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I recenti avvenimenti a Cuba con i loro forti segnali di crisi hanno riaperto non solo una nuova violenta offensiva politica ed ideologica (combinata a concrete misure di strangolamento economico) contro quella esperienza da parte di tutto l’arco delle forze borghesi ed imperialiste, ma anche una riflessione e la ricerca di una approfondimento da parte delle forze della sinistra che da sempre hanno considerato la rivoluzione cubana un punto di riferimento fondamentale per la lotta delle classi lavoratrici su scala mondiale.

Per questo è necessario riassumere una serie di elementi fattuali e alcune considerazioni politiche strategiche con cui valutare quanto è avvenuto una decina di giorni fa nell’isola e per contestualizzare articoli come quello di Alina Barbara Lòpez Fernàndez, una intellettuale militante cubana, o quello dello scrittore Leonardo Padura.

La rivoluzione cubana, un avvenimento fondamentale

La rivoluzione cubana del 1959 è stato un avvenimento centrale nella storia della seconda metà del novecento: sviluppatasi come profondo movimento, prima guerrigliero e poi popolare di massa, sulla base di rivendicazioni democratiche, anti dittatoriali ed antimperialiste, capace di abbattere il regime di Batista e conquistare una vera indipendenza nazionale, si è poi trasformato rapidamente, sull’onda delle necessità e delle spinte sociali, interpretate dal gruppo dirigente di Guevara e Castro, in una vera e propria rivoluzione socialista. La prima rivoluzione proletaria in un paese dell’Occidente, per di più alle porte della più grande potenza imperialista, gli Usa, la nascita di una società postcapitalista, in transizione verso il socialismo per rispondere alla domanda di giustizia sociale, di reale indipendenza, di costruzione di una società altra dal capitalismo stesso.

Nello stesso tempo c’era la consapevolezza di Guevara e dei suoi compagni, che quella esperienza avrebbe potuto vivere solo se altri paesi dell’America Latina ne avessero seguito la strada e non fosse rimasta isolata. Di qui il tentativo del Che e il suo sacrificio sulle terre andine in Bolivia, ma anche le grandi speranze sorte dopo la vittoria del Fronte sandinista nel 1979 in Nicaragua e lo sviluppo della lotta rivoluzionaria in tutto il Centro America, speranze che andranno però deluse e sconfitte di fronte alla violenza della guerra “di bassa intensità” condotta dall’imperialismo americano e dalle forze borghesi reazionarie alleate che bloccò prima la rivoluzione in Salvador e piegò successivamente l’esperienza nicaraguense tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Tutto questo non impedì alla rivoluzione cubana di fornire un grande aiuto politico e materiale alle lotte antimperialiste e anticoloniali di tanti popoli e paesi del mondo intero sul fronte esterno, ma anche di riuscire a reggere all’interno nonostante l’azione aggressiva e costante del gigante imperialista.

Il blocco senza fine e il tentativo di strangolamento

Già l’imperialismo americano, in primo luogo, ma anche gli altri stati borghesi ed imperialisti non hanno mai potuto tollerare e considerare persa per sempre l’isola di Cuba al capitalismo, una possibilità di società alternativa, un esempio per molti popoli, anche perché era una esperienza, nuova e fresca, assai diversa dai monoliti burocratici dell’URSS e degli Stati dell’Est. Quell’esperienza, per gli USA, non solo andava denigrata, ma soprattutto andava combattuta con tutti i mezzi materiali possibili e praticabili nel contesto dato. Lo strumento fondamentale è stato una costante politica estera aggressiva e un’azione economica, basata sul blocco, articolato minuziosamente su vari aspetti, per ostacolare in varie forme tutta l’attività socio-economica della nuova società, il commercio e gli scambi. L’obiettivo è sempre stato ed è costruire le condizioni dello strangolamento dell’economia e della vita sociale, creare quindi le condizioni della caduta della società cubana, fuoriuscita dal capitalismo e in transizione verso altri lidi. Il suo isolamento è sempre stato una questione centrale e capitale per gli USA, ed ha condizionato in diverse forme lo sviluppo del paese. Il blocco economico infatti dura da 60 anni: non c’è alcun altro esempio così lungo nella storia, quello contro l’URSS bolscevica durò molto meno.

