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Il ripristino dei diritti politici dell’ex-presidente Lula ha scosso la società brasiliana. Le analisi si concentrano essenzialmente sull’operazione giudiziaria Lava jato e le prospettive elettorali per il 2022.
La narrazione del fronte progressista ha sottolineato, per anni, la persecuzione giudiziaria di Lula da parte del Lava jato, in particolare ad opera dell’ex-giudice ed ex-Ministro della giustizia, Sergio Moro. Non c’è dubbio che ci siano state parzialità e illegalità. Malgrado ciò, questo non costituisce una garanzia d’innocenza per i membri dei governi del PT e degli altri partiti, progressisti e conservatori, che hanno condiviso il potere con Lula tra il 2003 e il 2016.
Resta il fatto che, di fronte al disorientamento generale della borghesia brasiliana e al malcontento popolare crescente, gli umori politici sono cambiati. Lula è stato incarcerato a causa di decisioni giudiziarie politicizzate; poi, una volta liberato, ha ritrovato i suoi diritti politici. Così, i discorsi dominanti, sia conservatori che progressisti, denunciano le motivazioni politiche delle decisioni di giustizia che non approvano.
Analizzeremo qui di seguito gli avvenimenti recenti, alla luce dell’evoluzione generale della congiuntura brasiliana. È nostra intenzione cercare di comprendere il senso di questa evoluzione e le sue potenzialità, indipendentemente dai personaggi implicati.

1. Come tela di fondo della caduta del PT di Brasilia, troviamo la perdita di efficacia del lulismo come strumento di regolazione delle tensioni sociali nel paese. Ricapitoliamo ora i tratti principali di questo processo.
Dopo un decennio coronato di successi, durante il quale era riuscito a conciliare alcuni modesti miglioramenti per le classi subalterne con il mantenimento dei privilegi delle classi sociali superiori, una convergenza di fattori sociali, politici ed economici, hanno mandato in crisi il lulismo. La congiunzione tra le giornate di giugno 2013, il più grande ciclo di mobilitazioni popolari della storia del paese, gli scandali legati alla corruzione, presentati dai media mainstream come una forma di spettacolo (trasformando i processi in serie televisive a puntate e i giudici in pop star), e il rallentamento dell’economia, che si è trasformato in recessione dal 2015, hanno modificato l’approccio delle classi dirigenti in materia di riproduzione sociale, passando da una visione fondata sul “controllo sociale inclusivo” ad una incentrata sull’”accelerazione escludente”.
In questo contesto, la pietra filosofale di un neoliberalismo inclusivo ha lasciato spazio a un’intensificazione della spoliazione sociale, allorché l’ideologia della conciliazione cedeva il passo a un scontro aperto. È in questo contesto che è avvenuta la destituzione di [Dilma] Rousseff nel 2016, dell’incarcerazione di Lula e della vittoria di Bolsonaro nel 2018.

2. Invece di comprendere il bolsonarismo come una reazione al lulismo, ci è parso di vedere che la volontà del PT di contenere la crisi sociale durante il XXI secolo ha implicato il ricorso a pratiche, dispositivi e politiche che hanno invece accelerato questa stessa crisi. La contraddizione di questa logica risiede nel fatto che il tentativo di contenere il movimento di desocializzazione non impedisce la sua accelerazione, dato che implica il rafforzamento di quello che si cerca di contenere. Vediamo cosa intendiamo concretamente.
L’ex-presidente mondiale della Banca di Boston, Henrique Meirelles, che ha dato le dimissioni nel 2003 per dirigere la Banca centrale sotto la presidenza di Lula, è in seguito diventato ministro dell’Economia sotto Temer; il tentativo del governo Lula di stabilire un legame diretto con il “basso clero” [gli eletti alla ricerca di vantaggi materiali] al Congresso, che ha scatenato lo scandalo del “mensalão” [versamento di bustarelle mensili] nel 2005, e che ha permesso al PMDB (Partito del movimento democratico brasiliano) di avere più spazio all’interno del governo, permettendo a due riprese a Michel Temer di presentarsi alla vice-presidenza sul ticket di Dilma Rousseff; il sostegno accordato dai leader neo-pentecostali alle amministrazioni del PT, che ha generato ritardi nell’agenda politica e la nomina di ministri provenienti dalla Chiesa evangelica come quella di Marcelo Crivella [ministro della Pesca dal 2012 al 2014 e sindaco di Rio de Janeiro da gennaio 2017 a gennaio 2021]; i militari inviati ad Haïti con lo scopo di fare del Brasile un “attore mondiale”, che hanno poi messo a profitto il savoir faire acquisito in missione “esterna” per garantire la legge e l’ordine, in particolare a Rio de Janeiro, e che costituiscono oggi la prima linea del governo di Bolsonaro; le imprese di costruzione [come Odebrecht], che non hanno esitato a spedire in prigione, nel quadro di tradimenti reali o immaginari, quelli che gli avevano aperto la via per ottenere profitti come non ne avevano mai visti; senza parlare dei movimenti sociali, beneficiari di politiche pubbliche orientate a neutralizzare la loro combattività piuttosto che a soddisfare le loro rivendicazioni (come le riforme agrarie e urbane), che si è poi tradotto, tredici anni più tardi, in divisioni, indebolimento e discredito del campo popolare.
Per riassumere, i militari, le banche, il PMDB, il vice-presidente Michel Temer, i neo-pentecostali, i creditori, la passività, tutto ciò è stato alimentato e incoraggiato dai governi del PT. In questo senso, l’immagine più appropriata della relazione tra la defenestrazione del PT e l’ascensione di Bolsonaro non è quella di un’inversione a 180 gradi, ma di una metastasi, dove quelle forze e quegli interessi corrosivi, mai combattuti e che sembravano sotto controllo ai tempi della supremazia petista, hanno incancrenito il tessuto nazionale senza incontrare opposizioni.

