Svizzera. AVS2030, Baume-Schneider pianta l’albero che deve nascondere la foresta

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PV2020, AVS21, AVS2030: il Consiglio federale ha una fantasia sfrenata nell’inventare nuovi acronimi per designare i suoi progetti in materia di pensioni. Per quanto riguarda il contenuto, invece, vale sempre la ripetizione degli stessi orientamenti: ossessione finanziaria, pressione costante per aumentare l’età pensionabile, silenzio sul livello scandalosamente basso delle pensioni e sulle condizioni di lavoro che logorano i lavoratori prima dell’età di pensionamento.

L’albero di Baume-Schneider

Ne abbiamo avuto una nuova conferma con la presentazione, il 15 maggio, da parte della consigliera federale «socialista» Elisabeth Baume Schneider delle «prime linee guida del progetto AVS2030» approvate il giorno prima dal Consiglio federale. «Il Consiglio federale vuole stabilizzare e modernizzare l’AVS», recita in modo falsamente rassicurante il comunicato stampa.

«Stabilizzare» è il termine in codice per focalizzare l’attenzione su ciò che da decenni viene falsamente presentato come IL problema principale dell’AVS, ovvero il suo «equilibrio finanziario». A questo proposito, il Consiglio federale annuncia di voler «garantire il finanziamento dell’AVS per il periodo 2030-2040» aumentando «le entrate dell’AVS attraverso le attuali fonti di finanziamento». D’altra parte, «non prevede di aumentare nell’ambito della riforma AVS2030 l’età di riferimento» che dà diritto alla pensione.

Non ci è voluto altro perché la destra e gli ambienti padronali alzassero le barricate. «Stop agli aumenti delle imposte o dei contributi salariali!», annuncia Economiesuisse, che proclama che «dal punto di vista economico, l’innalzamento dell’età pensionabile deve assolutamente far parte della soluzione». Per l’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM), «il Consiglio federale manca di coraggio» nel non voler «affrontare la questione dell’innalzamento dell’età pensionabile nell’ambito della presente riforma». L’organo quotidiano di tutto questo bel mondo, la Neue Zürcher Zeitung (16.05.2025), titola semplicemente: «Il fallimento del Consiglio federale sulla questione dell’età pensionabile». E il Partito Liberale Radicale (PLR), felice di poter apparire più «duro» dell’UDC, di cui gran parte dell’elettorato non vuole lavorare più a lungo, lancia addirittura una petizione contro «L’attacco alla classe media» (Blick, 20.05.2025).

L’annuncio del Consiglio federale, comunicato efficacemente da Elisabeth Baume Schneider, e le reazioni che lo accompagnano contribuiscono così ad alimentare un sentimento tra la popolazione lavoratrice che si potrebbe definire così: «L’unico vero problema dell’AVS sono le sue finanze; ma, fortunatamente, abbiamo evitato il peggio, poiché non è previsto alcun aumento dell’età pensionabile». Ma questo sentimento è doppiamente ingannevole: in realtà non si è sfuggiti al peggio e il problema principale dell’AVS non è il suo equilibrio finanziario.

I meccanismi per aumentare di fatto l’età pensionabile

Al contrario, non si è affatto sfuggiti il peggio. Innanzitutto per quanto riguarda l’età pensionabile. Il Consiglio federale annuncia infatti che «approfondirà la riflessione per determinare a quali condizioni si potrebbe prevedere un aumento dell’età di riferimento». L’innalzamento dell’età pensionabile, apparentemente scacciato dalla porta, in realtà non ha mai lasciato la stanza.

