Dalla telefonia mobile all’e-commerce farmaceutico – come la Corea del Nord ha costruito un ecosistema digitale chiuso ma sorprendentemente avanzato, tra modernità e controllo
Nel volgere di un paio di decenni, la Corea del Nord è passata da un sistema di comunicazione arcaico, basato su linee telefoniche manuali e connettività limitata a pochi distretti urbani, a un ecosistema digitale sorprendentemente articolato, per quanto rigidamente controllato. Fino alla fine degli anni novanta, in molte città anche medio-grandi era ancora attivo il collegamento tramite centraliniste, mentre la telefonia domestica era appannaggio di una ristretta élite. Solo con la parziale ripresa economica dei primi anni Duemila si è assistito alla diffusione dei telefoni fissi fra i commercianti e le famiglie della classe media urbana, seguita poi, in tempi relativamente brevi, dalla prima sperimentazione di reti mobili.
L’introduzione della telefonia cellulare non è stata affatto lineare. I primi servizi sono comparsi nel 2002 nella zona economica speciale di Rason, vicina al confine con la Russia, e a Pyongyang, attraverso una joint venture con un operatore thailandese. L’hardware proveniva da un lotto dismesso in Ungheria da Vodafone e i costi per l’utenza, inaccessibili alla maggioranza della popolazione, riflettevano gli intenti selettivi del progetto. La rete, battezzata “Sunnet”, è arrivata a contare decine di migliaia di utenti in pochi anni, finché un grave attentato alla stazione di Ryŏngchon ha spinto le autorità a ritirare di colpo quasi tutti i dispositivi dal mercato.
Tra il 2004 e il 2009, mentre la rete ufficiale è rimasta circoscritta a poche centinaia di numeri riservati all’élite, nelle regioni di confine si è diffuso l’uso dei telefoni cinesi. Le reti mobili cinesi, captabili in diversi tratti lungo la frontiera, hanno consentito comunicazioni transfrontaliere che hanno alimentato non solo attività commerciali semi-legali ma anche l’invio di rimesse e la circolazione di informazioni sulla situazione interna. Chi si occupava di scambi con la Cina o riceveva denaro da familiari fuggiti al Sud sapeva bene che un telefono con sim cinese era una risorsa preziosa, ma anche un rischio. Dal 2010 il possesso di questi dispositivi è stato criminalizzato, e apparati per l’individuazione dei segnali sono stati installati nelle province settentrionali.
Il grande salto verso una rete nazionale più estesa è avvenuto nel 2008 con la fondazione di Koryolink, grazie a un accordo con una compagnia egiziana. In breve tempo, centinaia di migliaia di nordcoreani, principalmente residenti nelle città più grandi, hanno ottenuto accesso alla telefonia mobile. Le funzionalità sono però rimaste limitate: niente Internet, niente chiamate internazionali, sorveglianza costante dei dati. Con il tempo, la rete è cresciuta anche in termini di copertura e capacità, parallelamente all’emergere di smartphone di produzione nazionale, venduti con una varietà di app e interfacce adattate all’uso interno. I modelli più recenti consentono anche pagamenti, consultazioni mediche e perfino attività scolastiche, sempre attraverso la rete intranet statale.
Questa espansione, tuttavia, non ha coinciso con una liberalizzazione dei flussi informativi. Il governo ha trasformato lo smartphone in uno strumento di controllo, selezionando accuratamente le funzionalità e bloccando qualsiasi contenuto che possa mettere in discussione l’autorità del sistema. Tuttavia, nonostante la sorveglianza e i filtri, la diffusione di dispositivi digitali ha lentamente modificato la percezione del tempo e del consumo tra i cittadini più connessi. Lo smartphone nordcoreano è oggi un oggetto ibrido: modernissimo nella forma, ma ancora carico di funzioni ideologiche e limiti tecnici che ne definiscono l’appartenenza a un universo chiuso.