Più volte nel corso del loro agire le classi dominanti hanno costruito la fame e la miseria per sconfiggere chi si rivoltava al loro dominio; si pensi all’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale che favorì e permise una spaventosa carestia in India che fece tre milioni di morti per bloccare il movimento indipendentista. Più in generale, (vedasi il Vietnam), la borghesia quando prende atto che una determinata partita è persa, cerca di produrre una grande distruzione materiale per rendere quasi impossibile il lavoro di costruzione della nuova società.

Tutte le misure di strangolamento, compresa l’impossibilità per i cubani residenti negli USA, di inviare rimesse ai loro parenti e amici a Cuba, sono state riassunte nelle settimane scorse nei suoi vari odiosi aspetti dal giornalista Minà a partire da quelle più recenti, le 243 norme introdotte da Trump, che vagamente Biden aveva promesso di superare, e che invece sono state lasciate pienamente operative dal nuovo Presidente americano che si sta facendo interprete, anche più di prima, di un ruolo imperialista Usa dominante verso Cuba e verso tutto il mondo. Né è valso il recente 29° voto dell’Onu contro l’embargo (sostenuto solo da Usa e Israele) per modificare una situazione avversa.

Gli articoli che in questi giorni sono comparsi sui giornali borghesi indicano quale grado di odio e di avversione abbiano costoro verso una esperienza, certo difficile ed oggi in difficoltà, che si vuole però cancellare del tutto; la sua caduta dovrebbe essere il monito definitivo verso le classi lavoratrici a rinunciare a qualsiasi tentativo di fuoriuscita dal sistema capitalista.

Su questo terreno, come su tutti gli altri scontri sociali presenti, l’attenzione delle forze borghesi a costruire la loro narrazione e indirizzare gli eventi è completa e permanente. Deve esistere solo questo sistema e il liberismo borghese.

Le contraddizioni esistenti nella società cubana

Questa situazione di pressione economica e politica costante ha inciso fortemente sulle possibilità di sviluppo di una società, favorendo le forme involutive di gestione del potere, processi di burocratizzazione degli apparati e, nel migliore dei casi, una gestione paternalistica da parte del governo rispetto alla popolazione, tutti elementi che hanno reso più difficile il superamento delle difficoltà.

Il governo cubano e la società cubana sono riusciti a reggere anche ai momenti più difficili grazie in parte alla solidarietà internazionale, ma anche e soprattutto grazie alla partecipazione e mobilitazione popolare espressione di una reale adesione al progetto della nuova società, che però non ha mai trovato la possibilità di strutturarsi in forme istituzionali partecipative, democratiche e decisionali. Il monopolio è sempre rimasto nelle mani del partito unico, fatto che provoca delle inevitabili contraddizioni.

Per reggere la pressione politica ed economica imperialista il governo cubano per tutta una fase ha fatto ricorso all’aiuto e al rapporto con l’URSS, mutuandone anche alcune forme di gestione del potere e compiendo errori e svolte successive sul terreno economico, non sempre ben riuscite. Difficile naturalmente dare un giudizio preciso sui vari passaggi compiuti. La società postcapitalista di Cuba è riuscita però a sopravvivere allo sprofondamento dei regimi burocratici dell’Est europeo e dell’URSS a testimonianza che era cosa altra. Questo fatto positivo avrebbe dovuto spingere il gruppo dirigente a un profondo ripensamento e a una riforma non meno profonda sul piano della gestione e della partecipazione democratica fondamentale anche per l’individuazione e la gestione delle scelte economiche. Alcune riforme economiche che aprivano a forme più o meno aperte di mercato e di proprietà privata non sembra abbiano dato i risultati sperati ed hanno accentuato le disparità sociali.

Anche il sostegno avuto dal governo venezuelano di Chavez e Maduro, molto importante per le forniture di petrolio per tutta la fase in cui ha potuto esprimervi, non è stato certo privo di problemi visto la natura molto verticista del regime venezuelano, che per altro è rimasto sempre nell’ambito del capitalismo, pur con un forte ruolo dello stato. La struttura economica dei due paesi è dunque assai diversa, una società capitalista il primo, un’esperienza post capitalista Cuba.

