Da oltre un secolo, il Medio Oriente è al centro della costruzione dell’ordine mondiale contemporaneo. Oggi, la regione è il più grande esportatore di petrolio al mondo e le sue vaste riserve hanno plasmato l’ascesa del capitalismo fossile e l’emergenza climatica che si sta verificando. Tuttavia, l’importanza del petrolio mediorientale va ben oltre il suo ruolo di fonte di energia. La ricchezza che genera è integrata nel commercio mondiale delle armi e nel sistema finanziario moderno. Queste dinamiche hanno reso il Medio Oriente un centro permanente del potere occidentale, soprattutto quello degli Stati Uniti. Per capire perché la lotta contro il capitalismo fossile è inseparabile dalle lotte per la giustizia in Medio Oriente, è necessario ricordare come il petrolio, il militarismo e l’impero si sono intrecciati nel corso dell’ultimo secolo.
L’impero fossile europeo
Le radici di questo ordine risalgono all’inizio del XX° secolo. Con il crollo dell’Impero ottomano a seguito della prima guerra mondiale, la Gran Bretagna e la Francia hanno diviso il Medio Oriente in zone di influenza e controllo. Il petrolio è stato un fattore importante in questo processo: le riserve petrolifere della regione erano abbondanti, poco costose dal punto di vista del loro sfruttamento e geograficamente vicine all’Europa. L’estrazione di questo petrolio era controllata da una manciata di società europee che pagavano royalties minime ai monarchi locali sostenuti dal regime coloniale. A quel momento, le compagnie petrolifere americane avevano una presenza limitata nella regione.
Sebbene il carbone rimanesse il combustibile fossile dominante nel mondo durante questa fase iniziale di dominio coloniale, il petrolio stava diventando sempre più importante, in particolare per la conduzione della guerra [1]. Nel 1914, ad esempio, Winston Churchill aveva dichiarato che le riserve petrolifere dell’Iran erano essenziali per convertire la marina britannica dal carbone alle navi alimentate a petrolio. Le navi alimentate a petrolio erano molto più leggere, più veloci e non necessitavano di spazio per ingombranti aree di stoccaggio del carbone, quindi potevano trasportare armi e personale aggiuntivi. Il passaggio strategico al petrolio per la marina britannica dipendeva dal dominio coloniale britannico in Medio Oriente. All’epoca, l’estrazione e la raffinazione di petrolio in Iran erano gestite dalla Anglo-Persian Oil Company, una società di proprietà del governo britannico [2]. Oggi conosciamo questa società con il nome di BP.
Due transizioni: dal carbone al petrolio e dal dominio europeo a quello americano
All’indomani della seconda guerra mondiale, il sistema energetico mondiale passò definitivamente dal carbone al petrolio come combustibile fossile principale (anche se questo passaggio non significò un concomitante calo del consumo di carbone, che continuò a crescere, arrivando, ancora nel 2024, a raggiungere livelli record). Questa transizione energetica era strettamente legata all’emergere degli Stati Uniti come potenza mondiale dominante, che soppiantò gli Stati dell’Europa occidentale indeboliti dalla guerra. A differenza della maggior parte dei paesi europei, gli Stati Uniti possedevano vaste riserve petrolifere nazionali e le compagnie petrolifere americane dominavano la produzione internazionale.
Il Medio Oriente era fondamentale per il passaggio globale all’uso dei combustibili fossili. Con la domanda di petrolio in rapida crescita, Washington cercava di proteggere le sue riserve nazionali dalle pressioni all’esportazione che avrebbero potuto far aumentare i prezzi interni. Proprio per questo, il Piano Marshall aveva stabilito che il fabbisogno energetico dell’Europa doveva essere soddisfatto principalmente dall’estero, e il petrolio mediorientale era relativamente economico, abbondante e facilmente trasportabile. Nell’ambito del Piano Marshall furono spesi per il petrolio più aiuti che per qualsiasi altra merce, e la maggior parte proveniva dal Medio Oriente [3]. Pertanto, la transizione dal carbone al petrolio nel dopoguerra in Europa occidentale rappresento sia uno sviluppo mediorientale che europeo.
