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Nell’intervista che pubblichiamo qui di seguito, la politologa americana Cara Daggett offre una lettura femminista dello scetticismo climatico. Attraverso il concetto di “petro-mascolinità“, mostra come i combustibili fossili siano un elemento centrale dell’identità maschile dominante, ma anche come l’estrema destra stia guadagnando terreno sulla questione del clima.

Cara Daggett è professoressa al Dipartimento di Scienze Politiche della Virginia Tech Public University di Blacksburg, Virginia. La sua ricerca si concentra sull’ecologia politica femminista, con particolare attenzione alle energie fossili.

Nel 2018, ha definito il termine “petro-mascolinità“, sostenendo che esso permette una migliore comprensione di come l’estrazione e il consumo di combustibili fossili, come ad esempio il petrolio, siano emblematici della società conservatrice occidentale e della sua mascolinità egemone.

Nel 2019, ha pubblicato The Birth of Energy: Fossil Fuels, Thermodynamics, and the Politics of Work (Duke University Press), che ricostruisce la genealogia dei combustibili fossili, strettamente legata alla dominazione capitalistica occidentale, allo sviluppo del lavoro industriale e all’espansione coloniale.

Dal 2018, lei lavora al concetto di quel che ha chiamato il “petro-maschilismo“. Come definire questo concetto?

Petro-masculinity è un termine che uso per pensare alla connessione tra le energie fossili e il potere patriarcale bianco. In un articolo pubblicato nel giugno 2018, intitolato “Petro-masculinity: Fossil Fuels and Authoritarian Desire“, ho riflettuto sul fatto che non è una coincidenza che gli uomini bianchi, conservatori e americani – indipendentemente dalla classe sociale – sembrano essere tra i più accesi critici del riscaldamento globale, così come i principali sostenitori dei combustibili fossili in Occidente.

Il concetto di petro-mascolinità mi ha dato una migliore comprensione di come i movimenti di estrema destra fossero sia misogini che negazionisti dei cambiamenti climatici. Piuttosto che vedere queste due posizioni reazionarie come questioni separate, ho cercato di capire in che modo essi siano strettamente associati.

Infatti, se le mascolinità sono molteplici, nel discutere la petro-mascolinità cerco di capire come i combustibili fossili (per esempio il petrolio) siano diventati centrali per alcune espressioni dominanti dell’identità maschile moderna.

Le energie fossili forniscono carburante ed enormi profitti agli Stati e alle imprese; ma sono anche diventati potenti simboli conservatori, rappresentazioni sociali dell’autonomia e dell’autosufficienza, specialmente in alcune tradizionali regioni carbonifere o petrolifere degli Stati Uniti, come l’Appalachi (catena montuosa negli Stati Uniti orientali NdR) o il Texas – anche se impiegano sempre meno persone.

Ecco perché è importante interrogare le due retoriche che gli interessi privati legati ai combustibili fossili ci ripetono, più e più volte, per ostacolare la mobilitazione a favore del clima: e cioè che i combustibili fossili sono sinonimo di lavoro e di indipendenza nazionale.

La ragione per cui queste narrazioni hanno ancora un tale fascino è perché si basano su potenti identità maschili che coinvolgono il lavoro, la produttività e il nazionalismo: tre dogmi che contribuiscono a far sì che gli Americani considerino la terra solo come una risorsa da sfruttare.

Credo che questa associazione tra la mascolinità dominante e il potere attribuito ai combustibili fossili abbia profondamente permeato la percezione occidentale della natura. Una visione in cui la natura è vista come separata dall’uomo, qualcosa che va controllato e usato come una risorsa per la crescita economica.

Tutto ciò si ispira alla percezione eco-femminista secondo la quale la sudditanza delle donne e quella della natura sono storicamente legate.

In che modo il riscaldamento globale è una minaccia per il potere patriarcale? Ci sono somiglianze con un certo “panico morale” che il movimento femminista sta provocando oggi tra i reazionari?

Il riscaldamento climatico può essere visto come una minaccia nella misura in cui rimette in discussione uno stile di vita fondato sull’industrializzazione basata sui combustibili fossili. Un modo di vivere profondamente precario perché si basa sull’estrazione delle risorse del pianeta e sull’esaurimento di un numero molto grande di persone attraverso il lavoro.

Viviamo in un’epoca in cui questo stile di vita viene profondamente sfidato su diversi fronti, dai movimenti femministi e decoloniali transnazionali, alla difesa dell’acqua e della terra da parte dei popoli indigeni, ai movimenti sindacali e di giustizia razziale come Black Lives Matter negli Stati Uniti.

Questi movimenti hanno storie ed esperienze diverse, eppure in molti modi si oppongono alle forze di dominazione che emanano dallo stesso sistema di potere.

Altri rispondono alla sfida del clima con una rabbia difensiva, e vogliono inasprire e securizzare queste strutture di potere piuttosto che cambiarle – lo vediamo nei movimenti di estrema destra che stanno guadagnando terreno.