E non è tutto: «Il Consiglio federale intende inoltre favorire l’esercizio di un’attività lucrativa oltre l’età di riferimento. A tal fine, prevede di abolire l’età massima di 70 anni nell’AVS, di aumentare la franchigia contributiva e di rendere meno attraente il pensionamento anticipato». In parole povere, vuole accentuare tutti i meccanismi che da anni contribuiscono all’innalzamento dell’età pensionabile effettiva. Lo scorso 24 aprile, un comunicato stampa dell’Ufficio federale di statistica (UST) ha illustrato questa evoluzione: tra il 2014 e il 2024, il tasso di attività delle persone di età compresa tra i 55 e i 64 anni è passato dal 71,6% al 77,8%. L’aumento è più marcato tra le donne: +7,8% in dieci anni, contro il +4,5% per gli uomini. Inoltre, nel 2024, il 18,8% della popolazione di età compresa tra i 65 e i 74 anni era ancora attiva professionalmente, con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto al 2014. Anche in questo caso, l’aumento è più marcato tra le donne (+1,9 punti percentuali) che tra gli uomini (+0,7 punti percentuali).

Un primo passo verso un «freno all’indebitamento» per l’AVS…

Il Consiglio federale annuncia inoltre che «intende […] esaminare un meccanismo di intervento in caso di deterioramento della situazione finanziaria dell’AVS e qualora le decisioni politiche non fossero prese in tempo». È stato esplicitamente menzionato un «congelamento delle rendite» (NZZ, 16.05.2025). Da anni la destra e il padronato rivendicano l’introduzione di «meccanismi automatici», sul modello del freno all’indebitamento, che limitino le spese dell’AVS, e quindi le sue prestazioni, aggirando qualsiasi dibattito democratico e votazione popolare. Oggi il Consiglio federale non propone altro che di compiere un primo grande passo in questa direzione. Inoltre, questo «meccanismo di intervento» costituirà un formidabile incoraggiamento per la destra ad accentuare la politica delle casse vuote che sta attuando dopo la sua sconfitta sulla 13a rendita: prosciugare il finanziamento dell’AVS per imporre cambiamenti rifiutati dalla popolazione.

Ignorato il livello scandalosamente basso delle rendite…

Ma non è tutto: la comunicazione del Consiglio federale funge anche da schermo per impedire il dibattito sui due problemi fondamentali per la maggioranza della popolazione salariata in materia di pensioni: il livello delle rendite e le condizioni di lavoro.

In primo luogo, il discorso ossessivo sul finanziamento dell’AVS serve a far dimenticare completamente il nuovo livello scandalosamente basso delle rendite AVS. Nel 2022, la rendita AVS media mensile versata in Svizzera era di circa 1’870 franchi a persona. Tuttavia, quarant’anni dopo l’entrata in vigore della legge sulla previdenza professionale, il 2° pilastro fornisce solo un’integrazione di reddito estremamente bassa a una parte importante delle pensionate (soprattutto!) e dei pensionati. Per queste persone, l’obiettivo costituzionale (art. 113) di «mantenere in modo adeguato il tenore di vita precedente» è completamente irraggiungibile.

Alcuni dati illustrano questa realtà: nel 2020-2021, il 20% più povero delle persone sole di almeno 65 anni disponeva di un reddito mensile medio di 2’168 franchi (UST, Indagine sul bilancio delle famiglie (EBM), ultimi dati disponibili). Queste persone potevano contare quasi esclusivamente sull’AVS (88,6% del loro reddito). Il 20% successivo, leggermente meno povero, aveva un reddito mensile medio di 3’095 franchi, di cui il 72,4% proveniente dall’AVS. A titolo di riferimento, il reddito mensile medio delle persone sole di età inferiore ai 65 anni era di 6’779 franchi. Per le coppie di almeno 65 anni senza figli, il quinto più povero disponeva di un reddito medio di 4’031 franchi, di cui il 78,9% proveniente dall’AVS. Il reddito medio delle coppie senza figli di età inferiore ai 65 anni era pari, nello stesso periodo, a 12’450 franchi.

Solo un aumento massiccio delle rendite AVS, che comporterebbe necessariamente un riequilibrio rispetto al 2° pilastro, potrebbe porre fine a questa situazione. Ma il Consiglio federale fa finta che questo problema non esista.