Le due transizioni interdipendenti che si verificarono in quel periodo avvennero parallelamente al crollo del vecchio ordine controllato dagli europei in Medio Oriente [4]. Movimenti anticolonialisti e nazionalisti arabi scoppiarono in tutta la regione, in particolare in Egitto, dove un monarca sostenuto dagli inglesi, re Farouk Ier [5], fu rovesciato da un colpo di Stato guidato dal popolare ufficiale militare Gamal Abdel Nasser [6], nel 1952. La vittoria di Nasser ispirò una serie di lotte sociali in tutta la regione, con appelli generalizzati da parte dei movimenti politici a nazionalizzare le risorse petrolifere e utilizzare questa ricchezza per invertire gli effetti del dominio coloniale.
Mentre l’influenza politica della Gran Bretagna e della Francia nel Medio Oriente si indeboliva, gli Stati Uniti si impegnarono a affermarsi come la forza esterna dominante nella regione. L’avanzata di Washington si basava su due alleanze principali. La prima era con l’Arabia Saudita. Durante gli anni ’40 e ’50, le compagnie petrolifere americane erano arrivate a controllare interamente la produzione petrolifera saudita. L’Arabia Saudita, tuttavia, non era immune dai movimenti radicali di sinistra e dalle agitazioni operaie, e all’interno della famiglia reale saudita esisteva persino una corrente nasserista. Di fronte a queste sfide, gli Stati Uniti diedero il loro sostegno incondizionato a una fazione conservatrice della monarchia saudita, fornendo armi, addestrando la Guardia Nazionale saudita e sostenendola contro i rivali interni e le correnti nazionaliste regionali. In questo modo, l’Arabia Saudita fu incorporata in un ordine regionale e mondiale incentrato sugli Stati Uniti.
Il secondo pilastro della potenza americana era Israele, in particolare dopo la guerra del 1967, nel corso della quale Israele sconfisse l’Egitto e una coalizione di altri Stati arabi, infliggendo un duro colpo al nasserismo e alle correnti politiche radicali nella regione [7]. Da quel momento in poi, gli Stati Uniti hanno iniziato a fornire a Israele miliardi di dollari di equipaggiamento militare e sostegno finanziario ogni anno, come continuano a fare ancora oggi. Proprio come il Sudafrica dell’apartheid, l’alleanza degli Stati Uniti con Israele si basa sul fatto che Israele è una colonia di insediamento: un paese fondato sulla spoliazione della popolazione palestinese originaria e sulla continua esclusione razzista dei palestinesi rimasti sulla terra (sia sotto occupazione militare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sia come cittadini palestinesi di Israele). Una parte consistente della società israeliana beneficia di questa espropriazione e della violenza contro la popolazione palestinese, e ha finito per vedere questi privilegi in termini razzializzati e messianici. Con questa struttura sociale distinta e la dipendenza dal sostegno esterno per la sua sopravvivenza, Israele è un alleato degli Stati Uniti molto più affidabile di un normale Stato “cliente” (come l’Egitto o la Giordania, che devono sempre rispondere alle pressioni sociali e politiche provenienti dal basso).
Ecco perché Israele, nonostante abbia un PIL pro capite superiore a quello del Regno Unito, della Germania e della Francia, ha ricevuto più aiuti esteri americani cumulativi di qualsiasi altro paese al mondo. L’ex segretario di Stato americano Alexander Haig una volta descrisse Israele come “la più grande portaerei americana al mondo ». Joe Biden, in un discorso del 1986, definì Israele «il miglior investimento da 3 miliardi di dollari che facciamo», affermando che «se non ci fosse Israele, gli Stati Uniti d’America dovrebbero inventarsi un Israele per proteggere i propri interessi nella regione». Parallelamente a questo sostegno militare ed economico, lo Stato americano ha anche lavorato costantemente per bloccare qualsiasi censura internazionale nei confronti di Israele. Dal 1945, più della metà di tutte le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU su cui gli Stati Uniti hanno posto il veto sono state quelle che criticavano Israele. Questo sostegno americano a Israele non è legato a un presidente o a un partito in particolare: è bipartisan e non è venuto meno da oltre sei decenni.
