Iran-Israele. Perché Netanyahu ha scelto l’escalation

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Non casualmente, lo stesso giorno in cui Netanyahu ha evitato per un pelo la crisi di il governo a seguito di una disputa sul rendere o meno obbligatorio il servizio militare per gli ebrei ultra-ortodossi, lo stato sionista ha lanciato un attacco militare senza precedenti contro le infrastrutture militari e nucleari dell’Iran, compresi gli “omicidi mirati” di alti ufficiali e scienziati iraniani. Netanyahu ha definito questa guerra come “Operazione Leone Nascente”, in riferimento a un versetto biblico in cui il profeta Balaam paragona Israele a un leone che non avrà pace finché non avrà ottenuto la vittoria.

Anche la terminologia religiosa non è casuale. Sono decenni che le diverse leadership israeliane, pur nel loro esasperato modernismo, utilizzano il linguaggio biblico per presentare le loro guerre come missioni sacre, giustificando così la loro barbara violenza ammantandola di propositi divini.

La drammatica e rovinosa escalation israeliana si coniuga con le gravissime tensioni interne al paese. E non si tratta né solo né tanto delle ben note vicissitudini giudiziarie del premier.

Mentre l’esercito israeliano sta affrontando una carenza di personale, cresce nell’opinione pubblica il risentimento per l’ineguale peso della guerra “biblica” che grava sostanzialmente sulla cittadinanza laica, che è obbligata a mandare i propri figli in guerra, mentre i giovani ultra-ortodossi sono esentati dal servizio militare in base all’interpretazione di altri “versetti”. Resta irrisolta e si aggrava la controversia tra il governo e le famiglie degli ostaggi di Hamas, nonostante i tentativi di mediazione messi in campo dal Qatar e dagli Stati Uniti, mediazione, che con tutta evidenza non potrà certo riprendere di fronte all’ulteriore allargamento del conflitto di queste ultime ore.

L’isolamento internazionale di Israele era già al suo massimo storico, dopo i mandati di arresto contro Netanyahu e contro l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Forse anche per questo, il governo israeliano ha scelto di giocare il tutto per tutto, attaccando il progetto nucleare iraniano e contando sul fatto che la stragrande maggioranza dei media occidentali lo avrebbe presentato come un atto contro la minaccia proveniente dall’armamento di un governo, come quello iraniano, che fa di tutto per essere e per presentarsi come un governo integralista e brutale. 

Gli Stati Uniti hanno ammesso di essere stati consapevoli dell’operazione e di aver scelto di non fermarla, come invece avrebbero potuto. Trump considera l’escalation israeliana contro l’Iran come una leva utile ai negoziati con Teheran, minacciando che, se quest’ultima rifiutasse di scendere a compromessi, dovrà affrontare ulteriori attacchi. Il segretario di stato Marco Rubio ha chiesto una de-escalation, mentre armi e intelligence americane continuano ad essere utilizzate a piene mani da Israele. 

Ma Trump, nella sua elementare aritmetica, sa anche che Israele è solo un’ingente partita di spesa mentre le azioni di Netanyahu rendono sempre più equilibristici e precari gli affari che lui e il suo entourage intendono fare con le petromonarchie del Golfo. 

Nel 2015, Netanyahu arrivò a pronunciare una critica pubblica e solenne contro Barack Obama in un discorso al Congresso degli Stati Uniti, al fine di affossare l’accordo sul nucleare iraniano. E oggi, con la sua iniziativa militare contro Teheran, interferisce pesantemente sulla ripresa dei negoziati tra Trump e gli ayatollah.

Dopo il recente tour di Trump in Medioriente che ha completamente ignorato Israele (che ha segnalato come per gli Stati Uniti stia scemando l’importanza di Israele per far posto alle monarchie del Golfo) e ben consapevole del fatto che il fulcro della geopolitica (e del commercio mondiale) non sembra più in quella regione ma molto più ad Est, verso la Cina, Netanyahu capisce che gli Stati Uniti non considerano più Israele il pilastro della loro strategia regionale, e che anzi Washington non vede affatto di buon occhio l’idea di nuove guerre in Medio Oriente.

E’ anche per questo, e non solo per rafforzarne il potenziale militare, che sta cercando di coinvolgere direttamente Washington nell’operazione contro l’Iran.

Ma per Israele, gli obiettivi vanno oltre il “contenimento” o la distruzione dell’apparato nucleare iraniano. Il vero obiettivo è destabilizzare la Repubblica islamica, contando sul grande discredito popolare che quel regime ha raccolto con la sua repressione integralista e liberticida soprattutto tra gli strati giovanili delle grandi masse urbane. Un discredito che la grande lotta del movimento “Donna, vita, libertà” ha messo in luce dopo l’assassinio di Mahsa Amini.

Certo, Netanyahu sa bene che, sul piano interno e nell’immediato, la guerra genera “unità” e infatti in questi due giorni di guerra tutti i leader dell’opposizione ebraica, compresi i critici più accaniti, si sono schierati a favore del governo. E sa che l’opinione pubblica (anche quella più critica verso la sua politica economica e sociale) in larghissima parte appoggia la sua politica suprematista e colonialista.

Tuttavia, nella società israeliana serpeggia una certa stanchezza, basata anche su fattori materiali. L’allargamento della guerra arriva dopo quasi due anni estenuanti di un conflitto su più fronti che ha allontanato decine di migliaia di riservisti dalla vita civile e dal loro posto di lavoro per lunghi periodi. L’economia israeliana è stagnante, il costo della vita è in aumento e le fratture sociali si stanno aggravando mentre Netanyahu promuove una dottrina di guerra infinita che rischia di azzerare tutti quei “passi in avanti” tentati negli scorsi anni per normalizzare le relazioni tra lo stato sionista e le altre potenze regionali, in particolare l’Egitto e l’Arabia. Agli occhi di centinaia di milioni di cittadini del mondo arabo e islamico Israele continua ad apparire e sempre di più come una presenza ostile e da rimuovere. 

E’ dunque un insieme di fattori che ha spinto Netanyahu a rischiare. Ma a differenza delle campagne precedenti, questa è una scommessa senza una chiara strategia di uscita. Il prezzo dell’attacco agli impianti nucleari, l’impennata dei prezzi globali del petrolio  e l’incertezza sulla portata della rappresaglia iraniana hanno lasciato gli israeliani in una nebbia di ansia nazionale.

Già negli scorsi anni, i bombardamenti russi sulle infrastrutture nucleari ucraine avevano “sdoganato” iniziative di questo tipo, e oggi le azioni a tappeto del governo e dell’aviazione israeliana costituiscono un pericoloso e definitivo precedente globale per legittimare gli attacchi alle infrastrutture nucleari, indipendentemente dalle conseguenze.

L’avevamo già capito con l’aggressione russa all’Ucraina. La politica genocida praticata da Israele a Gaza ce l’aveva sanguinosamente confermato. E oggi la guerra contro l’Iran ci fornisce un’ulteriore dimostrazione del fatto che siamo entrati in un’era di brutale politica di potere. Ogni idea di “legalità” internazionale, ogni giustificazione ideologica (comprese quelle più ipocrite), ogni timore di “creare un precedente” vengono dimenticati.

*articolo apparso su refrattario e controcorrente domenica 15 giugno 2025.

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