governo. Per questa ragione, non ebbe mai dubbi nel radicalizzare o moderare il suo discorso a seconda delle circostanze. Non propose mai un progetto di società, un programma di governo o una strategia da seguire, né si presero in considerazione le condizioni e le misure per affrontare gli attacchi del capitale. Non si trasse neppure una lezione dall’intervento della Troika nel caso greco di Syriza. La vecchia confusione riformista fra accedere al governo e possedere il potere si ripeteva, questo sì, con discorsi radicali che connettevano con lo spirito contestatore del momento. Tutta la sua azione politica è stata guidata, con un discorso più o meno di sinistra, dal desiderio di esercitare una iper-leadership personale, imitando semplicisticamente gli aspetti meno interessanti dell’esperienza bolivariana ma anche da ciò che si potrebbe definire come un relativismo programmatico, che permetteva di tirar fuori e far sparire un’altra volta in un gran cilindro da prestigiatore proposte diverse a seconda dell’opportunità tattica del momento, senza nessun rapporto con un progetto di società né delle strategie per raggiungerlo. L’ipotesi strategica era “siamo nati per governare”, cioè l’accesso al governo come fine in sé stesso.

In questo compito, Iglesias aveva trovato in una prima tappa un alleato assolutamente funzionale in Errejón, in quell’epoca seguace delle tesi di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe [2] sulla totale autonomia del politico e sulla negazione del ruolo che, per i marxisti, svolgono le classi sociali e le dispute economiche nei confronti del modo di produzione capitalista. Per tanto, da parte di questo settore, i discorsi e addirittura gli articoli sulla stampa si riempivano di astratte disquisizioni sulla costruzione del soggetto popolo, mediante la creazione di una base elettorale interclassista, ideologicamente trasversale, intorno all’appello ai sentimenti verso un leader capace di guidare il popolo contro un’esigua minoranza oligarchica. Tutto ciò comportava accettare il superamento delle categorie sinistra e destra o delle analisi di classe, ecc. Errejón teorizzava la possibilità di una rapida vittoria elettorale alla quale bisognava subordinare tutto il resto: efficacia versus democrazia, gerarchia versus organizzazione di base nei circoli, macchina da guerra elettorale (espressione letteralmente formulata) versus partito di massa, partecipazione plebiscitaria versus discussione democratica. Dopo la prima vittoria interna della cricca, i circoli non hanno più avuto la capacità di prendere decisioni e l’elezione delle direzioni si è realizzata al margine degli stessi, attraverso il voto online di persone che si iscrivevano con un formulario sul sito web. Questo era l’unico impegno richiesto agli iscritti. Elezioni personaliste e senza dibattito. Era una scelta assolutamente antitetica rispetto a quella del partito militante e a quella del partito di massa organizzato; impossibile, quindi, il controllo e la revoca dei dirigenti da parte delle basi.

Queste teorizzazioni non hanno supposto un dibattito teorico e ideologico né in ambito accademico né in ambito politico, oltre a quello che ha potuto realizzare una minoranza molto impegnata nella costruzione di Podemos, con questa o quella posizione, o in difesa dell’establishment bipartito. Le elezioni politiche spagnole del 2015 e del 2016, anche se avevano registrato un risultato importante per Podemos, non avevano portato all’agognato sorpasso. Anzi, era cominciato il declino elettorale, di pari passo alla ricerca del voto mediante l’abbandono di qualsiasi radicalità. Il momento populista -laclauiano, diffuso nello Stato spagnolo da Chantal Mouffe dalle pagine del principale quotidiano statale, El País [3]- si era ridotto alla mera moda populista. Le urne avevano ridotto in cenere le teorizzazioni.

Nel seguente congresso, a Vista Alegre II, il settore di Iglesias aveva compiuto una svolta a sinistra epurando il settore di Errejón. Lo scontro fra questi due apparati burocratici per il controllo del partito esprimeva quello che Jaime Pastor ed io avevamo così descritto “Pablo Iglesias vs Iñigo Errejón: fra l’eurocomunismo redivivo e il neo-populismo di centro” [4]. Per valutazioni come quella di Emmanuel Rodríguez, lo scontro era più un’espressione dell’ideologia e della concezione della politica podemita intesa come mera generazione di élite, lotta fra le stesse e compimento delle aspirazioni delle componenti universitarie di una classe media progressista senza futuro[5].