Petrolio, OPEC e ricchezza in petrodollari
Un cambiamento importante nell’industria petrolifera mondiale è avvenuto nel 1960 con la creazione dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) da parte di cinque grandi paesi produttori di petrolio: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela [8]. Al momento della creazione dell’OPEC, i suoi Stati fondatori non controllavano interamente le enormi riserve petrolifere che si trovavano all’interno dei propri confini. Al contrario, l’estrazione, la raffinazione e la commercializzazione di quasi tutto il petrolio mondiale erano dominate da sette compagnie petrolifere americane ed europee, popolarmente conosciute come le “Sette Sorelle” [9]. Queste società erano le antesignane degli attuali giganti petroliferi occidentali, come ExxonMobil, Chevron, Shell e BP. Dal giacimento petrolifero alla pompa di benzina, le Sette Sorelle controllavano l’estrazione mondiale di petrolio, compresi gli Stati membri dell’OPEC, che spedivano e trasformavano in prodotti raffinati venduti al consumatore finale (situati in gran parte sui mercati occidentali). Fondamentalmente, le Sette Sorelle fissavano anche il prezzo del petrolio greggio, pagando royalties minime ai governi dell’OPEC per il diritto di accedere ed estrarre il loro petrolio.

Con la creazione dell’OPEC, tuttavia, i principali paesi produttori di petrolio iniziarono ad affermare il loro controllo sull’estrazione e la produzione delle riserve grezze all’interno dei propri paesi. A livello globale, la progressiva nazionalizzazione del petrolio da parte di questi paesi ha indebolito il potere delle aziende occidentali sull’industria petrolifera e ha contribuito a sostenere l’ascesa delle compagnie petrolifere nazionali (CPN) in luoghi come l’Arabia Saudita. Nel 1970, le compagnie petrolifere occidentali detenevano oltre il 90% delle riserve petrolifere al di fuori degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica; un decennio dopo, la loro quota sarebbe scesa a meno di un terzo [10].
La nazionalizzazione del petrolio significò anche che le compagnie petrolifere occidentali persero la loro capacità di fissare il prezzo del petrolio, il che portò a una serie di aumenti di prezzo significativi negli anni ’70. Essendo il petrolio ormai il principale combustibile fossile al mondo, questi aumenti di prezzo significavano che i paesi produttori di petrolio cominciavano ad accumulare enormi ricchezze finanziarie derivanti dalle esportazioni. Tra il 1965 e il 1986, i soli membri mediorientali dell’OPEC avrebbero guadagnato circa 1,7 trilioni di dollari (1’700 miliardi di dollari) dalla vendita di petrolio, con l’Arabia Saudita alla quale sarebbe andato oltre il 40% di questo totale [11]. Questi enormi surplus finanziari – soprannominati “petrodollari” dagli osservatori dell’epoca – costituivano una parte cruciale dell’architettura finanziaria mondiale così come si era sviluppata a partire dagli anni ’70. Cosa ancora più importante, hanno contribuito a rafforzare la posizione degli Stati Uniti – al vertice di un sistema finanziario internazionale incentrato sul dollaro – dei mercati finanziari americani e delle istituzioni finanziarie euro-americane.

Il rapporto degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo era essenziale per lo sviluppo di questo sistema finanziario. Il sostegno americano alla monarchia saudita garantiva che il controllo del petrolio non sarebbe stato utilizzato per sconvolgere radicalmente il sistema politico mondiale. Fondamentalmente, i sauditi hanno anche accettato che il petrolio fosse quotato in dollari americani (fino alla metà degli anni ’70, circa il 20% delle transazioni petrolifere internazionali era effettuato in sterline britanniche) . Ciò ha contribuito a consolidare il dollaro americano come valuta di riserva internazionale, perché tutti i paesi erano costretti a detenere grandi quantità di dollari per finanziare le loro importazioni della merce più importante al mondo [12]. Per gli Stati Uniti, ciò significava anche che la domanda internazionale di dollari superava il fabbisogno nazionale, cosicché gli Stati Uniti potevano spendere all’estero più di quanto guadagnavano, con minori preoccupazioni riguardo all’inflazione o ai tassi di cambio che invece limitavano altri paesi. Con il dollaro che fungeva da valuta di riserva mondiale, gli Stati Uniti acquisirono un enorme potere sugli altri Stati grazie alla minaccia di sanzioni o di esclusione dal sistema bancario americano. Possiamo vedere queste realtà ancora oggi.
