Anche i dati salariali 2024 confermano la necessità della lotta al dumping!

Tempo di lettura: 11 minuti
image_print

Alcuni giorni fa l’Ufficio federale di statistica (UFS) ha pubblicato i nuovi dati parziali relativi ai salari 2024 in Svizzera. La prossima “infornata” arriverà soltanto a fine 2027 e riguarderà i dati del 2026: uno sfasamento temporale importante e del tutto ingiustificabile per informazioni di tale rilevanza. Evidentemente non si tratta di un problema tecnico o finanziario, bensì del risultato di una scelta politica precisa, imposta dalle classi dominanti di questo Paese, volta a “sottoalimentare” la popolazione in materia di dati statistici regolari e approfonditi.
Si tratta di una scelta storica dalla forte valenza politica, ben più significativa di quanto comunemente si pensi. Costruire un sistema statistico alternativo in materia salariale – ma non solo – diventa quindi una priorità indiscutibile. Anche a questo scopo mira la nostra iniziativa «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!», che permetterebbe di creare una banca dati sui salari attendibile, sistematica e aggiornata. Un motivo in più per sostenerla e farla trionfare alle urne il prossimo 8 marzo.
Per restare ai dati dell’UFS, va rilevato come essi abbiano avuto una risonanza molto limitata sui media ticinesi. Nulla di sorprendente: da qui all’8 marzo, data della votazione sulla nostra iniziativa, si potrà parlare di tutto tranne che di salari. Evidentemente cercheremo di invertire questa tendenza, in quella che si preannuncia come un’ennesima battaglia di Davide contro Golia. Ma siamo ormai vaccinati. Cominciamo dunque fin da subito a tematizzare la questione, proponendo un’analisi dei dati sui salari lordi mediani di fresca pubblicazione.

La mediana del salario lordo mensile in Ticino: la fotografia di una crisi profonda e persistente

Nel 2024 la mediana dei salari lordi mensili dell’insieme dell’economia ticinese – settore pubblico e privato – ha raggiunto i 5’708 franchi. Nel 2010 ammontava a 5’377 franchi. La crescita complessiva è stata del 6,16% in quindici anni, pari a una media annua dello 0,44%. In termini monetari, l’aumento è stato di 331 franchi, ossia 23,64 franchi lordi all’anno. Un risultato già di per sé miserevole, ulteriormente aggravato da un fenomeno che troppo spesso viene ignorato o rimosso dall’analisi dominante.
Nello stesso arco temporale, infatti, l’indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato di 5,7 punti (2005=100), corrispondenti a una media annua dello 0,38%. L’Inchiesta svizzera sulla struttura dei salari, da cui provengono tutti i dati qui analizzati, rileva esclusivamente salari nominali. Questo elemento va tenuto costantemente presente. Se in alcuni rami economici è stato concesso qualche punto percentuale di adeguamento al rincaro, nella stragrande maggioranza dei casi non vi è stato alcun adeguamento. Senza contare, naturalmente, la crescita continua e galoppante dei premi di cassa malati, che non rientrano nell’indice nazionale dei prezzi al consumo.
La realtà è quindi ben peggiore di quanto emerga dai dati statistici disponibili. Partendo dal principio del mancato pieno adeguamento al rincaro, l’86,3% dell’aumento medio annuo della mediana (0,44%) è stato semplicemente assorbito dall’aumento dei prezzi. In termini concreti, la crescita reale dei salari mediani è stata in media dello 0,06% annuo, pari a 3,24 franchi lordi all’anno. Se poi si considera l’esplosione dei premi di cassa malati, si deve parlare, in generale e in molti rami specifici, di una vera e propria diminuzione dei salari reali in Ticino.
Nel 2010 le lavoratrici e i lavoratori ticinesi potevano contare su salari che, pur insufficienti, garantivano un potere d’acquisto superiore a quello di cui dispongono oggi, nel 2024, per far fronte a un costo della vita sempre più gravoso.
In questo processo di impoverimento progressivo gioca un ruolo centrale il dumping salariale: l’insieme degli strumenti legali, politici, economici e sociali utilizzati dapprima per frenare la crescita dei salari e, in seguito, per riportarli a livelli inferiori rispetto a quelli considerati usuali in precedenza.