Il grado di scontro settario fra le due frazioni degli ex alleati sulla stampa e i social, prima dell’inizio della seconda assemblea cittadina, era arrivato a mettere in forse lo svolgimento della stessa. Nonostante l’ambiente generale un po’ folle, l’assemblea si svolse grazie allo sforzo e al buon senso di Anticapitalistas, così come un giornalista, Raúl Solís -non molto amico del marxismo rivoluzionario- descrisse in una sua cronaca, sorprendendosi che la sinistra marxista rivoluzionaria potesse avere un atteggiamento sensato (sic) [6]. Per qualche mese, la svolta a sinistra di Pablo Iglesias venne incontro alla politica di Anticapitalistas. Ma alla fine Iglesias attaccò il pluralismo. In primo luogo emarginò Errejón, vero Epimeteo di questa storia che, quando si rese conto del tipo di partito che aveva contribuito a creare ed ebbe modo di toccare con mano quello che sgorgava dal vaso di Pandora di Podemos, decise la rottura per ragioni politiche ma soprattutto perché non aveva più spazio in un’organizzazione senza democrazia. Subito dopo incominciò l’epurazione, mediante misure burocratiche, di Anticapitalistas.

E immediatamente iniziò un’evoluzione, con svolte a destra e a sinistra, di Pablo Iglesias verso le sue concezioni giovanili di radici eurocomuniste: addirittura recuperò la memoria storica di Santiago Carrillo, il dirigente del Partito Comunista spagnolo (PCE) che, insieme a Enrico Berlinguer del PCI italiano e a George Marchais, del Partito Comunista Francese, furono i padri dell’eurocomunismo, la nuova forma (essi stessi la chiamarono così) per poter accedere al governo attraverso il sistema parlamentare. Iglesias cominciò a rivendicare le bontà della Costituzione spagnola come scudo socialdemocratico, come se questa potesse essere fatta a pezzetti e ciascun articolo non avesse una stretta relazione con gli altri o non rispondesse ad una logica di legittimazione del regime liberale post franchista. Su un tema-chiave come questo si è passati, come si è analizzato in altri articoli di Viento Sur, dalla critica radicale della Costituzione alla parziale riforma della stessa “quando sarà possibile”. Anche se Pablo Iglesias usava nel suo discorso il bagaglio concettuale di Laclau, probabilmente non ne è mai stato uno zelante discepolo ma semplicemente il massimo beneficiario. Le teorie dell’intellettuale post marxista si sposavano bene con la via elettoralistica al potere e con il ruolo preminente di Iglesias in questo processo. Gli appelli astratti alla democrazia come lo strumento per trasformare la società nell’ambito delle istituzioni della democrazia liberale -che non vengono messe in discussione- conducono all’impotenza del populismo di sinistra e dell’eurocomunismo nel tentativo di governare migliorando sostanzialmente, in forma duratura, le condizioni di vita della gente in una situazione di crisi economica; ancor meno per trasformare la società. Ha ragione Stathis Kouvelakis quando critica Laclau perché il suo concetto di democrazia radicale, che esclude la rottura con l’ordine socioeconomico capitalista e con i principi della democrazia liberale, suppone un’autolimitazione. E ricorda che, al contrario di quanto afferma Laclau, è la lotta di classe che agisce come “agente di reificazione del soggetto politico” e non la cosiddetta “ragione populista” [7].

In ciascuna delle seguenti elezioni, comprese quelle del 2019, in cui Pablo Iglesias ha diretto l’alleanza di Podemos con IU, denominata Unidas Podemos (UP), la perdita di voti e seggi è stata costante e schiacciante. Il peso e la presenza sui mass media era diminuito: Podemos non segnava più l’agenda politica né i temi del dibattito pubblico e il prestigio dell’organizzazione -che all’inizio era molto alto- scemava ad ogni sondaggio d’opinione. Cominciava così la ricerca disperata di spazi più tradizionali della sinistra e del centro sinistra a caccia del voto mancante. Stesso risultato -e destino- conoscerà Más País, la scissione di Iñigo Errejón. Se all’inizio Podemos aveva avuto una grande capacità d’attrazione con il suo discorso critico e vincente, i risultati elettorali trasformarono questo impeto in un crudo e possibilista “siamo nati per governare”. Questa svolta si è vista favorita dal processo di involuzione politica di IU con la vittoria delle tesi “governative” e la sua crescente subordinazione a Podemos. UP ha abbandonato qualsiasi velleità di mantenere un profilo proprio e differenziato di sinistra e ciò si è tradotto simbolicamente nella sua difesa a oltranza di Nadia Calviño (ministra delle Finanze del governo del PSOE/UP, N.d.T.), sia nei confronti dell’Unione Europea sia, nei fatti, nello stesso paese.

