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Commentando le misure di rilancio economico presentate da gruppo di lavoro istituito dal governo, Stefano Modenini, direttore dell’Associazione Industrie Ticinesi (AITI), rivendica, tra le altre cose, l’importanza e la necessità di avere «uno Stato amico nel fare impresa, che non crea burocrazia e ostacoli inutili come avviene oggi».
Decisamente, Modenini è incontentabile; infatti, quello che chiede è già ampiamente realizzato. Il padronato ticinese può contare su uno Stato fatto su misura dei propri interessi, pronto a superare ogni limite richiesto. Di esempi potremmo intasare il web. Vogliamo soffermarci su due recenti fatti di cronaca, i quali non sono stati oggetto della necessaria valutazione politica.

Nelle scorse settimane i media hanno riportato le condanne della ditta Garzoni SA – una delle principali imprese del settore – e della Franco Dell’Oro SA – impresa conosciuta sulla piazza luganese e attiva nella fornitura di materiale per cucine e bar – per infrazione della LCPubb appunto. In sostanza, entrambe le ditte hanno praticato il subappalto del subappalto a scopo di lucro e in maniera illegale, considerato che gli appalti pubblici in questione non contemplavano questa possibilità.

Il ricorso al subappalto del subappalto – o subappalto a catena – è uno strumento potente al quale sempre più spesso ricorrono imprese e padroni senza particolari scrupoli per spaccare la concorrenza offrendo prezzi al ribasso, recuperando poi il margine di profitto grazie alla catena dei subappalti, il cui ultimo anello dovrà imporre condizioni di lavoro e di salario spesso assolutamente illegali, con il mancato rispetto di disposizioni di legge e/o dei contratti collettivi. Parliamo, in molti casi, di salari inferiori del 50% rispetto ai minimi previsti. E sempre più spesso, l’ultimo anello conclude il proprio breve ciclo di vita fallendo, ossia scaricando sulla collettività oneri sociali e salari non pagati. In Ticino, negli ultimi 20 anni, i costi dei fallimenti sono stati in media attorno ai 240 milioni di franchi l’anno. Questo sistema ha effetti devastanti sul territorio: aumenta lo sfruttamento dei salariati e delle salariate, alimenta la concorrenza sleale fra le imprese, la quale si ripercuote ancora una volta sulle condizioni di lavoro, toglie risorse importanti alle istituzioni pubbliche (imposte e contributi sociali), aumenta la povertà sociale complessiva.

In Ticino il fenomeno è grave e in continua crescita. Per questo, qualsiasi tentativo di “rilancio” dovrebbe avere come priorità la lotta al dumping salariale e sociale, del quale i subappalti a catena sono una componente fondamentale. Aspetto naturalmente dimenticato da quello che possiamo definire il “Circo di lavoro per il rilancio del Paese” recentemente costituito e presentatosi al pubblico. Ma vi è di peggio. Il Consiglio di Stato (e i suoi apparati) a parole si dicono in prima linea nel contrastare questo fenomeno, mentre nei fatti il loro obbiettivo principale è comunque quello di salvaguardare gli interessi e l’azione dei padroni, soprattutto locali. È quanto emerso platealmente nelle due vicende citate più sopra.

Le prove apportate nelle denunce di quelle vicende erano troppo schiaccianti per evitare alle ditte Garzoni SA e Franco Dell’Oro SA la condanna per infrazione della LCPubb. Quest’ultima prevede l’esclusione del contravventore da ogni aggiudicazione per un per un periodo massimo di cinque anni e/o una pena pecuniaria corrispondente al massimo al 20% della commessa. Il Consiglio di Stato ha punito la Garzoni SA con un’esclusione di soli 5 mesi dagli appalti pubblici, mentre la Franco Dell’Oro con soli 3 mesi. Eppure, lo stesso Governo ha considerato grave la violazione del divieto di subappalto commesso dalle due ditte, per questo ci si doveva attendere una sanzione più forte, un’esclusione di almeno 2-3 anni dai mercati pubblici. Ovviamente la coerenza va misurata rispetto all’obiettivo di salvaguardare gli interessi imprenditoriali a prescindere. In questo caso la logica dell’operazione di salvataggio imprenditoriale è piuttosto semplice: non si è potuto evitare la condanna di queste due imprese – e ciò dà la misura della gravità degli atti compiuti – decidendo tuttavia di salvarle a livello delle pene, infliggendo un’esclusione temporale dai mercati pubblici assolutamente ridicola.

Questi casi illustrano in maniera concreta a quali interessi rispondano le nostre istituzioni pubbliche. Nel sistema capitalista, lo Stato e i suoi apparati riflettono gli interessi della classe dominante, ossia la borghesia, i padroni, le imprese. Un dato fondamentale che i partiti della sinistra rosa-verde si rifiutano di integrare. E che continua a costare caro alle lavoratrici e ai lavoratori di questo cantone.

Non sorprende perciò che tutti i “piani di rilancio” elaborati siano totalmente sbilanciati a favore degli interessi padronali e delle loro imprese, escludendo totalmente il miglioramento dei servizi pubblici e un rafforzamento delle risposte ai bisogni sociali, anche sotto forma di politiche di sostegno ai salari. E, naturalmente, questi piani non comprendono neppure una lotta seria – mobilitando tutti gli apparati dello Stato – contro gli abusi sistematici commessi ai danni dei salariati, i cui effetti peggiorano pesantemente la condizione sociale della stragrande maggioranza di chi vive in questo Cantone.

Tutto questo spiega anche perché l’iniziativa popolare dell’MPS “Rispetto per i diritti di chi lavora. Combattiamo il dumping salariale e sociale”, un tentativo di rispondere a questo stato di cose, a un anno e mezzo dalla sua riuscita non sia ancora approdato sui banchi del Parlamento…

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