Il divario con il resto della Svizzera continua ad ampliarsi

Sempre con riferimento alla mediana generale, è utile confrontare l’evoluzione ticinese con quella della media nazionale. Tra il 2010 e il 2024, la mediana svizzera è cresciuta del 12,94%, esattamente il doppio rispetto al Ticino. In valori assoluti è passata da 6’219 a 7’024 franchi, con un incremento di 805 franchi.
Nel 2010 il divario tra la mediana ticinese e quella svizzera era del 13,53%; nel 2024 è salito al 18,73%. Un’ulteriore manifestazione, molto concreta, della crisi salariale che caratterizza il mondo del lavoro ticinese.
Tra le grandi regioni economiche, quella con la crescita più debole dopo il Ticino è la Regione del Lemano (+8,53%, pari a 549 franchi). Tuttavia, nel 2024 essa presenta una mediana salariale di 6’998 franchi contro i 5’377 del Ticino: una differenza mensile di ben 1’621 franchi. Anche in questo caso la forbice si è ampliata: dal 16,62% nel 2010 al 18,43% nel 2024.
Nel complesso, la situazione salariale in Ticino non solo è drammatica, ma continua a peggiorare. E il quadro diventa ancora più fosco se si scende al livello dei singoli rami economici.

Fra i rami economici si espande il dumping salariale

Analizzando i rami economici, considerando insieme settore pubblico e privato, la situazione risulta ulteriormente deteriorata negli ultimi quindici anni. Nel settore della produzione (rami NOGA08 5–43), la mediana mensile lorda è passata quasi impercettibilmente dai 5’102 franchi del 2010 ai 5’240 del 2024: una crescita del 2,70%, pari a una media annua dello 0,19% (9,2 franchi all’anno). Tenendo conto del rincaro, si tratta in realtà di una diminuzione dei salari reali. A livello nazionale, nello stesso periodo, la crescita è stata del 12,84%.
Nel sottogruppo delle attività manifatturiere (NOGA08 10–33), la mediana ticinese è rimasta praticamente congelata: 4’603 franchi nel 2010 contro 4’605 nel 2024. È difficile non riconoscere in questo blocco salariale l’effetto diretto del dumping. In Svizzera, nello stesso comparto, la mediana è passata da 6’168 a 6’972 franchi (+12,67%). Anche la Regione del Lemano, pur essendo quella con la crescita più bassa dopo il Ticino, registra comunque un +9,39%.
Colpisce soprattutto il divario assoluto: nel 2024 la differenza tra Ticino e Regione del Lemano nelle attività manifatturiere ammontava a 2’616 franchi mensili (+36,22%). Anche la Svizzera orientale, seconda regione con la mediana più bassa dopo il Ticino, raggiunge comunque i 6’648 franchi, ossia 2’043 franchi in più (+30,73%).
Una dinamica analoga emerge nel settore dei servizi (NOGA08 45–96). In Ticino la crescita è stata debole: da 5’572 a 5’949 franchi (+6,65%, 0,47% annuo). L’aumento di 377 franchi in quattordici anni è stato completamente eroso dal rincaro. La media svizzera, invece, ha registrato una crescita del 12,51% (+789 franchi), passando da 6’309 a 7’098 franchi. Il divario percentuale è così cresciuto dall’11,68% al 16,18%.

La “terza piazza finanziaria”: un mito che non regge ai dati

In quella che tanto orgogliosamente è definita “la terza piazza finanziaria della Svizzera”, con i suoi salari più “elevati e pregiati”, il periodo 2010-2024 ha cristallizzato una situazione tutt’altro che rosea e affatto diversa, nella sostanza, da quella generale del settore servizi.  Se sul piano della crescita delle mediane salariali sul periodo 2010-2024, i dati del Ticino mostrano una crescita percentuale superiore alla mediana svizzera nei rami “65 assicurazioni” (+24,19%) e “66 attività ausiliari dei servizi finanziari e assicurativi” (1) (+18%), inferiore nel ramo “64 servizi finanziari” (+11,68%), a livello dei salari reali il divario si è addirittura approfondito in due di questi rami. Nel ramo 64, nel 2010 la mediana dei dipendenti ticinesi era di 7’669 franchi, contro i 9’210 dei loro colleghi nazionali, per un divario pari al 16,73% (1’541 franchi), nel 2024, la differenza fra i primi e i secondi è salita al 20,12% (2’158 franchi). Nel ramo 66, il divario era nel 2010 del 14,67% (1’249 franchi), lievitato al 18,67% (1’875) nel 2024. Per quanto riguarda il ramo 65, il divario si è ridotto dal 20,79% del 2010 al 18,91% del 2024. In termini reali la differenza rimane tuttavia consistente: – 1’769 franchi mensili lordi (9’351 contro 7’582 franchi).