L’aggressività verso le minoranze può essere vista come una gradita tregua dal senso di colpa, dalla rassegnazione e spesso dalla paralisi che attanaglia l’Occidente di fronte al riscaldamento globale.

I gruppi reazionari non sempre collegano esplicitamente il loro odio per il femminismo alla loro negazione del cambiamento climatico; eppure, l’ordine gerarchico che vogliono mantenere a tutti i costi è basato sia sul sessismo che sulla subordinazione della natura.

In che modo stanno guadagnando terreno i movimenti di estrema destra sulla questione del clima?

Mentre il pianeta si riscalda, nuovi movimenti autoritari in Occidente stanno abbracciando una combinazione tossica di negazione del clima, razzismo e misoginia. Nella sua ultima campagna elettorale, Donald Trump ha parlato del “Suburban Lifestyle Dream“, una fantasia che combina tutti i vettori del sessismo, del razzismo, del colonialismo di insediamento e dei danni all’ambiente.

Ma è importante riconoscere che Trump non rappresenta qualcosa di completamente nuovo. Sta costruendo e riunendo forze politiche di lunga data.

È probabile che la questione del clima continuerà ad animare gli ambienti di destra. C’è un presupposto, un presupposto liberale, sulla scienza del clima che è stato minato: il presupposto che, di fronte all’evidenza crescente del riscaldamento globale, la gente alla fine ne riconoscerà la realtà e agirà per mitigarla.

Così, piuttosto che vedere lo scetticismo climatico come un fallimento della comunicazione scientifica, è importante capire come il rifiuto del cambiamento climatico possa essere legato a identità e desideri potenti.

L’attaccamento alle virtù di uno stile di vita basato sui combustibili fossili e su tutte le gerarchie sociali, razziali e di genere che dipendono da esso, può produrre un desiderio non solo di negare, ma di rifiutare la realtà del cambiamento climatico.

Ignorare il riscaldamento globale è pericoloso, ma è soprattutto una disposizione passiva, legata a frustrazione, disperazione e confusione. Negare il cambiamento climatico è diverso. Il rifiuto è attivo e furioso. Non si accontenta più di difendere lo status quo, ma procede con l’intensificazione dei sistemi energetici a combustibili fossili fino all’ultimo momento, il che richiederà spesso l’uso di politiche autoritarie.

Tutto questo aiuta anche a spiegare il potere simbolico e culturale dell’estrazione e del consumo di combustibili fossili. Purtroppo, malgrado il sollievo per la non rielezione di Trump, non credo che abbiamo visto la fine della politica di negazione del cambiamento climatico, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo.

La “petro-mascolinità” si riflette anche nelle proteste pro-Trump, come le carovane di pick-up sulle autostrade a sostegno del candidato repubblicano?

Sì, perché il rapporto degli americani con le automobili è fondamentale. Nelle proteste che lei cita, si può vedere una distinzione tra gli attivisti di Black Lives Matter che marciano a piedi per le strade e i manifestanti pro-Trump in grandi 4×4 in autostrada. Ci sono stati anche casi di autisti di estrema destra che hanno “militarizzato” le loro auto prima di dirigersi contro i cortei di manifestanti antifascisti o dei Black Lives Matter.

L’immaginario dell’auto rimane onnipresente. Ad esempio, anche quando i sostenitori dei veicoli elettrici difendono l’auto individuale, invece di enfatizzare l’investimento nel trasporto pubblico, o la costruzione più densificata di alloggi collegati al trasporto pubblico come leva per la transizione ecologica.

C’è anche la più ampia associazione simbolica tra la mascolinità americana e le grandi auto – una connessione evidente nello stile apertamente militarista dei nuovi SUV elettrici come la Tesla Truck o l’EV Hummer.

La storia della costruzione dei sobborghi americani attorno alle autostrade, che richiedono auto individuali per spostarsi, ha lasciato una forte impronta nella nostra società. Questa divisione dello spazio è una divisione razziale, in termini di segregazione, ad esempio la costruzione di autostrade attraverso i quartieri neri, e offrendo prestiti a condizioni migliori e vantaggi finanziari ai bianchi.

È anche una divisione sessista. La separazione tra la sfera pubblica e quella privata – con le donne idealmente confinate nella casa privata – è stata segnata nel paesaggio. Infine, è una divisione ecologica, in quanto l’America, come insediamento, si relaziona alla terra attraverso la proprietà privata, piuttosto che attraverso un senso di relazione reciproca con un mondo ecologico da cui dipendiamo.

La negazione del cambiamento climatico è una riaffermazione del potere maschile bianco?

Le due cose sono profondamente intrecciate. La relazione è facile da capire, dato che la pelle bianca e la mascolinità sono in cima alle gerarchie esistenti che dipendono dallo status quo, uno status quo che i negazionisti del clima cercano di difendere.