3. Di fronte all’aggravamento della violenza economica e della violenza della politica, Bolsonaro ha fornito alla classe dominante il quadro necessario a questo neoliberalismo autoritario, vale a dire lo Stato poliziesco. Senza avere un programma proprio, ha affidato la gestione dell’economia a un autentico Chicago Boy [Paulo Guedes] che, oltre ad aver fatto gli studi alla scuola di Milton Friedman, ha lavorato nel Cile di Pinochet negli anni 1980. Accanto a ciò, Bolsonaro propone un’agenda culturale e scientifica retrograda, tollerata, ma non particolarmente gradita, dall’élite politico-economica.
Il sostegno delle élites all’ex-capitano può essere letto come un matrimonio di interessi, la variante ideale essendo quella di un bolsonarismo senza Bolsonaro. Malgrado ciò, il militare ha le sue idee, che tendono verso una visione dinastica (ha tre figli in politica), con i militari come partito e gli evangelici come base sociale. Da questo punto di vista, la sua più grande sfida è quella di convertire il sostegno virtuale che l’ha fatto eleggere in mobilitazione reale. Trasformare gli internauti in camice nere (milizie fasciste).

4. In questo contesto, qual è la differenza fondamentale tra il governo di Bolsonaro e le amministrazioni precedenti del PT? I critici del progressismo sud-americano, ai quali noi apparteniamo, affermano che, rinunciando ad affrontare le radici strutturali delle disuguaglianze e della dipendenza, il governo PT e i suoi simili si sono rassegnati a gestire la crisi. Il governo Bolsonaro, da parte sua, non propone una gestione della crisi dal momento che lui governa attraverso la crisi. Siamo così confrontati a due maniere diverse di confrontarsi con le tensioni crescenti del neoliberalismo. Il progressismo propone di gestire queste tensioni con un arsenale di buone pratiche approvate dalla Banca mondiale. Si tratta di controllare la crisi. I bolsonaristi, invece, ammettono il carattere autofago del neoliberalismo (il tutti contro tutti) e promettono di armare le persone affinché possano difendersi come fanno loro stessi, attaccando. Si tratta di un’accelerazione della crisi.
In altre parole, mentre alcuni schiacciano il pedale del freno, altri spingono sull’acceleratore. Ma nessuno intende cambiare traiettoria.

5. Nel settembre 2020, i morti a causa del Covid-9 superavano il migliaio al giorno e il paese non aveva un ministro della Salute da 4 mesi. Malgrado ciò, durante quel mese, la popolarità di Bolsonaro ha raggiunto il suo livello più alto. Come si può spiegare questo fatto?
Dal punto di vista delle classi subalterne, possiamo distinguere due fattori. Da un lato il presidente non era (ancora) considerato responsabile dei morti. Dall’altro, l’aiuto finanziario d’urgenza, di un valore quattro volte superiore e di cui hanno beneficiato il quadruplo delle famiglie, ha permesso di confortare la popolarità di Bolsonaro anche nel Nord-Est del paese, prima in mano al PT grazie al progetto di aiuti Bolsa Família di Lula.
Nel contempo, a Brasilia, il presidente aveva comperato i favori del Centrão [insieme di partiti che devono la loro esistenza materiale ai loro legami con l’apparato di Stato]. Nello stesso periodo, Bolsonaro riproponeva una versione meno ideologica di sé stesso che gli ha permesso di pacificare le sue relazioni con la Corte suprema e i grandi media. Il gran capitale ha salutato positivamente questo cambiamento, convinto che la stabilità gli avrebbe permesso di far avanzare la propria agenda.
Il paradosso era notevole. Per compensare la diminuzione del sostegno presso le élites e le classi medie che non condividevano il suo atteggiamento negazionista di fronte alla pandemia, Bolsonaro ha imboccato la strada del lulismo: rafforzare i legami con i più poveri e rassegnarsi al pragmatismo politico per ottenere la stabilità voluta dal capitale.