Se ancora ci fossero dubbi sull’ampiezza della crisi salariale in buona parte alimentata dai vari fenomeni riconducibili al dumping, è interessante gettare un’occhiata al confronto fra il Ticino e le grandi regioni economiche per quanto riguarda l’evoluzione dei differenti rami economici. Abbiamo ricostruito nel grafico che segue la situazione (2):

Il grafico non necessita di molte ulteriori considerazioni. La media delle sei grandi regioni economiche è di 3,5 rami che hanno conosciuto una riduzione effettiva della mediana salariale tra il 2010 e il 2024. Ciò significa che il Ticino presenta un “indice di peggioramento” 4,3 volte superiore alla media delle grandi regioni economiche svizzere.

La situazione nell’economia privata è ancora peggiore…

La presentazione superficiale dei dati dell’Ufficio federale di statistica (UFS) da parte dei media ticinesi non si è ovviamente spinta fino ad analizzare la situazione limitatamente ai rami dell’economia privata. Se lo avesse fatto, avrebbe forse avuto molti più elementi per aprire un vero dibattito politico e sociale. Ma quando la volontà latita…
I dati attualmente disponibili ci consentono di confrontare l’andamento della mediana lorda mensile nei rami dell’economia privata, mentre non sono ancora accessibili quelli disaggregati relativi esclusivamente al settore pubblico. Il confronto riguarda quindi, da un lato, i rami privati e, dall’altro, i rami aggregati pubblico-privato. Anche con questa limitazione, il quadro che emerge è più che preoccupante.
Considerando l’insieme dei rami, l’economia privata ticinese presenta un livello di crescita della mediana leggermente superiore a quello dell’economia complessiva (settore pubblico e privato): 7,37% contro 6,16%. Anche in questo caso, tuttavia, si tratta di risultati miserevoli. In quindici anni l’economia privata ha garantito 331 franchi di aumento della mediana lorda mensile, pari a 23,64 franchi annui, ossia a un tasso medio annuo dello 0,44%.

La differenza sostanziale emerge osservando i valori assoluti. Nel 2024 la mediana dell’economia privata era pari a 5’393 franchi, contro i 5’708 franchi dell’economia nel suo insieme: un divario mensile di 315 franchi. È evidente che i dati relativi al solo settore pubblico, una volta disponibili, contribuiranno ad ampliare ulteriormente questa forbice.
Nel settore della produzione (NOGA08 05-43), la mediana lorda mensile corrisposta dalla sola economia privata mostra risultati addirittura peggiori rispetto a quelli dell’economia aggregata. Tra il 2010 e il 2024 la crescita è stata del 2,17% nel privato, contro il 2,70% nel complesso pubblico-privato. Nel 2024 la mediana privata si attestava a 5’194 franchi, contro i 5’240 franchi dell’insieme dei settori.
Il divario si accentua ulteriormente nel settore dei servizi. Se è vero che nel periodo 2010-2024 la crescita percentuale è stata maggiore nella sola economia privata (10,48%) rispetto all’insieme pubblico-privato (6,65%), colpisce il differenziale in termini assoluti. Nel 2024 la mediana lorda mensile dell’economia privata era di 5’479 franchi, contro i 5’949 franchi dell’insieme dei settori: una differenza di 470 franchi mensili, pari al 7,90%.
Particolarmente significativa, da questo punto di vista, è la situazione nel sottogruppo Attività finanziarie e assicurative (NOGA08 64-66). Nel solo ambito privato, la crescita è stata dell’8,75% (673 franchi), mentre nel settore aggregato pubblico-privato l’aumento ha raggiunto l’11,24% (852 franchi) nel periodo 2010-2024. Nel 2010 la mediana privata era leggermente più elevata: 7’658 franchi contro 7’579. Nel 2024, invece, il settore pubblico-privato presenta una mediana superiore a quella del solo privato: 8’431 franchi contro 8’331 franchi.
Due parole, infine, sul confronto con il livello nazionale per quanto concerne l’economia privata. Anche in questo caso, osserviamo un aumento del divario tra il Ticino e la media svizzera. Nel 2010 la mediana dell’economia privata nazionale era superiore del 15,47% rispetto a quella ticinese; nel 2024 il divario è salito al 19,77%.
In sintesi, nel periodo 2010-2024 il divario salariale nell’economia privata si è rafforzato più rapidamente rispetto a quanto osservato nell’economia nel suo insieme. Sarà quindi particolarmente interessante poter disporre, in futuro, dei dati relativi al solo settore pubblico. Per il momento, un ulteriore confronto con i risultati nazionali e delle altre grandi regioni appare superfluo: essi ricalcano sostanzialmente le tendenze già evidenziate, con risultati spesso ancora peggiori. Possiamo dunque affermare che la situazione salariale nell’economia privata ticinese è persino più grave di quella generale.