Smart ma isolati: i telefoni nordcoreani e il loro ecosistema blindato
Lo smartphone nordcoreano si presenta come un prodotto dall’estetica moderna, ma concepito per operare all’interno di un sistema rigidamente autarchico. I modelli più diffusi, come gli Arirang o i Samtaesung, sono dispositivi progettati per rispondere a esigenze concrete in una società urbana sempre più abituata al digitale, ben oltre il semplice valore simbolico. Questi telefoni, prodotti localmente con componentistica in parte importata dalla Cina, funzionano esclusivamente sulla rete nazionale e non possono accedere a Internet, ma solo alla intranet interna, una rete chiusa che offre servizi selezionati, siti ufficiali e applicazioni approvate. L’assenza di Wi-Fi, la rimozione delle antenne FM, la geolocalizzazione disattivata e l’impossibilità di trasferire dati al di fuori dei canali ufficiali servono a impedire ogni forma di comunicazione autonoma, trasformando lo smartphone in uno strumento controllato in ogni funzione e contenuto.

Il sistema operativo è una versione locale di Android, pesantemente modificata per impedire ogni interazione con l’esterno. Le app preinstallate comprendono dizionari, software educativi, lettori di documenti e contenuti multimediali, strumenti per l’accesso alla stampa ufficiale e, in alcuni casi, giochi a tema patriottico. Esistono anche applicazioni per la visualizzazione di testi letterari e opere dei leader, tutte protette da blocchi che impediscono screenshot o copia. La possibilità di catturare immagini dello schermo, introdotta di recente su alcuni modelli, è stata mantenuta solo per contenuti non sensibili, mentre resta disattivata in corrispondenza di materiali politici o testi dei capi della dinastia Kim. Anche i comandi gestuali, come lo scorrimento a tre dita, vengono inibiti automaticamente in queste circostanze.
Pur con questi limiti, gli smartphone hanno cominciato a offrire ai cittadini nordcoreani una certa dose di personalizzazione e interattività, almeno entro i confini definiti dallo stato. Le app possono essere installate o aggiornate presso centri di assistenza specializzati presenti nelle città principali, oppure tramite trasferimento diretto da altri dispositivi attraverso bluetooth. L’informazione resta filtrata, ma la fruizione si è evoluta: si possono guardare film nazionali, ascoltare musica locale, leggere giornali digitali e accedere a una selezione di contenuti considerati “edificanti”. Per i cittadini delle aree urbane, lo smartphone rappresenta un piccolo spazio di autonomia organizzativa e sociale, utile per la scuola dei figli, per la gestione di acquisti e spostamenti, per seguire i notiziari o consultare un ricettario domestico.
Tuttavia, questo parziale spazio digitale non è una zona franca. Ogni dispositivo è associato a un proprietario tramite registrazione centralizzata, e i controlli sui contenuti, benché non onnipresenti, sono costanti. I tentativi di eludere le restrizioni, come l’inserimento di file esterni tramite microSD, sono puniti severamente, così come il semplice scambio di contenuti ritenuti devianti. La comunicazione tramite messaggistica è possibile, ma anch’essa sottoposta a tracciamento. Lo smartphone nordcoreano è dunque una finestra sul mondo solo in apparenza. È una macchina che simula la normalità globale, pur rimanendo saldamente chiusa all’esterno, un oggetto familiare che funziona secondo logiche profondamente diverse da quelle a cui l’industria della telefonia mobile ci ha abituati.
Una sanità ‘mobile’: l’app “Salute” e la digitalizzazione del sistema farmaceutico
Tra le applicazioni più emblematiche della crescente digitalizzazione dei servizi in Corea del Nord c’è “Keong-gang”, ovvero “Salute”, un’app sviluppata dal Ministero della Salute attraverso l’Ufficio centrale per la gestione farmaceutica. L’applicazione, disponibile sugli smartphone prodotti localmente, consente agli utenti di consultare un catalogo di oltre tremila farmaci, ordinare medicinali e dispositivi medici, ricevere consigli sanitari di base e, in teoria, contattare operatori per consulti a distanza. L’interfaccia, studiata per essere intuitiva anche per un pubblico non esperto, riflette la volontà del regime di mostrare una capacità organizzativa moderna nel settore sanitario. L’accesso ai servizi è possibile anche offline, grazie al caricamento del database nei centri IT cittadini o tramite scambio diretto tra utenti, a testimonianza del desiderio di massimizzare la copertura pur in un contesto infrastrutturale fragile.
