Oltre la geopolitica melanconica

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Intervista a “Sinistra per l’Ucraina”, un laboratorio per una sinistra di resistenza ​e solidarietà in opposizione al pacifismo dello status quo

Il collettivo “Sinistra per l’Ucraina” è nato in Italia in risposta all’invasione russa del 24 febbraio 2022 per esprimere solidarietà al popolo ucraino. Oggi lancia un percorso più ampio che mira innanzitutto a ripensare quel terreno comune di sinistra che si è palesemente fratturato con la guerra di Putin, mirando a una sinistra internazionalista in grado di riconoscere imperialismi, autoritarismi e fascismi, prendendo le distanze dal campismo, rivendicando una posizione concreta e coerente a fianco di tutti i popoli oppressi e il diritto universale alla vita e alla pace. Abbiamo intervistato il collettivo sulle modalità di questo nuovo percorso e sulle riflessioni che ne stanno scaturendo.

Come nasce l’idea di lanciare un nuovo “Laboratorio Internazionalista per una Sinistra della Resistenza e della Solidarietà”?

Serve una lunga premessa che spieghi il percorso che ci ha portato a questa scelta. In primo luogo, l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio del 2022 è stata uno shock per molti. Ci si trovava di fronte ad un’invasione di un paese sovrano, in piena Europa, con brutalità di ogni genere inflitte alla popolazione civile. Eppure, con fosse comuni a pochi chilometri da Kyiv, una buona fetta della sinistra italiana – ma non solo italiana – si affrettò a parlare di provocazioni della Nato, di una guerra per procura, del nazismo di Azov, di russofoni perseguitati. Insomma, è stato dispiegato il campionario che doveva servire a comprendere e talvolta a giustificare l’invasore, arrivando persino a mettere in dubbio la realtà dei massacri e delle fosse comuni di Buča, in perfetto stile negazionista, che si accompagnava al revisionismo della storia ucraina – pensiamo all’Holodomor.
In secondo luogo, ci accorgemmo della trasversalità incredibile di queste prese di posizione: non si trattava solo di posizioni riferibili a qualche partito o a qualche segreteria. La situazione era ancora più generalizzata di quanto pensassimo: dai cosiddetti intellettuali, docenti universitari, alla base più militante, esisteva un astio nei confronti del popolo ucraino e dei popoli dell’est in generale, piuttosto diffuso. Su questo e sul perché si sia verificato si è già scritto molto e non vogliamo tornarci. È ancora argomento di dibattito. Il punto, tuttavia, il dato più sconvolgente, fu la totale mancanza di empatia nei confronti di un popolo invaso e oppresso. Questo atteggiamento era esplicito, assumeva talvolta i tratti del disprezzo palese, una cosa che a sinistra non si era mai vista.
Infine, la cosa che era e tuttora è la più disarmante: in termini molto spontaneistici partimmo da un gruppo di persone che condividevano lo stesso sgomento e cercammo, a mezzo social, di fare informazione corretta, di smontare la falsa mitologia che era andata a costruirsi attorno alla questione ucraina, ma ci accorgemmo ben presto che questa cosa non bastava, anzi, non funzionava proprio. Torna in mente un vecchio e polemico dibattito tra Noam Chomsky e Slavoj Žižek svoltosi attorno al 2013 sull’ideologia. Chomsky sosteneva che il compito dell’intellettuale era quello di smascherare la menzogna: se le persone conoscessero i fatti reagirebbero; quindi, la battaglia va fatta a partire dall’analisi empirica e dai dati. Žižek affermava invece che l’ideologia non è solo falsa informazione ma il modo stesso in cui viviamo la realtà e, quindi, anche conoscendo i fatti, continuiamo a comportarci allo stesso modo.
In questo senso l’ideologia è ciò che facciamo anche quando sappiamo che qualcosa è falso perché è radicata nel desiderio e nelle abitudini. Facciamo questo esempio perché in un primo tempo ci siamo mossi in maniera più aderente all’idea di Chomsky per poi scoprire che, in questo frangente, Žižek aveva pienamente ragione: ormai arrivati a quasi quattro anni della guerra all’Ucraina, nonostante l’evolversi della situazione, le letture e le posizioni all’interno della sinistra non si sono spostate di un solo millimetro. Oseremmo dire che più che ideologico ci troviamo di fronte ad un fenomeno quasi di stampo “religioso”. Le differenze sono di natura assiomatica e quando sono di natura assiomatica la dialettica è del tutto inefficace. Alcuni di noi ancora oggi tentano in modo encomiabile la strada del dialogo, altri no, lo reputano tempo perso e sono passati a domandarsi “che fare?”.
Da qui il ragionamento che ci porta ai concetti di Laboratorio, che è sia processo che progetto. Ci siamo resi conto che questo è un passaggio storico estremamente pericoloso per la sinistra. Già oggi la sinistra è totalmente fuori da ogni significativo percorso di trasformazione materiale a livello planetario. Ma c’è di più: se il Novecento ha visto il fallimento dei tentativi materiali di realizzazione dell’utopia socialista, questa utopia – seppur vaga e scarsamente declinata nella realtà storica – era ancora presente. Ora, la crisi interna provocata dalla vicenda ucraina – con le prime avvisaglie che possiamo far risalire al mancato sostegno alle cosiddette primavere arabe nel decennio precedente – ha fatto esplodere letteralmente anche l’ultimo terreno comune sul quale, in un certo senso, tutta la sinistra si poteva ritrovare: quello dell’analisi.
Insomma, il terreno comune dell’analisi che sembrava essere più o meno stabile fino al febbraio del 2022 era costituito da un percorso che va dall’analisi critica dell’esistente, alla rappresentazione di un dover essere alternativo al presente, alla sua realizzazione materiale. Da allora anche questo terreno è saltato, e la conseguenza principale è che ci troviamo di fronte non semplicemente a un problema politico ma a un enorme problema culturale che, se non risolto, potrebbe determinare la fine di un pensiero, di una concezione del mondo, di una Weltanschauung di sinistra appartenuta al XXI secolo, un disastro di dimensioni storiche inimmaginabile alla luce dell’evoluzione sociale e politica di questi anni.