Il presidente che ha contribuito in modo determinante a far affogare il paese nella pandemia, che mirava a una “rivoluzione all’incontrario” di tipo fascista, si starebbe reinventando nello stampo di un “lulismo invertito”? Lo stesso problema può essere analizzato da un’angolazione diversa: l’élite che aspira a un “bolsonarismo senza Bolsonaro” si accontenterebbe di un “Bolsonaro senza bolsonarismo”?
In ogni caso, è ormai chiaro che il bolsonarismo non è il contrario del lulismo, ma l’inverso dello stesso: così come il “controllo” implica “l’accelerazione”, “l’accelerazione” richiede il “controllo”.

6. Detto ciò, dopo più di un anno di pandemia, la situazione è catastrofica. In alcuni giorni, abbiamo contato più di tremila morti in Brasile a causa del Covid-19. Gli ospedali sono sovraffollati, la vaccinazione procede a rilento e i problemi di salute mentale si moltiplicano. Le misure di isolamento possono essere imposte a una classe media stressata, ma sono inapplicabili a quelle lavoratrici e a quei lavoratori che non ricevono più aiuti d’urgenza. Nessuno vede la fine della pandemia in Brasile.
Di fronte a una tragedia umanitaria, a una crisi economica che non fa che peggiorare, accentuata dal deterioramento dell’immagine internazionale del paese, alcune voci dell’establishment iniziano a evocare la necessità di un patto sociale. Il liberalismo cosmopolita contesta il nazionalismo reazionario del presidente: solo il neoliberalismo li unisce. È in questo scenario che Lula ha ritrovato i suoi diritti politici.

7. La conseguenza di questa notizia è stata che il pessimismo provocato dal vicolo cieco del bolsonarismo è stato sostituito da un ottimismo messianico, un sentimento che non è nuovo: poco prima della pandemia, il rispettato dirigente del MST [Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra], João Pedro Stédile, dichiarava: “Lula deve essere il nostro Mosé e deve convincere le persone ad attraversare il Mar Rosso. Nessun altro può assumere questo ruolo”.
L’altra faccia della medaglia è che le possibilità che Bolsonaro arrivi fino alla scadenza del suo mandato si consolidano. Più che mai le energie politiche sono canalizzate verso una candidatura di Lula nel 2022, invece di cercare di ottenere l’impeachment di Bolsonaro.
Quelli che pensano che il PT punterà sulla pressione della strada devono comprendere che questo è logicamente impossibile. L’attrattività politica di Lula risiede nella conciliazione, che consiste a evitare che il malcontento popolare debordi. Il suo gioco si situa nel piccolo cerchio della politica di Brasilia, non nelle strade e nelle piazze.
Oggi, a prevalere è la speranza che la sinistra “responsabile” ritorni al governo a Brasilia per amministrare quello che resterà del Brasile nel 2023.

8. Non è possibile prevedere se l’ipotesi Lula si affermerà. Ma sappiamo già due cose.
In primo luogo, lo scivolamento della classe dirigente verso una forma più violenta e autoritaria di neoliberalismo non cambierà. Ai suoi occhi, la struttura istituzionale prevista dalla “Costituzione cittadina” del 1988 è diventata anacronistica. L’utopia della cittadinanza salariale è scomparsa senza essere stata mai veramente raggiunta.
La seconda certezza è che un ritorno del PT non farà che rimediare, nel migliore dei casi, alla crisi di civiltà che stiamo vivendo. Possiamo supporre che se il PT fosse oggi al governo, cercherebbe di fare del suo meglio per costruire un’arca di Noè e salvare così il paese dal diluvio della pandemia, senza però rimettere in questione nessuno dei parametri della riproduzione socio-economica neoliberale del Brasile. In una frase: farebbe del suo meglio, dove ciò che è possibile resta del tutto insufficiente.
Nel frattempo, la dinamica sociale che fa della vita quotidiana una lotta del tutti contro tutti, in un mondo del lavoro dove il lavoro diventa raro e le pallottole fischiano numerose sopra le teste, continua ad aggravarsi.

9. Come nel romanzo Lo strano caso del Dr. Jekyll e di M. Hyde [R. L. Stevenson, 1886], il Brasile presenta due volti ben differenti. O, per essere più precisi, siamo confrontati a due maniere differenti, ma non contradditorie, di gestire la desocializzazione autofaga che caratterizza il neoliberalismo: una è il contenimento e l’altra l’accelerazione.
Constatiamo anche un paradosso, nella misura in cui il progressismo, una volta uscito dal governo, si trasforma in politica restauratrice e mira al ritorno a una passato idealizzato, mentre la destra si posiziona in favore del movimento della storia – in favore di un “progresso”, che può solo condurre alla barbarie.

*Fabio Luis Barbosa dos Santos è professore all’Unifesp [Università Federale di São Paulo], autore di Uma história da onda progressista sul-americana (Elefante, 2019). Marco Antonio Perruso è professore all’UFRRJ [Universidade Federal Rural do Rio de Janeiro] e co-direttore di O Pânico como política – o Brasil no imaginário do lulismo em crise (Mauad, 2020). L’articolo è stato pubblicato sul sito Correio da Cidadania, il 16 aprile 2021; la traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS.

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