L’app è strutturata in modo simile a una piattaforma di commercio elettronico: i prodotti sono suddivisi per categorie, corredati da immagini, descrizioni dettagliate, indicazioni terapeutiche e avvertenze. Un sistema a doppia valuta distingue i prodotti acquistabili in won locali da quelli riservati al pagamento in “won di cambio”, una moneta virtuale utilizzata per transazioni in valuta estera. Molti farmaci domestici sono venduti in valuta forte, a indicare sia la scarsità di materie prime sia la presenza di una clientela con capacità di spesa elevata. È possibile, ad esempio, ordinare lidocaina vietnamita per pochi centesimi o dispositivi diagnostici avanzati come microscopi elettronici portatili per centinaia di dollari. Una parte consistente dei prodotti proviene dalla Cina, altri sono realizzati da aziende nordcoreane ma prezzati come beni di lusso. Il sistema integra anche un servizio di tracciamento degli ordini, una funzione che replica esperienze già note nei contesti digitali di altri paesi, ma con una trasparenza fortemente limitata.
La disponibilità di questa app, benché circoscritta a una fascia urbana e relativamente abbiente della popolazione, rappresenta un caso interessante di modernizzazione verticale. Più che un segno di liberalizzazione, è un tentativo di razionalizzare la distribuzione delle risorse e rafforzare il controllo centralizzato. È chiro che il governo cerca di promuovere questo sistema come parte di una più ampia strategia di legittimazione. Tuttavia, le croniche carenze di farmaci, le disparità regionali e l’impossibilità di garantire un approvvigionamento regolare rendono questo strumento più una vetrina di ambizioni che una risposta strutturale ai problemi sanitari del paese. In un contesto in cui gli ospedali producono da sé rimedi a base di erbe per sopperire all’assenza di medicinali, la medicina digitale resta per ora una promessa in cerca di concretezza.
Intrattenimento di stato contro contenuti pirata: la battaglia per l’attenzione del pubblico
Se il sistema sanitario digitalizzato rappresenta un’innovazione funzionale, il panorama dell’intrattenimento evidenzia una frattura ben più profonda tra le intenzioni del regime e i desideri reali della popolazione. La televisione di stato e i contenuti distribuiti attraverso canali ufficiali, come l’app “Kongse” per la lettura di giornali e riviste, non riescono più a soddisfare nemmeno il pubblico più fedele. Le serie televisive e i film prodotti internamente vengono percepiti come noiosi. Le storie, improntate su schemi didascalici e figure stereotipate, non riescono a creare empatia, mentre le produzioni del passato, come il dramma “Kyewolhyang”, vengono oggi ricordate con una nostalgia che sottolinea il vuoto creativo attuale. Anche i giovani che crescono immersi nel linguaggio visivo della propaganda iniziano a preferire contenuti più dinamici e vicini alla loro esperienza quotidiana.
Contro questa crescente insoddisfazione, le autorità rispondono con nuove restrizioni e un’intensificazione dei controlli. Gli agenti dei comitati di quartiere e le cellule del Ministero della Sicurezza di Stato organizzano riunioni pubbliche per avvertire le famiglie, soprattutto quelle con figli, delle gravi conseguenze derivanti dal possesso di USB o di dispositivi con file non autorizzati. Gli stessi smartphone, benché blindati, vengono ispezionati a campione per verificare la presenza di materiale non conforme. I giovani però continuano a cercare vie alternative. Tra gli strumenti più diffusi compare l’MP8, un lettore multimediale di fabbricazione cinese senza radio né Wi-Fi, ma dotato di interfacce moderne, funzioni per e-book e riproduzione video. Viene spesso presentato come ausilio allo studio, facilitando così il suo ingresso legale nelle famiglie. Proprio per questa capacità di passare inosservato, l’MP8 si è imposto come mezzo privilegiato per l’accesso ai contenuti culturali proibiti.
La crescente domanda di dispositivi come l’MP8 ha portato alla nascita, lungo il confine cinese, di piccole fabbriche specializzate nella produzione su misura per il mercato nordcoreano. Si tratta di officine artigianali, spesso registrate ufficialmente come fabbriche di componenti telefonici, ma in realtà dedicate all’assemblaggio di dispositivi pensati per aggirare i controlli: privi di marchi, senza funzioni di registrazione, compatibili solo con formati semplici come i file di testo. Su richiesta dei contrabbandieri nordcoreani, vengono realizzati anche con involucri colorati o caratteristiche personalizzate. I contenuti sudcoreani, considerati particolarmente sensibili, non vengono più precaricati nei lettori MP8, ma forniti separatamente su schede di memoria o chiavette USB che possono essere inserite nel dispositivo solo al momento dell’uso. Questa precauzione serve a ridurre i rischi in caso di perquisizione. I lettori, invece, vengono spesso venduti già dotati di contenuti cinesi, come film d’azione, varietà televisivi o musica popolare, percepiti come meno rischiosi ma comunque attraenti, soprattutto tra i giovani, per via della rappresentazione di una quotidianità urbana più libera e moderna rispetto a quella proposta dalla produzione nordcoreana.