La debolezza e gli errori di Anticapitalistas

Il risultato dello scontro riformisti/rivoluzionari all’interno di Podemos non era scontato in partenza. Insieme alle difficoltà per portare avanti una politica anticapitalista all’interno di Podemos, esistevano anche le possibilità reali di farlo. Però questo esigeva uscire dalla zona di comfort in cui tante volte si installano i gruppuscoli e le sette della sinistra radicale, che si limitano all’attività di auto-costruzione, alla denuncia del resto degli agenti politici ed al propagandismo senza la volontà né la capacità di dar vita a progetti politici per l’azione di massa o rispetto alla stessa. Anticapitalistas ha fatto invece una forte scommessa, ha avuto audacia ed ha dispiegato tutto il suo potenziale programmatico e tattico.

Il compito era erculeo: far sorgere dal nulla un partito di massa in una situazione di crisi sociale ma con scarsa cultura e tradizioni di militanza organizzata. In un contesto di crisi del regime politico -data la forte critica dei giovani e l’ampiezza del conflitto catalano con lo Stato spagnolo- ma con gli apparati dello Stato post franchista incolumi, senza fratture. Con una crisi del sistema bipartito che provocava una situazione di ingovernabilità ma con un Partito socialista stabilizzatore, che manteneva la fiducia, intaccata ma ancora maggioritaria, del popolo della sinistra… In queste condizioni, la costruzione dell’alternativa era una missione difficile. I fattori che spiegano lo spiraglio di opportunità esistente per la costruzione di Podemos potevano funzionare anche come suo tallone d’Achille: per esempio, gli anni di distruzione e retrocesso della coscienza del movimento operaio e del crollo della sinistra politica riformista e rivoluzionaria e, soprattutto, il fatto che non si era ancora prodotta una crisi organica. Tutto ciò rendeva oggettivamente difficile il successo del progetto di Anticapitalistas per fare di Podemos uno strumento emancipatore.

Tuttavia, bisogna sottolineare alcuni errori e debolezze che, al margine delle difficoltà oggettive, hanno danneggiato Anticapitalistas. Un primo sbaglio è stato quello di accettare, nei fatti, lo stretto quadro che la clique aveva imposto mediante la legalizzazione in forma semi-clandestina e opportunista di statuti antidemocratici e gerarchici che concedevano la titolarità giuridica al gruppo di Iglesias. Con questa manovra si cercava di nascondere Anticapitalistas come soggetto politico fondatore e presentare i suoi militanti come cospiratori esterni, entristi e nemici del progetto (sic) che essi stessi avevano creato! Ricordi il lettore la fotografia del meeting di Lenin e Trotsky in cui l’immagine di quest’ultimo venne censurata e modificata da Stalin in uno sfoggio di magia fotografica per cancellare la memoria e patrimonializzare la rivoluzione. Qualcosa del genere è avvenuto all’interno di Podemos. Come si potrebbe qualificare questo atteggiamento di Anticapitalistas? Esiste solo un termine: ingenua fiducia irresponsabile.

C’è stata una sopravvalutazione volontaristica della capacità d’azione delle nostre modeste forze militanti organizzate, non tanto per strutturare l’iniziale risposta spontanea e massiccia delle e degli attivisti, ma di fronte alle leadership costruite sui mass media ed al vincolo plebiscitario esistente (e incoraggiato) fra il leader carismatico e le masse, in mancanza di un processo profondo di politicizzazione, di formazione dei quadri, di strutturazione sistematica della militanza e del rapporto organico con ampi settori del popolo della sinistra ma in presenza di un intenso sentimento di necessità del cambiamento e di nuove direzioni, di nuovi rappresentanti. Questo fattore è stato determinante rispetto al livello di autonomia che aveva raggiunto Pablo Iglesias nella sua figura di segretario generale -che viene eletto al margine del resto della direzione in forma plebiscitaria- per imporre la sua dinamica a Podemos, isolare qualsiasi proposta di strutturazione democratica e giustificare qualsiasi tipo di viraggio politico in funzione dei propri interessi in ogni circostanza.