Bisogna notare che anche le donne possono sostenere la petro-mascolinità. Per esempio, i dati suggeriscono che circa la metà delle donne bianche negli Stati Uniti ha votato per Trump in entrambe le elezioni, e molte continuano a sostenere il partito repubblicano.

Ecco perché l’affermazione che le donne siano più progressiste ha davvero bisogno di essere sfumata in termini di razza e classe. Negli Stati Uniti, le donne nere sono tra gli elettori più progressisti, tanto che se si guarda alle “donne” come categoria, sembra che le donne votino di più per il partito democratico, il che maschera il voto più ambivalente delle donne bianche.

L’american way of life opera attraverso gerarchie multiple e le donne possono anche essere attaccate a questo stile di vita, anche se ne sono contemporaneamente vittime.

Lei scrive che stiamo anche assistendo all’emergere di una “mascolinità eco-modernista”, nata nella Silicon Valley, con personalità come Elon Musk…

Sì, anche se la relazione tra tecno-modernismo e mascolinità non è davvero una novità. La mascolinità eco-moderna è sempre più evidente nelle risposte della sinistra centrista americana al cambiamento climatico. Può essere più difficile da riconoscere perché è espressa in un presunto linguaggio tecnocratico oggettivo e pro-ambiente, come evidenziato dalla leadership di Elon Musk nell’industria delle auto elettriche.

L’eco-modernismo spera di usare la tecnologia per slegare le attività umane dal danno ambientale, il che, noterete, si basa sul presupposto che gli esseri umani e la natura sono cose separate, e che la natura è in definitiva una risorsa da usare nel bene o nel male.

La fede nella tecnologia sembra apolitica, ma in realtà aiuta a mantenere il business as usual. Infatti, se la tecnologia è intesa come una soluzione politicamente neutra, le gerarchie di razza, classe o genere non devono essere considerate nella soluzione dei problemi del cambiamento climatico – a parte gli sforzi per includere più donne e persone non bianche nell’ingegneria. In effetti, gli eco-modernisti arrivano anche ad ipotizzare che le tecnologie possono anche aiutare a correggere queste gerarchie.

La loro fantasia è tale da spingerli a pensare che la tecnologia possa aumentare il benessere di tutti, senza bisogno di ridistribuire la terra e la ricchezza che è stata rubata ed estratta nel tempo. In altre parole, l’ingiustizia è vista come uno sfortunato effetto collaterale della modernità industriale.

Essere contro l’eco-modernismo non significa essere contro la tecnologia, ma significa ripensare chi beneficia della tecnologia. Nel corso  degli ultimi centinaia di anni almeno, sono stati gli uomini bianchi al vertice degli interessi aziendali e statali a beneficiarne – e continuano a farlo ancora oggi.

Ridurre le nostre emissioni di CO2 richiede grandi cambiamenti, come la diffusione del trasporto pubblico o il divieto di vendita di veicoli a combustibile fossile… Questa è l’antitesi della “petro-mascolinità”. Porre fine alla crisi climatica significa anche decostruire la mascolinità dominante?

Il genere e la sessualità strutturano anche la questione del clima, ed è per questo che i movimenti femministi, transgender e queer sono importanti per sconvolgere il modo in cui il potere viene esercitato attraverso la binarietà maschio-femmina, così come attraverso la famiglia eteronormativa. Entrambi hanno giocato un ruolo importante nel giustificare violenze ecologiche.

È anche interessante prestare attenzione a come le mascolinità egemoniche siano referenziate e soddisfatte a sinistra, come pure esaminare questo bisogno di fare appello alle visioni tradizionali del genere e della famiglia per vendere politiche “verdi”.

Tuttavia, da una prospettiva strategica, mi concentrerei più sui bisogni materiali, piuttosto che cercare di convertire le persone a nuove identità.
Poiché le nostre economie, i salari, le infrastrutture, gli alloggi, ecc. riflettono i valori della società e hanno un impatto sul nostro stile di vita, i cambiamenti materiali e strutturali basati sui bisogni delle popolazioni emarginate e la ridistribuzione di denaro dai bilanci della polizia e dell’esercito verso questi obiettivi possono essere molto positivi.

Questo è l’obiettivo delle richieste ambientaliste di Black Lives Matter, o del Red New Deal elaborato dai movimenti indigeni. In termini di politica internazionale, significa anche la ridistribuzione e la restituzione delle terre ai popoli indigeni, la cancellazione del debito dei paesi del Sud e i risarcimenti causati dai danni climatici.

Queste sono richieste importanti, e la destra non è sola ad opporvisi, perché qui non si tratta di una visione del mondo ipernazionalista dei fautori della petro-mascolinità, ma più in generale della supremazia maschile.

*articolo apparso su Mediapart il 22 maggio 2021. La traduzione è stata curata dal segretariato MPS.

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