Una parte importante di questa struttura finanziaria comportava il ricircolo della ricchezza petrolifera del Golfo nei mercati finanziari americani [13]. Un aspetto di ciò era l’acquisto di buoni del Tesoro americano e altri titoli americani. Una serie di accordi segreti sono stati negoziati tra il governo americano e la monarchia saudita per incanalare i proventi del petrolio verso i mercati americani, e alla fine degli anni ’70 l’Arabia Saudita deteneva un quinto di tutti i buoni e le obbligazioni del Tesoro detenuti da governi al di fuori degli Stati Uniti. Il Golfo è diventato anche uno dei maggiori acquirenti di armi e attrezzature militari di fabbricazione americana, un rapporto che continua ancora oggi.
Legami Est-Est
Per gran parte del XX° secolo, le esportazioni petrolifere del Golfo sono state destinate principalmente all’Europa occidentale e al Nord America, con la ricchezza dei petrodollari che ricircolava nei mercati finanziari occidentali attraverso i vari canali sopra descritti. A partire dai primi anni 2000, tuttavia, la geografia dell’industria petrolifera ha iniziato a cambiare radicalmente parallelamente all’emergere della Cina come nuova “officina del mondo”. L’ascesa della Cina come centro mondiale della produzione e dell’industria ha portato a una rapida crescita del fabbisogno energetico del Paese, soddisfatto in gran parte dalle importazioni.
Nel 2000 la Cina rappresentava solo il 6% della domanda mondiale di petrolio; nel 2024 il Paese consumava circa il 16% del petrolio mondiale, più dell’intera Europa messa insieme. Oggi, quasi la metà delle esportazioni mondiali di petrolio è destinata all’Asia orientale, principalmente alla Cina. La maggior parte delle importazioni cinesi di petrolio proviene dal Medio Oriente, in particolare dalle monarchie del Golfo e dall’Iraq. La Cina ha anche determinato un enorme aumento della domanda di gas naturale: nel 2024, poco meno di un quinto delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto (GNL) era destinato alla Cina, con il Golfo al secondo posto tra i maggiori fornitori di tali esportazioni (dopo l’Australia).
Le esportazioni di petrolio e gas del Golfo sono in gran parte controllate dalle compagnie petrolifere nazionali (NOC) della regione, come Saudi Aramco, oggi la più grande compagnia petrolifera al mondo. A differenza degli anni ’70, le NOC del Golfo non si occupano più solo dell’estrazione del greggio, ma si sono espanse a valle nella raffinazione, nella petrolchimica (come plastica e fertilizzanti), nonché nella commercializzazione, spedizione e logistica. Aziende come Aramco hanno anche avviato una serie di joint venture in Cina, Corea del Sud e Giappone, approfondendo le interdipendenze tra i mercati del Golfo e dell’Asia orientale. Questo circuito di idrocarburi “Est-Est” è ora un asse importante della produzione e del consumo mondiale di combustibili fossili ed è largamente dominato dalle CPN del Golfo e della Cina piuttosto che dalle tradizionali compagnie petrolifere occidentali.
La crescita della domanda mondiale di petrolio e gas legata all’ascesa della Cina è stata associata a due decenni di prezzi del petrolio relativamente elevati. Per le monarchie del Golfo, ciò ha prodotto un nuovo boom dei petrodollari, con migliaia di miliardi di dollari di ricchezza petrolifera che sono affluiti nelle loro banche centrali e nei loro fondi sovrani. L’entità di questa ricchezza è in parte indicata dalle riserve valutarie del Golfo, che hanno raggiunto gli 800 miliardi di dollari nel 2024, le quarte più grandi al mondo dopo Cina, Giappone e Svizzera. Oltre a queste riserve delle banche centrali, quasi 5 trilioni di dollari di attività sono controllati da fondi sovrani con sede nel Golfo, pari a circa il 40% della ricchezza mondiale dei fondi sovrani.