Erano i tempi in cui Podemos aveva messo in piedi il chiamato -da Santiago Alba- “commando mediatico” che, per un breve periodo, aveva rivoluzionato efficacemente la comunicazione politica, sia sui social sia nel suo rapporto con i mass media audiovisivi. Di questo dispositivo di partito se ne era però appropriato in esclusiva il tandem Iglesias -Errejón. Nei confronti di questa situazione, Anticapitalistas -dato che l’accesso alle risorse di Podemos le era stato bandito dalla cricca burocratica- non aveva organizzato neppure un embrione di sistema di comunicazione, pur modesto, che permettesse di esprimere le proprie posizioni sui mass media e sulla rete in forma autonoma. Per molto tempo, ciò ha costituito uno degli ostacoli più importanti che ha frenato la sua attività.

Il neocaudillismo nello Stato spagnolo si era ispirato ideologicamente, politicamente ed organizzativamente alle esperienze populiste latinoamericane, oggi in caduta libera, ma la direzione di Podemos ne aveva difeso la necessità “congiunturale” e “strumentale” – fingendo di farlo controvoglia- con il mantra della sua opportunità nei confronti della “logica elettorale e della comunicazione nella società del XXI secolo”. Il problema che arrivò dopo, legato al precedente e che Anticapitalistas non aveva riconosciuto in tempo, è che questa specie di neo-autocrazia connetteva assai bene con settori provenienti da esperienze post-staliniste e con quelli più spoliticizzati, che accettavano di buon grado la gerarchizzazione dell’organizzazione, della quale molti di loro iniziarono a autodefinirsi soldati.

Questo rapido processo di burocratizzazione si era visto favorito perché alcuni settori di attivisti di sinistra dei movimenti sociali, carenti di sufficiente coscienza politica, avevano guardato inizialmente con disprezzo Podemos ed il settore anticapitalista non aveva potuto contare col loro aiuto nel momento cruciale. Dopo il successo elettorale del nuovo partito vi si erano avvicinati, accecati dal suo fulgore come le zanzare con la luce. Era tardi per modificare in chiave democratica l’organizzazione. Senza un orizzonte politico chiaro, alcuni si sono adeguati alla nuova situazione, altri semplicemente hanno cercato un impiego negli interstizi delle istituzioni e la maggioranza ha abbandonato Podemos insieme alla gran parte di coloro che vi si erano iscritti.

In questa contesto, Anticapitalitas commesse un errore in Vista Alegre I. Dato che il fulcro della disputa era sul modello organizzativo, aveva concentrato i suoi sforzi quasi esclusivamente sull’offrire risposte alla questione democratica interna, faccenda realmente importante, ma senza portare avanti con sufficiente energia la battaglia per un progetto politico, per poter così aggregare intorno a Anticapitalistas le correnti di radicalizzazione esistenti. Una lezione di allora per il futuro: stabilire il rapporto fra progetto politico e aspirazione a una società ecosocialista e femminista è la condizione essenziale per costruire i raggruppamenti politici strategici che dovranno porsi l’orizzonte di società post-capitaliste. Solo in questo modo si potrà creare ed unificare un blocco storico antagonista. Anticapitalistas non è riuscita a mettere al centro della costruzione di Podemos questa problematica e ciò ha permesso alla direzione di Podemos di manovrare e di cambiare a suo piacimento le posizioni politiche e, quindi, di definire gli obiettivi in funzione dei suoi interessi immediati.

Ma la questione fondamentale è che se il compito era erculeo, Anticapitalistas non solo aveva un deficit di carattere numerico ma anche relativo al suo radicamento sociale e, ancora più importante, nel grado di coesione politica che aveva prima di iniziare il progetto che proponeva la direzione del partito. Per questa ragione, si era registrata qualche defezione di settori meno audaci, più settari ed estremisti che dopo poco scomparvero. Ma c’erano state perdite anche in un settore che aveva ridotto le proprie aspettative alla via elettoralistica e che aveva smesso di considerare necessaria l’esistenza dell’organizzazione marxista rivoluzionaria all’interno di una più ampia.

