Il caso Hospita, la Commissione parlamentare d’inchiesta e una classe politica allo sbando

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Il dibattito sulla costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI), che si svolgerà lunedì pomeriggio in Gran Consiglio, comincia già a segnalare le prime, clamorose stupidaggini.
La più grande e diffusa è l’idea secondo cui questa vicenda non avrebbe nulla a che fare con la politica, ma con la correttezza di procedure amministrative. A sostegno di tale tesi si sottolinea, ad esempio, che i partiti maggiori avrebbero “opportunamente” designato quali membri della CPI parlamentari che sono anche giuristi, quasi che una qualifica tecnica potesse neutralizzare la natura profondamente politica delle questioni in gioco.

In realtà, i problemi che si pongono sul tappeto sono di natura squisitamente politica. Riguardano il rapporto strutturale (incestuoso viene la tentazione di dire) tra i partiti di governo e le nomine in magistratura; i criteri opachi con cui gli stessi partiti si spartiscono le cariche nei consigli di amministrazione di enti pubblici e parapubblici; l’uso strumentale delle istituzioni a tutela di interessi di parte; fino ad arrivare a una questione gravissima: può un membro del governo ordinare o favorire inchieste private su singoli cittadini senza che ciò sollevi un immediato allarme istituzionale?

Si tratta di temi che denunciamo da anni perché intimamente legati a una gestione del potere di tipo clientelare. Un sistema nel quale la politica non è più intesa come servizio pubblico, ma come occupazione sistematica degli snodi decisionali dello Stato, come strumento per distribuire favori, proteggere reti di fedeltà e difendere interessi e privilegi. Un sistema che tende a trasformare magistratura, enti pubblici e strutture parapubbliche in appendici del potere politico, svuotandole della loro autonomia e credibilità.

Qualcuno potrà obiettare: tutto questo è noto, non è una novità. Ed è proprio qui che sorge la domanda centrale: perché i partiti maggiori – che sono il perno di questo sistema – hanno improvvisamente accettato l’idea di una CPI?

La risposta più semplice è anche la più vera: questa volta sono stati colti con le mani nella marmellata. E ciò non riguarda soltanto la interrogazione dell’MPS del 17 giugno 2025, dalla quale formalmente tutto ha preso avvio, ma una lunga sequenza di denunce portate avanti dall’MPS nel corso degli ultimi anni.

Basti ricordare che la denuncia dell’esistenza di quello che oggi è noto come il  rapporto Petrini risale al 30 agosto 2024, quindi a oltre un anno e mezzo fa. In un’interpellanza dal titolo emblematico – “Nuovi preoccupanti interrogativi sulla vicenda Eolo Alberti e sulle possibili conseguenze istituzionali” – i deputati dell’MPS sollevavano già allora tutti i quesiti che oggi, tardivamente e con grande cautela, la maggioranza della Commissione della gestione propone di porre al centro dei lavori della CPI.

Va inoltre sottolineato il ruolo importante svolto da alcuni media, che hanno contribuito a mantenere viva l’attenzione su questa vicenda, soprattutto dopo che l’MPS ha riproposto e approfondito gli stessi interrogativi nell’interrogazione di giugno 2025. Senza questa pressione costante, è lecito dubitare che i partiti di governo avrebbero mai accettato di aprire anche solo formalmente un’inchiesta parlamentare.

Che cosa succederà ora? Dipenderà dalle decisioni del Parlamento e, soprattutto, da come verrà concretamente impostata la CPI. È però già evidente la volontà maggioritaria di attribuire all’intera operazione un “profilo basso”, evitando accuratamente che emergano i collegamenti sistemici tra affari, politica e magistratura. L’obiettivo sembra essere quello di circoscrivere il caso, depotenziarlo, trasformarlo in un esercizio di facciata.

L’unica reale garanzia affinché la CPI possa svolgere un lavoro serio e approfondito sarebbe la presenza, al suo interno, di chi da quasi due anni denuncia questi intrecci e ha portato alla luce documenti altrimenti destinati a rimanere gelosamente nascosti: dal rapporto Petrini al verbale dell’interrogatorio del Consigliere di Stato Gobbi davanti al Procuratore generale. È per questo che abbiamo proposto l’elezione di Matteo Pronzini.

Ma i giochi sono chiari. Si tenterà in ogni modo di scongiurare una simile presenza, favorendo candidature provenienti da altri cosiddetti “partiti minori”, in particolare da forze politiche ormai ridotte a satelliti dei partiti maggiori di governo.

Proprio alla luce di questo ennesimo tentativo di escluderci, appare evidente che il nostro lavoro di denuncia non potrà in nessun caso arrestarsi, né tantomeno piegarsi a improbabili tregue pre-elettorali. Perché quando il potere diventa sistema e il silenzio diventa complicità, denunciare non è una scelta: è un dovere politico.

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