Nonostante lo spostamento verso est delle esportazioni energetiche del Golfo, la ricchezza in petrodollari della regione rimane ampiamente concentrata sui mercati finanziari statunitensi e dell’Europa occidentale. Gli investimenti del Golfo nei mercati azionari statunitensi, ad esempio, sono quasi triplicati dal 2017 e ora rappresentano circa il 5% di tutti gli investimenti stranieri nelle aziende statunitensi. In linea con le tendenze storiche, anche le esportazioni di materiale militare occidentale verso il Golfo sono aumentate vertiginosamente nell’ultimo decennio. Più di un quinto delle esportazioni mondiali di armi è andato al Golfo tra il 2019 e il 2023, superando qualsiasi altra regione del mondo. Queste includono aerei, navi e missili, con una stragrande maggioranza fornita dagli Stati Uniti, insieme a Italia, Francia e Regno Unito. Infatti, circa un quarto delle esportazioni di armi statunitensi è andato alla sola Arabia Saudita nel periodo 2016-2020, e l’Arabia Saudita è rimasta il principale destinatario singolo di armi statunitensi nel periodo 2020-2024. Grazie a questi acquisti, le spese militari del Golfo forniscono un flusso di entrate fondamentale per le aziende militari statunitensi, rafforzando al contempo i legami strategici più ampi tra le monarchie del Golfo e lo Stato americano.
Gli accordi sugli armamenti con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno anche sostenuto la sopravvivenza di industrie alleate in paesi come la Gran Bretagna, dove le vendite di aerei da combattimento a Riyadh si sono rivelate vitali per sostenere il settore aerospaziale nazionale del Regno Unito. Queste armi, a loro volta, sono state utilizzate dagli Stati del Golfo per perseguire politiche estere sempre più assertive, in modo più distruttivo nello Yemen e in Libia, ma anche negli sforzi per plasmare le traiettorie politiche in tutto il Medio Oriente e il Corno d’Africa.
Perché la Palestina è una questione climatica
Questi flussi energetici e petrodollari devono essere compresi nel contesto della più ampia geopolitica del Medio Oriente. Il punto centrale qui è il relativo indebolimento del potere americano nella regione negli ultimi due decenni, una tendenza che ha subito un’accelerazione dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Sebbene Washington rimanga l’attore esterno dominante, la sua posizione è sempre più contestata da altri Stati, in particolare Cina e Russia. Le potenze regionali – come Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – continuano ad espandere la loro influenza, anche se rimangono profondamente legate alle strutture militari e finanziarie statunitensi. L’Iran, che dalla rivoluzione del 1979 si è tenuto fuori da questo sistema di alleanze ancorato agli Stati Uniti, persegue anche le proprie reti e strategie regionali che spesso lo portano al confronto con Washington. Queste dinamiche costituiscono una parte critica del più ampio indebolimento dell’egemonia mondiale americana e si svolgono nel mezzo delle crisi sociali, politiche ed ecologiche che si sovrappongono nel mondo contemporaneo.
Di fronte a queste sfide, gli Stati Uniti hanno cercato di riaffermare la loro supremazia in Medio Oriente. La chiave di tutto ciò è un tentativo di lunga data di legare insieme i due principali pilastri del potere americano nella regione – le monarchie del Golfo e Israele – in un unico blocco allineato con gli interessi americani [14]. Un chiaro indicatore di questa direzione strategica è arrivato con i cosiddetti “accordi di Abramo” del 2020 sostenuti da Trump [15], in cui gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno formalmente normalizzato le loro relazioni con Israele. Questo accordo, motivato da importanti incentivi americani, ha aperto la strada a un accordo di libero scambio tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele nel 2022, il primo del genere tra Israele e uno Stato arabo. Il Sudan e il Marocco hanno rapidamente seguito l’esempio, consentendo a Israele di instaurare relazioni diplomatiche formali con quattro Stati arabi. Oggi Israele ha relazioni formali con paesi che rappresentano circa il 40% della popolazione della regione araba, comprese alcune delle sue maggiori potenze politiche ed economiche.
Il sostegno a Israele e alla sua guerra genocida a Gaza è parte integrante di questa strategia americana. L’espansione militare di Israele dal 2023 – da Gaza al Libano all’Iran – è stato un tentativo di riscrivere la politica della regione e aprire la strada a una sorta di normalizzazione con il Golfo (in particolare l’Arabia Saudita) nell’ambito di un accordo postbellico. Collegando la potenza militare di Israele alle riserve di idrocarburi del Golfo, agli enormi surplus finanziari e al commercio petrolifero basato sul dollaro, Washington mira a rafforzare la sua posizione regionale e globale indebolita. Il successo non solo garantirebbe l’influenza americana in Medio Oriente, ma fornirebbe anche una leva decisiva in qualsiasi confronto più ampio con la Cina (soprattutto considerando la dipendenza della Cina dalle importazioni di petrolio dal Golfo).