La direzione di Anticapitalistas aveva fatto una buona lettura della situazione, che portava alla conclusione di fondare Podemos, ma non dei requisiti politici per affrontare questo salto. Su tale questione, e pensando ai compiti post-Podemos, si può tratte una lezione: la necessità di contare con un’importante preparazione ideologica e strategica di partito prima di concretizzare decisioni di questa portata. Ma, dato che non si possono prevedere magicamente ne predire scientificamente le situazioni in cui si presenteranno i nuovi squarci e le nuove opportunità che permetteranno salti qualitativi, è imprescindibile creare coscientemente e in modo pianificato una consistenza di partito interna superiore a quella che avviene in forma spontanea e routinaria. Ciò deve costituire un compito centrale e costante che sarà di grande utilità per agire tutti insieme, con un preciso pensiero strategico, ingegno tattico e creatività organizzativa, in modo che le opportunità e le possibilità si trasformino in punti di forza e realtà.

Ci vedremo nelle lotte

Come spiegava Raúl Camargo in un’intervista [8], le ragioni di fondo dell’uscita di Anticapitalistas da Podemos sono due. Da un lato, l’inesistenza di vita interna democratica in un’organizzazione i cui organi si riuniscono poche volte né discutono, in cui non si rispetta la proporzionalità per l’elezione delle cariche della direzione interna o nelle candidature elettorali decise dal segretario generale, tutti fattori che impediscono lo sviluppo di una vita organica pluralista. D’altra parte, perché il processo di accettazione del quadro costituzionale del regime del ’78 e dell’adattamento flessibile all’economia di mercato del gruppo di Iglesias è andato di pari passo ad un avvicinamento al PSOE, che è culminato con la formazione di un governo congiunto in cui UP svolge un ruolo subordinato e secondario.

Gli accordi sulla Legge finanziaria fra UP e PSOE ed il programma di governo di coalizione sono stati subordinati alle richieste del Patto di Stabilità e Crescita. Si tratta di un governo che, sotto l’attento sguardo e l’egemonia di Nadia Calviño, porta avanti una politica economica e sociale determinata dai limiti che ogni volta decide la Commissione Europea, il Consiglio, l’Euro-gruppo o la BCE. E’ innegabile l’anima sociale che ispira Podemos, ma le sue proposte -e così si è dimostrato durante la pandemia- hanno una portata limitata. Le misure in difesa dei meno abbienti sono necessarie come palliativi ma insufficienti, quelle inerenti al mercato del lavoro hanno tutte una data di scadenza, conducono a un indebitamento ancora più grande delle arche statali e sono un sollievo per i profitti delle imprese.

Nella breve esperienza del cosiddetto governo di progresso, UP ha realizzato una valanga di concessioni, rinunciando addirittura a punti del programma accordati con il PSOE ed ha consentito in silenzio importanti arretramenti politici e decisioni economiche. Una delle prossime prove sarà il suo atteggiamento verso la palese crisi dell’istituzione monarchica, che non sarà battuta solo con dichiarazioni in sede parlamentaria.

A poco serve riunire il popolo, fare appello agli interessi della gente, avere presenza elettorale o formar parte di un governo se non è intorno a un progetto che metta fine alla sua alienazione. Quello che, a maggior ragione, ci obbliga a ricordare categorie come “classe sociale” o “sfruttamento”; a concepire la maggioranza sociale non come somma aritmetica di individui ma come aggregato algebrico della classe lavoratrice con tutti i settori sociali che hanno conti in sospeso col sistema e che possono configurare un nuovo blocco egemone. In altre parole, concepire il popolo come reale soggetto politico antagonista e candidato al potere in tutti i sensi. Questo è molto diverso dal circoscrivere le sue conquiste alla mera occupazione di poche e marginali cariche ministeriali da parte di una nuova élite di giovani politici di professione.