Il mercato parallelo dell’intrattenimento è alimentato da file sudcoreani, film cinesi, musica pop, ma anche da materiale educativo, programmi satirici e tutorial. Le memorie USB viaggiano di mano in mano, spesso nascoste in oggetti comuni, e rivelano un pubblico affamato di storie, linguaggi e visioni del mondo che l’apparato ufficiale non è più in grado di offrire. La risposta repressiva, per quanto capillare, non riesce a colmare questo divario culturale. Le autorità, nonostante i reiterati tentativi, appaiono incapaci di produrre contenuti alternativi all’altezza delle aspettative del pubblico e di modificare l’approccio narrativo che sta alla base dell’intera industria culturale statale. Di fronte a un’offerta interna percepita come monotona e a una domanda che continua a evolvere, il risultato è una crescente delegittimazione culturale del regime, che nessuna misura coercitiva sembra più in grado di arginare appieno.
Tecnologia e consumo in una società duale
Mentre i dispositivi digitali e le applicazioni statali contribuiscono a ridefinire l’organizzazione della vita urbana, sul piano materiale si moltiplicano i segnali di disallineamento tra la retorica ufficiale e le pratiche quotidiane. Lungo le vetrine semivuote dei negozi statali e nei mercatini paralleli delle città, si disegna con chiarezza la frattura tra il discorso sull’autosufficienza e i comportamenti concreti di consumo. Nonostante le ripetute campagne che esortano a preferire i prodotti nazionali con orgoglio e fiducia, le merci più ambite restano quelle provenienti dall’estero, in particolare dalla Corea del Sud. Il caso simbolico è quello dei cuociriso elettrici Cuckoo, divenuti oggetto del desiderio per le famiglie benestanti e per i funzionari di alto rango. Il gusto del riso, la durata della cottura e la funzione vocale rendono questi apparecchi superiori a qualsiasi alternativa locale o cinese. La loro popolarità è tale da spingere i venditori a modificare i dispositivi per renderli “silenziosi” e difficili da identificare come sudcoreani, mentre gli acquirenti si organizzano per nasconderli durante le ispezioni.
La diffusione di questi prodotti, pur se limitata a una minoranza urbana, riflette l’emergere di una società a più velocità, in cui una parte della popolazione accede regolarmente a beni di alta qualità attraverso canali semi-legali o grazie a protezioni politiche. Se la legge punisce severamente il possesso di prodotti sudcoreani, nella pratica le perquisizioni evitano le abitazioni degli alti funzionari e l’intero sistema si regge su una tacita tolleranza, fondata su relazioni personali e corruzione. Il valore economico di questi beni è esorbitante: un cuociriso può arrivare a costare l’equivalente di uno o più anni di stipendio, ma il loro possesso è anche una dichiarazione implicita di status, una conferma che il denaro, in Corea del Nord, può acquistare prestigio e piccoli frammenti di modernità.
Anche in settori meno simbolici, come l’elettronica di consumo, i prodotti locali faticano a imporsi. La scarsa affidabilità, la carenza di materie prime e l’assenza di standard qualitativi penalizzano la produzione nazionale. Gli sforzi per migliorare l’offerta interna esistono, ma si scontrano con limiti strutturali che il regime fatica ad ammettere, rendendo necessari accordi commerciali con partner esterni per accedere a componenti tecnologici avanzati. Questi accordi rafforzano le capacità produttive locali, ma restano fragili, perché dipendenti da forniture esterne e vulnerabili alle oscillazioni geopolitiche.
Nel frattempo, si afferma una doppia economia dove la valuta nordcoreana convive con monete estere usate informalmente. Il dollaro, il renminbi e lo yen circolano regolarmente nei mercati, e persino nelle app ufficiali compaiono prezzi espressi in “won di cambio”, riconoscendo di fatto la centralità delle valute straniere nei consumi reali. Le transazioni elettroniche, benché in crescita nelle città, restano ostacolate dalla mancanza di infrastrutture nelle province. Il risultato è una polarizzazione sempre più marcata: la capitale Pyongyang, e le città di Rason, sul confine con la Russia, di Kaesong, vicina alla linea di demarcazione con la Corea del Sud, e Sinuiju, divisa dalla Cina solo da un fiume, sono delle isole semi-globalizzate, mentre il resto del paese rimane ancorato a un’economia di sussistenza dove il contante è ancora il solo mezzo di scambio efficace.