In definitiva, queste dinamiche non possono essere separate dalla posizione cruciale del Medio Oriente in un mondo come il nostro, incentrato sui combustibili fossili. Gli Stati del Golfo e le loro CPN stanno intensificando gli sforzi nella produzione di idrocarburi, intrappolando il pianeta in un percorso di sicura catastrofe climatica. Per gli Stati Uniti, questa espansione dei combustibili fossili, legata alla sua alleanza strategica con le monarchie del Golfo e alla loro normalizzazione con Israele, è una fonte cruciale di potere in un momento in cui il dominio mondiale americano deve affrontare sfide crescenti. Non può esserci smantellamento dell’ordine fossile, né vera liberazione palestinese, senza rompere queste alleanze. Ecco perché la Palestina è al centro della lotta contro il capitalismo fossile e perché la straordinaria battaglia per la sopravvivenza che i palestinesi stanno combattendo oggi, a Gaza e oltre, è inseparabile dalla lotta per il futuro del pianeta [16].
*Adam Hanieh è professore di economia politica e sviluppo globale all’Università di Exeter e ricercatore presso l’Istituto di studi internazionali e regionali dell’Università Tsinghua di Pechino. Questo articolo è apparso su Transition Security Project il 28 ottobre 2025
[1] Timothy C. Winegard, The First World Oil War, University of Toronto Press: 2016.
[2] Mattin Biglari, Nationalising Oil and Knowledge in Iran: Labour, Decolonisation and Colonial Modernity, 1933-51, Edinburgh University Press: 2025.
[3] David S. Painter, «The Marshall Plan and Oil», Cold War History, 2009, vol. 9, pp.159-175.
[4] Adam Hanieh, Crude Capitalism: Oil, Corporate Power, and the Making of the World Market, Verso: 2024.
[5] Il re Farouk Ier (1920-1965) regnò in Egitto dal 1936 al 1952. Fu rovesciato da un colpo di Stato guidato da ufficiali nazionalisti.
[6] Gamal Abdel Nasser (1918-1970) fu il secondo presidente dell’Egitto dal 1954 al 1970. Divenne una figura emblematica del nazionalismo arabo e del movimento dei paesi non allineati, in particolare dopo la nazionalizzazione del canale di Suez nel 1956.
[7] Adam Hanieh, Robert Knox e Rafeef Ziadah, Resisting Erasure: Capital, Imperialism and Race in Palestine, Verso: 2025.
[8] Giuliano Garavini, The Rise and Fall of OPEC in the Twentieth Century, Oxford University Press: 2019.
[9] Le “Sette Sorelle” erano: Standard Oil of New Jersey (diventata Exxon), Standard Oil of New York (diventata Mobil), Standard Oil of California (diventata Chevron), Texaco, Gulf Oil, Royal Dutch Shell e Anglo-Persian Oil Company (diventata BP).
[10] Brian Levy, “World Oil Marketing in Transition”, International Organization, 1982, vol. 36, pp.113-133.
[11] Adam Hanieh, Crude Capitalism : Oil, Corporate Power, and the Making of the World Market, Verso : 2024.
[12] Adam Hanieh, Crude Capitalism : Oil, Corporate Power, and the Making of the World Market, Verso : 2024.
[13] David E. Spiro, The Hidden Hand of American Hegemony: Petrodollar Recycling and International Markets, Cornell University Press: 1999.
[14] Adam Hanieh, Robert Knox e Rafeef Ziadah, Resisting Erasure: Capital, Imperialism and Race in Palestine, Verso: 2025.
[15] Gli accordi di Abramo sono una serie di accordi di normalizzazione diplomatica tra Israele e diversi Stati arabi, negoziati con il sostegno dell’amministrazione Trump nel 2020.
[16] Adam Hanieh, Robert Knox e Rafeef Ziadah, Resisting Erasure: Capital, Imperialism and Race in Palestine, Verso: 2025.
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