Tutto questo ci ha portato ad affrontare la questione in termini laboratoriali: se il problema prima che essere politico è culturale, allora dobbiamo cercarci, organizzarci a partire da alcuni semplici denominatori comuni, con la consapevolezza che non siamo in pochi ma siamo veramente molto sparsi, e dobbiamo ricominciare a costruire partendo da alcuni semplici principi fondamentali. Resistenza e Solidarietà fanno parte di questo denominatore comune, così come alla base abbiamo il rifiuto di un pacifismo astratto e metafisico che non può assolutamente incidere sull’evoluzione dei processi materiali in atto.
La nostra azione, quindi, è volta sia al versante culturale, nella ricostruzione condivisa di una Sinistra degna di questo nome, che a uno molto più pratico nel sostegno delle Resistenze e della Solidarietà nei confronti di tutti quei popoli che, oggi e in futuro, pagheranno sempre di più sulla propria pelle le espansioni e le risistemazioni territoriali nelle future aree di influenza decise da una manciata di pochissime potenze presenti nel mondo. In questo caso, per noi, non c’è alcuna differenza “campista”: trattiamo allo stesso modo l’oppressore Usa, russo, cinese o israeliano che sia.

Come è nato il gruppo? Che iniziative avete intrapreso finora? Che riscontro avete avuto da parte di persone che originariamente non facevano parte del vostro gruppo?

Come sottolineato, il gruppo è nato in maniera spontanea a partire da contatti social e dalla volontà da parte di alcuni di reagire a questo stato di cose: abbiamo canali social per mezzo dei quali facciamo quotidianamente informazione ed elaborazione di pensiero. Il nostro gruppo è estremamente aperto, chiunque ci segue sa benissimo qual è la nostra impostazione e spesso chiede di collaborare con noi. Siamo ancora in crescita. Il riscontro è ottimo e anche abbastanza inedito. Come sottolineavamo prima, la rottura sul versante dell’analisi ha avuto delle conseguenze interessanti.
Se una volta, a partire della dimensione analitica della critica del presente, le differenze nella rappresentazione e nella realizzazione dell’alternativa si muovevano sui binari di una minore o maggiore radicalità, banalizzando all’estremo, dal moderato riformismo alla rivoluzione, e le divisioni all’interno della sinistra erano prevalentemente situate su questa direttrice, oggi le divisioni sono anche altre.
Se dovessimo esaminare le firme al nostro documento ci potremmo trovare tanto i moderati e i cattolici quanto pure i comunisti, i socialisti o gli anarchici. Questo pensiamo avvenga appunto perché la faglia che un po’ tutti noi recepiamo come principale non si basa tanto sulla maggiore o minore radicalità del progetto e dell’azione ma proprio sulla lettura del mondo contemporaneo. Che tu sia cattolico, socialdemocratico, anarchico o ancora comunista, è questa lettura diversa che ci accomuna e la scelta resistenziale e solidaristica ben si adattano a questa eterogeneità, come fu, ad esempio, nella resistenza nel nostro paese, o come lo è oggi in Ucraina, e così come storicamente le pratiche solidali hanno unito spesso il mondo della sinistra con quello cattolico.
In questo momento le adesioni e le offerte di aiuto al nostro percorso stanno avvenendo in maniera molto naturale: il nostro denominatore comune è molto chiaro. Come iniziative al di là di una costanza e di una attenzione abbastanza accurata all’uso dei mezzi social, nel marzo del 2025 abbiamo realizzato una “due giorni’’ a Milano nella quale oltre agli interventi italiani abbiamo ospitato da remoto voci ucraine come quelle di Hanna PerekhodaYuliya YurchenkoOleksander Kyselov, ma anche quelle del piccolo ma combattivo sindacalismo della sinistra Usa come quella di John Reimann.
Molti di noi, inoltre, portano avanti azioni di solidarietà concreta in Ucraina, dagli aiuti materiali allo sfollamento dei civili in aree di guerra, rischiando spesso di persona. L’esempio di Giuditta Rescue Team, oggi Rescue team APS, è per noi molto significativo. Uno dei nostri obiettivi è metterci in relazione con tutte quelle realtà che fanno della solidarietà attiva la loro missione.