Crescono gli impieghi a “salario basso”…

La definizione di “salario basso” rientra in un approccio statistico adottato a livello internazionale (Eurostat, OCSE). Un impiego è considerato “a salario basso” quando la remunerazione, ricalcolata su una base di 40 ore settimanali a tempo pieno, è inferiore ai due terzi (66,66%) del salario lordo mensile mediano.
Nel 2010 questa soglia era fissata sotto i 4’146 franchi lordi mensili. Nel 2024, a livello nazionale, essa si colloca al di sotto dei 4’683 franchi.
Sulla base di questa definizione dell’UFS, abbiamo analizzato quanti addetti a tempo pieno, per ramo economico, percepivano un “basso salario” nel 2010 e nel 2024. I dati relativi agli addetti a tempo pieno si riferiscono agli anni 2011 e 2023, ma questa lieve discrepanza temporale non altera in alcun modo i risultati. La sintesi è riportata nella tabella che segue.

Anche in questo caso non occorre essere analisti raffinati per cogliere l’essenza del dato. In quindici anni, il numero di addetti a tempo pieno “a basso salario” è più che raddoppiato: da 25’057 unità nel 2010 a 52’902 nel 2024. I rami economici interessati sono passati da 8 a 18. Il quadro che ne emerge è dunque particolarmente drammatico.
In Ticino, un numero sempre maggiore di lavoratrici e lavoratori è impiegato in rami classificati a “basso salario”. Questo processo non è dovuto tanto a un’espansione sproporzionata di tali rami in termini occupazionali, quanto piuttosto alla capacità padronale di comprimere progressivamente i livelli salariali in un numero crescente di settori.
Ciò è reso possibile dal fatto che in molti rami non esiste alcuna organizzazione collettiva delle lavoratrici e dei lavoratori, né contratti collettivi di lavoro: ostacoli fondamentali alla libertà padronale di imporre indisturbata la propria politica salariale e di praticare il dumping salariale su larga scala. La nostra iniziativa potrebbe contribuire in modo significativo a rendere visibile questo processo, limitando le varie forme di dumping e imponendo misure correttive per contrastare questa grave distorsione.

L’analisi dell’evoluzione delle fasce di reddito

Completiamo l’analisi osservando l’evoluzione delle fasce di reddito attraverso la suddivisione in percentili del salario lordo mensile in Ticino nel periodo 2012-2022 (gli ultimi dati disponibili). In particolare, analizziamo in quanti rami economici tali percentili diminuiscono o crescono di meno di 200 franchi. I risultati sono sintetizzati nella tabella seguente:

Il primo elemento che emerge è che il 10° percentile, quello dei salari più bassi, è anche quello che ha conosciuto meno peggioramenti e meno crescite inferiori ai 200 franchi. È dunque la fascia che ha registrato il maggior numero di aumenti salariali nel periodo considerato.
Ciò è spiegabile da due fattori principali. In primo luogo, nel 2012 i salari del 10° percentile erano particolarmente miserevoli: in 13 rami su 54 (24,1%) erano ben al di sotto dei 3’000 franchi lordi mensili. A quel livello, il salario rischiava di non essere più attrattivo neppure per la manodopera frontaliera. In secondo luogo, l’introduzione progressiva del salario minimo legale cantonale ha esercitato una pressione al rialzo su questa fascia. Il 10° percentile è praticamente l’unico ad aver tratto un beneficio iniziale da quello che rimane, nei fatti, un “dumping salariale legalizzato”.
L’effetto moderatamente propulsivo di questa misura si è però già esaurito con il raggiungimento, nel 2024, della soglia massima del cosiddetto “salario sociale”. Nei prossimi anni difficilmente si registreranno aumenti anche solo accettabili in questa fascia, mentre resterà in vigore un limite legale estremamente basso come riferimento per molte aziende.
Già al 25° percentile aumenta sensibilmente il numero di rami che, tra il 2012 e il 2022, hanno conosciuto una riduzione salariale o una crescita minima (inferiore ai 200 franchi). Sommando le due casistiche, si arriva a 23 rami, pari al 42,6% del totale.
La dinamica peggiora ulteriormente nei percentili successivi. Il 75° e il 90° percentile sono quelli che presentano il maggior numero di rami in cui i salari nel 2022 risultano inferiori rispetto al 2012. È dunque su queste fasce che il dumping salariale ha colpito con maggiore forza: attraverso la messa in concorrenza tra lavoratori più anziani e giovani frontalieri qualificati, nonché mediante processi di sostituzione della forza lavoro con maggiore anzianità (e salari più elevati) con giovani formati disposti ad accettare retribuzioni inferiori pur di entrare nel mercato del lavoro.
Fenomeni di questo tipo non si combattono attendendo l’arrivo miracoloso di aziende ad alto valore aggiunto, la proliferazione di start-up “innovative” o altre amenità che hanno accompagnato le prime reazioni degli oppositori alla nostra iniziativa. Il problema centrale è monitorare e bloccare il dumping salariale quale strumento di aumento del tasso di sfruttamento della forza lavoro, indipendentemente dalla sua provenienza geografica, e come variabile fondamentale di aggiustamento dei margini di profitto delle imprese.