Cuba è infatti una società in cui il capitalismo è stato abolito, capace anche di costruire uno stato sociale se pure limitato e una sanità forse la migliore dell’America Latina. Capacità che ha potuto essere verificata anche recentemente con la pandemia del Covid, dove la sanità cubana ha saputo produrre rapidamente due vaccini efficaci e reggere meglio di altri paesi la crisi sanitaria. Ma questo è avvenuto solo per una fase, le debolezze strutturali economiche generali, la mancanza di una serie di prodotti a causa del blocco che rendono difficile la stessa produzione e distribuzione dei vaccini, la crisi economica indotta dall’epidemia stessa sul medio periodo, unito al blocco del turismo, che immetteva valute forti nel paese, hanno infine prodotto la crisi attuale, sia sanitaria che alimentare e quindi anche sociale.

Di che stupirsi se, nella situazione data di penuria, settori significativi di cittadini, (ci sono state manifestazioni in diverse città), molti dei quali per nulla avversi alla società cubana, manifestino contro le difficoltà e chiedano conto al loro governo della situazione e delle scelte da fare. Erano certo anche presenti forti oppositori dichiarati al governo e la propaganda controrivoluzionaria ha avuto un ruolo nell’organizzazione delle manifestazioni.

Dall’esterno non solo è impossibile, ma anche del tutto sbagliato dire: bisogna fare così, oppure in questo altro modo, ma alcune considerazioni di metodo fondamentali vanno fatte, rivolte in particolare a molti militanti del nostro paese che con la semplificazione e il facile slogan pensano di risolvere i problemi di una società come quella cubana.

Un governo che voglia essere del popolo, un governo che voglia distinguersi dalle modalità di gestione dei governi borghesi, non può affrontare una mobilitazione popolare con la repressione più dura. Per altro il vecchio leader ha sempre cercato di rapportarsi in modo diverso alle crisi che si sono prodotte. E soprattutto non può non interrogarsi su come rispondere alla penuria esistente e come coinvolgere la popolazione nelle scelte da fare.

Un problema di democrazia e di mancanza di strutture democratiche di autogestione esiste a Cub; lo abbiamo fatto presente proprio perché sosteniamo la rivoluzione e l’esperienza cubana. Non si dovrebbe mai dimenticare il monito che la Luxemburg ha avanzato ai bolscevichi nel lontano 1919 di fronte ad alcune delle loro scelte, bolscevichi che pure difendeva con le unghie e coi denti: ”Al contrario è un fatto ben noto e incontestabile che senza una libertà illimitata di stampa, senza il libero esercizio dei diritti di associazione e di riunione, è del tutto impossibile concepire il dominio delle grandi masse popolari”. E questo è certo uno dei problemi che l’esperienza cubana e la sua direzione non hanno mai voluto porsi fino in fondo e che anzi molte parti dell’apparato avversano. La stessa grande discussione che c’è stata negli anni scorsi sulla stesura della nuova Costituzione socialista, non si è però tradotta in strutture istituzionali in cui effettivamente le masse potessero affermare il loro punto di vista, la loro egemonia rispetto al ruolo dell’apparato del partito unico al potere.

Respingere l’aggressione delle forze borghesi, riflettere sui compiti

L’insieme di queste considerazioni ci porta in primo luogo a respingere e denunciare la propaganda infetta e nauseabonda dei mainstream borghesi; nello stesso tempo consideriamo del tutto sempliciste le dichiarazioni di forze di sinistra, allineate e coperte non solo a difendere Cuba dall’imperialismo, questo è un imperativo per tutti noi, ma anche su tutto quello che ha fatto e fa il governo. A dire il vero non abbiamo neanche apprezzato alcune affermazioni di altri settori della sinistra radicale che risolvono una problematica politica e sociale difficilissima, con formule generiche senza riuscire a misurarsi con la realtà del presente.

L’articolo che vi proponiamo, di una militante intellettuale fortemente impegnata nelle vicende dell’isola e che ha a cuore le sorti della rivoluzione cubana, e quella di un noto scrittore cubano sono una lettura utile proprio perché offrono una riflessione dialettica ancorata a tutte le contraddizioni presenti.

Per complicare le cose aggiungo una domanda: “Come andare nella direzione giusta, di società aperta plurale e potenzialmente socialista, quando questo percorso viene fatto sotto l’incalzare dell’azione imperialista e in un paese solo, quando il socialismo, per definizione, è possibile solo in una dimensione che superi molte frontiere? Ma questa domanda chiama anche in causa l’azione internazionalista di tutte le forze di classe.

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