Questa dinamica produce un effetto paradossale. Mentre lo stato impone l’autarchia come principio ideologico, una parte della società vive immersa in un sistema di consumo che si rifa, pur nei limiti imposti dal regime, a modelli internazionali. I beni tecnologici sudcoreani, i farmaci importati, i dispositivi cinesi modificati, le valute estere e le app semi-ufficiali compongono un paesaggio economico ibrido, dove i simboli del benessere coincidono con ciò che il regime definisce “reazionario”. In questo contesto, l’autosufficienza si configura come una narrativa difensiva, spesso disattesa dalla realtà materiale e dai comportamenti quotidiani degli stessi funzionari che dovrebbero promuoverla, più che come una reale strategia di sviluppo.
Il volto repressivo del digitale: censura, sorveglianza e leggi sulla cybersicurezza
Dietro la facciata della modernizzazione tecnologica si cela un’infrastruttura capillare di controllo, regolata da un impianto giuridico sempre più sofisticato e intrusivo. La revisione della Legge sulla tecnologia dell’informazione, entrata in vigore nel 2022, ha formalizzato l’obbligo per tutte le istituzioni, aziende e organizzazioni di registrare piani IT presso agenzie statali, mettendo a punto sistemi conformi a specifiche standardizzate e sottoponendosi a ispezioni obbligatorie. Le disposizioni mirano a garantire l’efficienza amministrativa e, allo stesso tempo, a rafforzare la supervisione centrale sulla progettazione e l’uso di ogni sistema informatico. Ogni apparato, dal software di un ministero all’app di un telefono, è soggetto a certificazione e tracciamento. La sicurezza informatica, intesa come protezione dell’ordine politico, diventa così un requisito obbligatorio per la messa in funzione di qualsiasi tecnologia.
La legge include anche un impianto sanzionatorio dettagliato. Chi omette di presentare i piani, gestisce sistemi non autorizzati o fornisce dati falsi può incorrere in sanzioni che vanno dal lavoro forzato fino al licenziamento, con possibili implicazioni penali in casi gravi. Parallelamente alla normativa, sono stati potenziati i sistemi di rilevamento e intervento. La strategia repressiva non si limita a punire la diffusione dei dispositivi, ma cerca di colpire alla radice la circolazione stessa dei file, monitorando i movimenti nei mercati, i contatti familiari e persino l’accesso ai centri IT cittadini dove si aggiornano le app.
Nonostante la rigidità dell’apparato repressivo, la penetrazione della cultura digitale non si è arrestata. Anzi, l’evoluzione tecnologica ha obbligato il regime a trovare un equilibrio tra funzionalità e sorveglianza. Le app che offrono servizi essenziali devono poter essere diffuse anche in assenza di rete, e ciò comporta inevitabilmente la possibilità che i file vengano copiati o scambiati. La sorveglianza resta elevata, ma non può essere onnipresente. Le autorità, consapevoli del rischio, puntano allora su un sistema di dissuasione sociale: colpevolizzare, isolare, punire. Tuttavia, la crescente competenza tecnica di una parte della popolazione, unita alla diffusione di dispositivi poco tracciabili, mina alla base l’idea stessa di un controllo totale. E rende la repressione un esercizio sempre più costoso e incerto.
Tra cooperazione e aggiramento delle sanzioni: l’industria tech come strategia geopolitica
Nel tentativo di consolidare una propria base tecnologica senza rinunciare all’accesso a componenti avanzate, la Corea del Nord ha progressivamente messo a punto una rete di accordi commerciali e industriali con aziende cinesi, aggirando i vincoli imposti dalle sanzioni. Un esempio emblematico è rappresentato dall’intesa siglata nel marzo 2025 a Sinuiju tra la Mangyongdae Trading Company, una delle principali imprese tecnologiche nordcoreane, e una società cinese del settore elettronico. L’accordo prevede la fornitura di semiconduttori, batterie al litio, display e chipset in cambio di terre rare, con l’obiettivo dichiarato di rilanciare la produzione di smartphone, terminali di pagamento e interfacce di rete. In parallelo, le due parti si sono impegnate nello sviluppo congiunto di una miniera di terre rare come il neodimio e il disprosio nella provincia del Pyongan settentrionale, segnando un passo ulteriore verso una cooperazione strategica su scala industriale.
