Trump e il suo 39%: gli obiettivi e gli interessi del padronato svizzero

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In relazione ai dazi doganali del 39% imposti dal 7 agosto su una parte delle importazioni provenienti dalla Svizzera, si è parlato molto delle esportazioni di prodotti farmaceutici e dei loro prezzi di vendita imposti dai giganti farmaceutici negli Stati Uniti, ancora più esorbitanti che in altre parti del mondo.

Meno spesso si è fatto riferimento a una dimensione della risposta delle aziende farmaceutiche svizzere, messa in atto da mesi: «“I farmaci innovativi sono troppo economici”: il capo della Novartis rimprovera l’Europa”, titolava la NZZ lo scorso 17 luglio. Il quotidiano zurighese riassume così l’argomentazione di Vas Narasimhan, capo della Novartis: «Spetta ai paesi europei [cioè alla popolazione, in Svizzera in particolare attraverso i premi malattia] pagare di più per le cure innovative e ridurre così le disuguaglianze denunciate dal governo americano».

Già il 29 aprile, la NZZ titolava: «I farmaci diventeranno più cari: Novartis e Roche mettono l’Europa e gli Stati Uniti l’uno contro l’altro. I gruppi promettono miliardi a Trump, lodano gli Stati Uniti e si lamentano che gli svizzeri pagano troppo poco per i loro farmaci». Le pressioni di Trump vengono utilizzate dall’industria farmaceutica per portare avanti le loro richieste di lunga data…

Allo stesso tempo, Novartis manifesta interesse per Avidity Biosciences, un’azienda con sede a San Diego, in California, il cui valore di mercato è stimato in 5,8 miliardi di dollari e le cui azioni hanno visto crescere in continuazione il loro valore dall’annuncio dell’interesse di Novartis. Un’operazione presentata come uno sforzo di investimento negli Stati Uniti e che risponde alla scadenza dei brevetti su alcuni farmaci di Novartis. Avidity Biosciences offre infatti una nuova classe di terapie a base di RNA chiamate AOC, progettate per superare gli attuali limiti delle terapie a base di oligonucleotidi. Roche, dal canto suo, secondo il Financial Times del 24 luglio, “è in trattative con il governo americano per eliminare gli intermediari dall’industria farmaceutica e vendere i farmaci direttamente ai pazienti, mentre i produttori di farmaci cercano di affrontare la minaccia di un drastico calo dei prezzi a seguito delle riforme proposte dal presidente Donald Trump”. Thomas Schinecker, amministratore delegato di Roche, ha dichiarato che metà dei profitti della catena di approvvigionamento va agli intermediari, noti come gestori di servizi farmaceutici, che non assumono «alcun rischio» in materia di innovazione». Novartis e Roche non si appoggiano qui ai «dirigenti politici» Keller-Sutter e Parmelin per gestire i propri interessi. Ciò riflette l’effettiva struttura del potere economico-politico.

Allo stesso modo, Swissmem, l’associazione dell’industria tecnologica svizzera, ha pubblicato il 6 agosto un comunicato in cui si afferma: «Svizzera deve dare libero sfogo alle nostre forze: la politica, l’economia e l’intera società devono unirsi a sostegno dell’industria delle esportazioni. Date un sostegno alle richieste dell’industria tecnologica, per il bene di tutti noi». Seguono 10 richieste che comprendono, tra l’altro, la proroga della cassa di disoccupazione a 24 mesi, l’abbandono degli obiettivi climatici, maggiori contributi pubblici per finanziare le «innovazioni» delle imprese, un alleggerimento della legge sull’esportazione di materiale bellico, il rifiuto di nuovi contributi salariali per l’AVS, la convalida di nuovi trattati di libero scambio, in primo luogo con il Mercosur, o ancora il rifiuto di qualsiasi protezione contro il licenziamento dei sindacalisti nell’ambito dell’accordo bilaterale con l’Unione europea. In parole povere, il padronato sta sfruttando il conflitto commerciale con gli Stati Uniti per portare avanti con brutalità il proprio programma economico e sociale. E pretende che la maggioranza della popolazione si sottometta ai suoi interessi, che è il significato della formula «per il bene di tutti». Chi cederà a questi richiami?

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