…e l’usura sul lavoro

La seconda questione, per ampie fasce di lavoratori dipendenti, è come rimanere al lavoro fino all’età pensionabile senza compromettere la propria salute. Le testimonianze, innumerevoli, come dimostrano le indagini statistiche, lo confermano: condizioni di lavoro pesanti e logoranti sono la norma per un gran numero di lavoratori dipendenti. Ciò vale in particolare per settori come la sanità, la logistica, il commercio, la ristorazione o l’edilizia. Né i datori di lavoro né il Consiglio federale adottano misure per migliorare queste condizioni di lavoro. Al contrario, in nome della «competitività», trionfa la «libertà di sfruttamento» [1]. Quanto alla volontà annunciata dal Consiglio federale di «rendere meno attraente il pensionamento anticipato», cioè di associarlo a una maggiore perdita di rendita, essa colpirà in primo luogo gli uomini e le donne esposti alle condizioni di lavoro più penose e che, il più delle volte, percepiscono i salari più bassi. Eppure sono proprio loro che dovrebbero poter andare in pensione prima.

Ma la difficoltà per molte persone che hanno superato i cinquant’anni è anche semplicemente quella di… mantenere il proprio posto di lavoro. Nonostante le smentite dei datori di lavoro e le parole rassicuranti delle autorità, il licenziamento dei lavoratori anziani considerati «costosi» è una realtà quotidiana e si traduce per queste persone in grandi difficoltà a trovare un nuovo lavoro con un reddito equivalente. Secondo i dati del SECO, il 21% dei disoccupati tra i 50 e i 64 anni censiti nell’aprile 2025 era disoccupato da più di un anno; si tratta di una percentuale doppia rispetto a quella dei disoccupati sotto i 50 anni (10%). A questa età, lunghi periodi di disoccupazione, o addirittura l’impossibilità di trovare un nuovo lavoro, hanno un impatto disastroso sul reddito che ci si può aspettare di avere al momento del pensionamento, in particolare sulle rendite del 2° pilastro. Ma non importa: per il Consiglio federale, la protezione contro il licenziamento degli anziani non è un tema all’ordine del giorno.

Uscire dall’impasse

L’annuncio del Consiglio federale è l’inizio di questo processo. Nell’autunno 2025 seguiranno delle «linee guida». La consultazione durerà fino all’inizio del 2026. Poi arriveranno proposte legislative concrete, che sfoceranno nel dibattito parlamentare… e in eventuali votazioni.

Durante tutto questo periodo, il dibattito sul futuro delle pensioni rimarrà bloccato nell’impasse creata dal Consiglio federale? O riuscirà a uscirne e a mettere sul tavolo le questioni relative alle esigenze della popolazione attiva in materia di pensioni? Nel suo comunicato in cui denuncia il fatto che «il Consiglio federale sta preparando un nuovo attacco alle rendite AVS», l’Unione sindacale svizzera (USS) constata che «i problemi concreti dei lavoratori e delle lavoratrici vengono semplicemente ignorati». Tradurre questa constatazione, indiscutibile, in rivendicazioni che rispondano a questi «problemi concreti» e in mobilitazioni di una maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici, dei pensionati e delle pensionate: ecco la sfida per i movimenti e le organizzazioni che si propongono di rappresentarli e di coinvolgerli attivamente nella difesa dei loro diritti.

*articolo apparso sul sito alencontre.org il 20 maggio 2025

[1] In un contesto di accresciuta concorrenza interimperialista e di stagnazione della produttività – certamente con differenze tra le economie capitalistiche – la pressione per aumentare il plusvalore assoluto attraverso l’allungamento dell’orario di lavoro effettivo, giornaliera, settimanale o mensile e della durata della vita lavorativa è diventata una delle priorità della politica padronale, oltre all’indebolimento delle organizzazioni sindacali sul posto di lavoro, il tutto sotto la formula elvetica del «partenariato sociale», mentre i diritti sindacali concreti sono minimi e ulteriormente indeboliti. (Red.)

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