Che tipo di prospettive vedete per collaborazioni con altri soggetti simili a livello europeo o internazionale?

Per quanto riguarda l’Ucraina nello specifico non abbiamo alcuna intenzione di parlare di e per le Ucraine e gli Ucraine ma con le Ucraine e gli Ucraini in carne ed ossa. I nostri riferimenti politici sono la sinistra ucraina, organizzazioni come Sotsialnyi Rukh, la rivista CommonsSolidarity Collectives, attivisti sindacali di Zakhyst Pratsi, ecc. Siamo in contatto anche con ENSU – European Network for Solidarity with Ukraine. Sicuramente potremmo fare di più se avessimo più forze al nostro interno ma, un po’ alla volta, stiamo crescendo.
Interessante, però, è anche cosa si sta muovendo al di fuori della questione ucraina o, perlomeno, quanto la questione ucraina sia stata esplosiva non solo in Italia o in Europa, ma anche nella sinistra del resto del mondo. Un caso su tutti: Kavita Krishnan era un membro di lungo corso del Communist Party of India (Marxist–Leninist) Liberation (CPI-ML), un partito di sinistra radicale in India. Oggi è una firmataria del nostro documento e si è dimessa dal suo partito proprio in polemica con il partito per la sua posizione “campista” contro l’Ucraina.
Ci siamo resi conto che la spaccatura che dal febbraio 2022 percorre tutta la sinistra ha dimensioni internazionali e in quella dimensione va affrontata. Colpisce molto il fatto che gli stessi problemi e le stesse spaccature riguardino mondi culturalmente e politicamente diversi, siano transcontinentali ma, ancora una volta, il denominatore comune sul quale lavoriamo aiuta a colmare le distanze e a mettere le differenze in secondo piano. Importantissimi, inoltre, per noi sono i contatti con il mondo della sinistra mediorientale, non parliamo e non sosteniamo solo la causa palestinese: avere dalla nostra parte e talvolta come firmatari del nostro documento anche esponenti della sinistra siriana o iraniana è fondamentale.

Nel vostro testo parlate esplicitamente di una “Sinistra morta dentro” e dite di non voler andare al suo funerale. Perché, secondo voi, si è arrivati a questo?

Qui si apre un vero e proprio vaso di Pandora. Avremmo bisogno di un lungo lavoro di analisi per capire il perché di quanto è accaduto. Ci sono alcune componenti che andrebbero analizzate in profondità, direi che in una certa misura si può tentare un breve elenco.
Innanzitutto, la sinistra oggi sembra incapace di leggere la trasformazione del mondo se non con lenti novecentesche. In questo senso forse già nel 2016 Enzo Traverso aveva detto quasi tutto nel suo libro Malinconia di sinistra: dopo il crollo del “socialismo reale”, la sinistra ha perso l’orizzonte del futuro e dell’utopia, la memoria delle lotte del Novecento è diventata melanconica, più commemorazione che progetto. Questa “nostalgia” poteva non essere regressiva: poteva diventare una risorsa critica, se usata per rileggere il passato senza mitizzarlo. Ma questo non è avvenuto, e la crisi della sinistra deriva dall’aver sostituito l’idea di emancipazione con quella di semplice gestione dell’esistente.
Questa visione delle cose, che era già evidente nel 2016, è esattamente quello che ha portato la sinistra a virare sull’analisi geopolitica, per giunta spesso errata e riferita “melanconicamente” a un mondo che non c’è più. La Sinistra si pone spesso nella posizione di osservatore del presente in totale assenza di un progetto autonomo di trasformazione: sono quasi quattro anni che sentiamo parlare di imminenti disastri nucleari e di bollette del gas che aumentano. Ma ciò che rimane sullo sfondo o che viene ignorato è le realtà dei popoli che pagano il prezzo più alto.
La posizione estrema in questo senso è il “campismo”: se volessimo tornare alle origini del pensiero di sinistra il “campismo” è quella cosa che fa sì che non ci si sieda più alla sinistra del re come fu nel 1789 ma che si ricerchino nuovi re, nemici del tuo, per sedersi esattamente alla loro destra, pure se questi re sono persino peggiori del tuo. Assenza di progetto autonomo, lettura errata del presente, irrealizzabilità concreta delle soluzioni proposte, mancanza pressoché totale di empatia nei confronti dei popoli oppressi da un oppressore che non è “occidentale” (se questa parola ha ancora un significato…) hanno portato la sinistra a non essere credibile, a essere fuori dai giochi nella trasformazione del mondo, e sostanzialmente ad accelerare il suo suicidio in questo secolo.
Noi, molto semplicemente non vogliamo andare al suo funerale, perché sentiamo l’esigenza di costruirne un’altra, capace di progettualità in termini internazionali: nel processo storico in atto, di generalizzata regressione politica e sociale, pensiamo che questo sia indispensabile. La fine della sinistra, di una concezione progressista del divenire storico è anche la pietra tombale della democrazia.