Podemos si è trasformato in un apparato elettorale plebiscitario che, anche se rappresenta una parte della sinistra -in forma decrescente, comunque-, è un ostacolo allo sviluppo dell’auto-organizzazione popolare. Da un lato, perché la sua direzione ha ridotto la lotta politica alla contesa puramente istituzionale; dall’altro, perché ha un rapporto strumentale con le organizzazioni sociali. Tutto ciò è complementare e funzionale all’orientamento “governista” di Iglesias, caratterizzato dal governare a tutti i costi, per inserirsi nella struttura di gestione progressista dell’apparato dello Stato, limitando l’agenda di lavoro a criteri possibilisti e rinunciando all’obiettivo della trasformazione del sistema politico, economico e sociale; assumendo costantemente la logica del mal minore, come si può verificare in questo momento con la gestione della crisi sociale post Covid-19.

In sintesi, l’attuale radiografia di Podemos è quella di un partito gerarchizzato i cui organi direttivi non hanno vita, identificati con il gruppo parlamentare e con i membri del governo, un partito che ha perso quasi totalmente la propria base militante -quella che aveva conquistato alla sua nascita- e che ha ridotto la propria azione politica alla presenza istituzionale carente di idee e di proposte trasformatrici. Il suo principale oggetto di riflessione è la propria ubicazione nella struttura dello Stato e nei labirinti interni dello stesso Podemos. Un partito che, nella classificazione che fece Antonio Gramsci nelle sue Noterelle sulla politica del Machiavelli si dedica alla “piccola politica”, a “le questioni parziali e quotidiane che si pongono all’interno di una struttura già stabilita dalle lotte di preminenza fra le diverse fazioni di una stessa classe politica”. Ed ha abbandonato la “grande politica”, quella che realmente “tratta di questioni di Stato e di trasformazioni sociali”. Ed è incorsa nell’errore -di cui già avvisava Gramsci- per cui “qualsiasi elemento della piccola politica” si converte “in questione di grande politica”.

Non sono buone notizie. L’attuale situazione politica non favorisce le posizioni di sinistra, presenta grandi difficoltà e sfide in assenza della mediazione di un partito di massa. Ma questa constatazione non può far dimenticare gli aspetti positivi sopra ricordati sull’esperienza fatta da Anticapitalistas, che rende possibile che l’organizzazione marxista rivoluzionaria possa continuare a svolgere, come propone Brais Fernández [9], un ruolo attivo nella crisi del regime del ’78. Per farlo, dovrà dare vita a nuove alleanze politiche e sociali contro le politiche d’austerità, continuar lavorando per la creazione di nuovi raggruppamenti anti-neoliberisti con un’influenza di massa, come Adelante Andalucía, promuovere l’organizzazione di lotte sindacali, sociali, ecologiste, femministe e giovanili e in difesa del pubblico, ed essere un riferimento ideologico e culturale nei dibattiti esistenti per definire un nuovo progetto eco-femminista e sociale.

*membro di Anticapitalistas e del Comitato consultivo della rivista Viento Sur. La traduzione in italiano è stata curata da F. Dogliotti per Sinistra Anticapitalista.

1. Izquierda Anticapitalista aveva partecipato al processo di creazione di Podemos negli anni 2013 e 2014 e poi era passata a denominarsi Anticapitalistas. Dato che esiste un’assoluta continuità politica e organizzativa fra le due denominazioni, uso il nome di Anticapitalistas nel corso dell’articolo per comodità personale e per agevolare la sua comprensione ai lettori. Per conoscere meglio questo passaggio formale, https://vientosur.info/spip.php?article9779
2. All’improvviso, per un breve periodo, le vetrine delle librerie si erano riempite delle opere di Laclau come La ragione populista. Egemonia e strategia socialista, di Laclau e Mouffe o Costruire il popolo. Egemonia e radicalizzazione della democrazia, di Mouffe e Errejon. Ciò di cui non sono sicuro è il loro successo fra i lettori.
3.https://elpais.com/elpais/2016/06/06/opinion/1465228236_594864.html https://vientosur.info/spip.php?article14555
4. https://vientosur.info/spip.php?article14555
5. https://vientosur.info/El-podemismo-como-problema-y-como-ideologia
6. http://www.huffingtonpost.es/raul-solis-/la-cordura-de-los- anticap_b_14635506.html ncid=engmodushpmg 0000 0009
7. https://www.vientosur.info/spip.php?article14995
8. https://www.eldiario.es/politica/raul-camargo-podemos-gobierno-psoe_1_5963428.html
9. https://vientosur.info/Y-despues-de-Covid19-que-hacemos-Notas-para-una-discusion-en-la-izquierda

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