Una prima rapida conclusione

Questo “carosello di cifre” restituisce l’immagine nitida di una realtà segnata da una profonda crisi salariale e sociale. Le cause storiche e strutturali di questa situazione meriterebbero un ampio e serio dibattito pubblico. Attendere una presunta riconversione miracolosa dell’economia ticinese verso settori “ad alto valore aggiunto” come unica via per garantire salari dignitosi – un sillogismo tanto diffuso quanto infondato – non può che condurre a un ulteriore peggioramento dello scenario descritto.
L’iniziativa «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!» non pretende certo di invertire una traiettoria storica più che secolare. Sostenere che sia inutile perché non risolve questo nodo strutturale è affermazione che può provenire solo da crassa ignoranza o da palese malafede. Oggi, come già avvenuto con l’iniziativa «Il 10% basta!» sui premi di cassa malati, si tratta di introdurre uno strumento per evitare un’ulteriore degenerazione della crisi salariale: contrastando il dumping, rendendo visibili i meccanismi di concorrenza tra lavoratrici e lavoratori e fornendo alla politica e alle parti sociali gli elementi necessari per intervenire sul piano legale e contrattuale.
La nostra iniziativa rappresenta un passo avanti incommensurabile rispetto a chi propone – anche da una certa “angolazione di sinistra” – di limitarsi ad attendere un cambiamento spontaneo dell’economia ticinese che, chissà quando, ci regalerebbe un futuro più radioso. Perché mai dovrebbe avvenire un simile cambiamento? Alla stragrande maggioranza dei padroni ticinesi interessa unicamente preservare, se non aumentare, i propri margini di profitto. Se il dumping salariale garantisce questo obiettivo, perché investire in una trasformazione qualitativa dell’economia?
Attendere interventi miracolosi significa, consapevolmente o meno, fare il gioco di quei padroni che hanno modellato l’economia ticinese secondo i propri interessi, conducendo i salari alla situazione di crisi attuale.

1.Sono compresi la fornitura di mercati fisici o elettronici destinati a facilitare l’acquisto e la vendita di valori, di opzioni su azioni, di obbligazioni o di contratti sulle merci. Rientrano anche le attività degli agenti assicurativi, che, vendendo rendita vitalizie e polizze assicurative o forniscono altri servizi connessi con il risarcimento dei lavoratori o l’assicurazione e le pensioni, ad esempio la liquidazione dei sinistri e gestione di servizi assicurativi per conto terzi. Infine sono incluse le attività di gestione di portafogli e fondi a fronte di un contratto o del pagamento di una commissione, per conto di privati, imprese o altri soggetti, quali: la gestione di fondi comuni di investimento, la gestione di altri fondi di investimento e la gestione di fondi pensioni. Cfr. https://www.kubb-tool.bfs.admin.ch/it/noga/2008/66
2. Non sono stati presi in considerazione, ovviamente, i rami per i quali mancavano i dati di “partenza* (2010) o quelli di “arrivo” (2024). E si, la statistica di uno dei paesi più ricchi al mondo si permette di presentare dati non completi…

3. Il percentile dei salari indica la posizione di un salario specifico all’interno di una distribuzione salariale ordinata dal più basso al più alto: un salario che si trova al P90 (novantesimo percentile), ad esempio, significa che il 90% dei salari è pari o inferiore a quella cifra, e solo il 10% è superiore, fornendo un’istantanea chiara delle disuguaglianze salariali. Allo stesso modo, il P10 (10° percentile) misura il salario al di sotto del quale si trova il 10% dei lavoratori meno pagati. Il P50 (il 50° percentile o mediana) riflette il valore centrale: metà dei lavoratori guadagna meno e metà guadagna di più questo salario.

*articolo apparso sul sito naufraghi.ch il 7 gennaio 2026

articoli correlati

Venezuela. I lavoratori e le lavoratrici raccontano le loro priorità

Proteste in Iran tra l’assedio di nemici interni ed esterni

Russia. Il capitale contro le sanzioni