Come si articola, secondo voi, oggi un progetto realmente internazionalista e quali sono i suoi assunti?

Come detto in precedenza partiamo da denominatori comuni, da una lettura del mondo che, ci siamo accorti, è più condivisa di quanto sembri, anche in diversi continenti. La giovane sinistra dell’est, in questo senso è indispensabile e non solo in termini generazionali. Ci sono figure di intellettuali notevoli nati addirittura all’inizio di questo millennio, ma l’importanza di queste figure risiede anche in un altro motivo: hanno provato sulla loro pelle l’esperienza dell’imperialismo e del colonialismo russo e del Socialismo reale e, successivamente, hanno provato sulla loro pelle le rapine del capitalismo subìte dopo il crollo dell’Unione sovietica.
In questo senso non sono condizionate nella loro analisi e nella loro azione da alcun mito che invece caratterizza la parte più occidentale del nostro continente. Abbiamo molto da imparare da loro. Nello stesso tempo vorremmo approfondire il dialogo col mondo della sinistra araba e asiatica in generale, un mondo molto amareggiato dalle posizioni della sinistra “occidentale”. A partire dalle azioni di sostegno alle Resistenze e alla Solidarietà concreta preparare un terreno comune sul quale costruire un percorso condiviso e un progetto innanzitutto culturale, capace di riattualizzare la cultura della Sinistra e di renderla patrimonio condiviso per trasformarsi solo in una seconda fase in progetto più specificatamente politico.
Per quanto riguarda l’America Latina, qualche posizione simile alla nostra c’è anche se in questo caso esiste un problema e una scusante molto importante riguardo alle posizioni “campiste”: il pericolo imperialista in America Latina ce l’hanno sopra la testa ed è molto probabile che gli Usa tornino a occuparsi in maniera più decisa del loro “giardino di casa”. A tutti quei popoli va sempre e comunque la nostra solidarietà e l’appoggio alla loro eventuale resistenza.

Anche rispetto alla forma che avete assunto, avete fatto una riflessione sul tipo di organizzazione che servirebbe oggi a sinistra?

Sicuramente un’organizzazione a rete che sappia mettere in relazione soggettività in varie parti del mondo, in questo senso la tecnologia usata intelligentemente consente contatti e superamento di barriere linguistiche importanti. Abbiamo anche per questo motivo inserito un accenno alla sicurezza informatica necessaria alla nostra azione.
Sul tipo di organizzazione però serve ribadire un concetto già espresso. Per decenni siamo stati tartassati da contenitori di sinistra senza contenuto, o perlomeno senza un contenuto capace di realizzare qualcosa nella materialità della storia. Non abbiamo, in questo momento, bisogno di una confezione, di un accattivante packaging all’interno del quale ci sia qualcosa di scarso o completamente inutile. Dobbiamo occuparci dell’aspetto culturale, della creazione di contenuti condivisi e della messa in rete della solidarietà internazionale e internazionalista prima di pensare ai contenitori. Sappiamo benissimo che è un lavoro enorme, forse un’utopia, ma dobbiamo provarci: tanti anni fa su una maglietta prodotta dal commercio equo e solidale campeggiava una frase di Emil Cioran“Una vita senza utopia sarebbe una vita irrespirabile”.
Probabilmente un po’ per tutti noi questa è la condizione nella quale ci troviamo e per la quale ci siamo decisi ad andare avanti.

*redattrice di MicroMega e traduttrice. Questa intervista è apparsa su MicroMega il 30 dicembre 2025

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