Accanto al commercio di componenti, si moltiplicano le iniziative più opache, come le joint venture tecnologiche che consentono al personale nordcoreano di operare sotto falsa identità in ambienti internazionali. In una di queste, l’azienda Pyongyang Program Joint Development Company ha stretto un’intesa con una piccola società informatica di Shenyang, città della Cina nord-orientale, per sviluppare tecnologie di sicurezza basate sull’intelligenza artificiale. Il progetto, formalmente cinese, sarà in realtà guidato da tecnici nordcoreani che opereranno da remoto, evitando ogni esposizione diretta. In cambio, la società cinese potrà registrare brevetti a proprio nome e ottenere incentivi fiscali dal governo locale. Tale soluzione consente a Pyongyang non solo di generare valuta pregiata attraverso la vendita di know-how, ma anche di formare una generazione di sviluppatori che operano sul mercato internazionale pur senza lasciare fisicamente il paese.
Queste forme di cooperazione mostrano come la Corea del Nord non miri tanto all’autarchia tecnologica, quanto a una forma di autosufficienza flessibile, fondata sull’opacità, ma anche sull’adattamento e su una divisione del lavoro in cui le competenze digitali interne vengono monetizzate per vie indirette. A questo si affianca una strategia più sottile, portata avanti dalle autorità cinesi locali, per penetrare il tessuto culturale nordcoreano. Progetti come il “Piano di cooperazione per lo sviluppo culturale reciproco”, elaborato nei tre grandi territori nordorientali della Cina, puntano alla diffusione di contenuti audiovisivi filocinesi all’interno della Corea del Nord, aggirando i canali ufficiali sotto la maschera dello scambio culturale. I destinatari sono studenti, giovani funzionari, lavoratori transfrontalieri e famiglie di diplomatici, tutte categorie con una certa esposizione pubblica e ritenute in grado di amplificare, anche indirettamente, i messaggi veicolati dai contenuti culturali.
In questa cornice, la tecnologia diventa uno strumento polivalente, capace al contempo di rispondere ai bisogni interni, di rafforzare il controllo sociale, di accrescere il prestigio internazionale e di facilitare l’acquisizione occulta di valuta e risorse. Le aziende nordcoreane più avanzate si muovono in un contesto che somiglia più a un’industria parallela che a un sistema economico statale tradizionale. I prodotti vengono immessi sul mercato interno, ma con una logica di differenziazione: da un lato servizi e beni per l’élite urbana, dall’altro applicazioni e dispositivi limitati al minimo per il resto della popolazione. L’accesso a risorse tecnologiche diventa così un indicatore sociale implicito, e la familiarità con certi strumenti distingue le nuove élite tecnocratiche dalle generazioni precedenti, nonché da chi è più povero.
Tuttavia, l’efficienza di questo modello rimane fragile. Le infrastrutture restano vulnerabili a blackout e interruzioni, le forniture dipendono da equilibri geopolitici in costante mutamento, e l’economia nel suo complesso continua a essere segnata da inefficienze croniche e scarsità strutturali. La corsa alla digitalizzazione, pur reale, procede su binari fortemente asimmetrici e non può cancellare le contraddizioni profonde di un sistema che pretende di integrare modernità e isolamento. La Corea del Nord ha costruito una bolla tecnologica in cui gli strumenti del presente sono stati adattati a un’ideologia del passato. Ma proprio questa bolla, con le sue falle e i suoi paradossi, finisce per mettere in crisi le basi stesse della sua narrazione. L’espansione dell’uso quotidiano della tecnologia rende sempre più complesso mantenere un controllo rigido e uniforme, anche in un sistema strutturato per limitare ogni deviazione.
FONTI UTILIZZATE: Daily NK, RFA, 38 North, Huxiu, canale youtube del prof. Andrey Lankov
*articolo apparso su substack.com il 1° luglio 2025
Condividi:
- Fai clic per condividere su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Fai clic per inviare un link a un amico via e-mail (Si apre in una nuova finestra) E-mail
- Fai clic per condividere su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Fai clic per condividere su Bluesky (Si apre in una nuova finestra) Bluesky
