Putin, Trump e la sinistra

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L’abbiamo ripetuto da anni: in Italia (e ahimé non solo in Italia), la resistenza ucraina all’invasione russa è spesso vista attraverso una lente (geo)politica. Molti militanti, e ancor più, grandissima parte dei dirigenti della sinistra radicale italiana si sono posti il seguente dilemma. “Dobbiamo sostenere l’armamento di Kiev e, di conseguenza, diventare pedine dell’imperialismo della NATO, o sarà meglio lasciare che gli ucraini se la cavino da soli con un Putin e la sua operazione militare speciale?” Da questo interrogativo, legittimo ma, in qualche modo, per come è posto, fuorviante, nascono le letture false della realtà e le “parole d’ordine” che hanno condotto buona parte della sinistra (pur nelle sue diverse sfumature) nelle braccia del “putinismo” e comunque nel vicolo cieco di un “pacifismo” ipocrita non a caso convergente con tanti proclami del trumpismo.

Nell’ultimo anno (da quando Trump è salito al potere), la retorica della “pace a qualsiasi costo” si è estesa e mette insieme, in un ampio spettro politico, dalla sinistra “radicale” fino a Salvini e Vannacci. Per l’Ucraina, questo “slogan” significa sostanzialmente una pace imposta alle condizioni della Russia, tanto più perché sarebbe nei fatti affidata al “pacemaker” Donald Trump, che sempre più apertamente cerca di piegare l’Ucraina ad accettare le umilianti condizioni di un accordo redatto al Cremlino.

Tutte e tutti coloro che a sinistra (e in particolare all’estrema sinistra) in questi anni hanno cercato di far vivere una lettura diversa che prendesse seriamente in esame gli orientamenti politici reali e concreti dell’oligarchia russa, le politiche patriarcali, parafasciste e imperialiste dello stato russo, la sua politica di russificazione forzata praticata in Crimea e nelle “repubbliche popolari” di Donetsk e Lugansk, e, dunque, la natura e le conseguenze dell’aggressione militare russa su larga scala del febbraio 2022, si sono trovati spesso, anzi, quasi sempre di fronte risposte del tipo: “Sì, ma è stata la NATO a provocarla… Sì, ma ci sono nazisti in Ucraina…”.

Gradualmente, si è aperta una voragine di incomunicabilità tra quei piccoli settori comunisti o anarchici, marxisti o libertari che insistevano nel voler sostenere la resistenza ucraina e la stragrande maggioranza della sinistra radicale abbarbicata a quella falsa analisi e a quelle indicazioni che non esito a definire “idiote” (nel senso più puro del termine, di “persona privata”, che si preoccupa dei propri interessi, che non vuole prendere in esame problemi che lo costringerebbero a uno scarto dello sguardo, di problemi che – erroneamente – ritiene che potrebbero distrarlo dalla lotta contro l’”imperialismo vero”, quello di sempre, la NATO). Una incomunicabilità perché agli occhi di quella minoranza “pro-Ucraina” diventava sempre più difficile convincerle “gli altri” di una semplice verità: “sostenere un imperialismo straniero non è un buon modo per combattere quello in cui viviamo”.

Molto è cambiato nel corso del 2025. Ora c’è Trump nella sala ovale di Washington. E da allora, “risolto” a modo suo l’”impiccio” di Gaza, la sua preoccupazione principale è diventata quella di spingere l’Ucraina verso accordi di pace umilianti, con ogni mezzo, anche con quello del ricatto della sospensione degli aiuti militari. E qui si è creata una potente connessione con lo slogan contro le forniture di armi che ha caratterizzato fin dal 2022 la sinistra italiana, da sempre mobilitata al fine di bloccare ogni aiuto al paese aggredito e alla sua resistenza.

Aiuti che sono sempre stati presentati come la causa dei tagli ai servizi sociali, con un’ulteriore mistificazione politica e sociale. In questo, anche per la loro visibilità mediatica e parlamentare, campioni sono stati i 5 Stelle di Giuseppe Conte, che, non a caso, in questi mesi hanno conquistato sempre più credibilità nella bolla della “sinistra radicale”.

A questo si è recentemente aggiunta la questione del riarmo europeo. Giustamente molte e molti sono spaventati dai piani di aumento astronomico dei bilanci della difesa e dalla prospettiva di una guerra con la Russia, cosa che ha dato ulteriore spazio a personaggi più o meno equivoci (come Alessandro Di Battista, Angelo D’Orsi, Alessandro Orsini, ecc), da sempre impegnati a sostenere un orientamento filo-russo (non a caso si definiscono “russofili”) e alla “ricerca di una pace a qualsiasi costo”, ovviamente nascondendo che questa loro cosiddetta “pace” avrebbe conseguenze devastanti per l’Ucraina, per decine di milioni di ucraini.

E’ palese la demagogia dei discorsi “colti” dello storico D’Orsi e delle sparate propagandistiche dell’ex grillino Di Battista, ma, come in tutte le operazioni demagogiche, non sono pochi coloro che ci cadono. In occidente (e anche in Italia) è piuttosto diffusa la comoda “soluzione” della “diserzione”: dai computer e dal web occidentale si lanciano proclami antimilitaristi a 360° gradi, sia verso i russi sia verso gli ucraini, come se le rispettive azioni militari fossero uguali e simmetriche.

Naturalmente dobbiamo sostenere coloro che si sottraggono al servizio militare nell’esercito dell’aggressore o che disertano dai suoi ranghi. Basti consultare il sito Идите лесом (Idite lesom, Imboscati), i cui promotori, perlomeno quelli che agiscono apertamente, Grigorij Sverdlin, Daria Berg, Anton Gorbatsevich, Ivan Chuvilyaev, hanno tutti e quattro dovuto lasciare la Russia fin dal 2022. Cercate pure, anche con l’aiuto di un buon traduttore automatico, in quel sito genuinamente pacifista una qualunque sollecitazione ad un’analoga “diserzione” dei soldati ucraini, non la troverete. Come non troverete nessuna parola d’ordine che solleciti il blocco degli aiuti occidentali all’Ucraina.

E chiedetevi il perché. Perché non esiste nessuna concreta ragione per cui le diserzioni e dunque il conseguente indebolimento dell’esercito dell’aggressore sarebbero legate a una riduzione delle forniture di armi all’Ucraina, né alcuna ragione per cui il disarmo dell’Ucraina potrebbe aiutare i disertori russi.
E, nel caso della “pace ad ogni costo” (tanto auspicata dallo schieramento che va dalla “sinistra radicale” a Vannacci, e concretamente affidata a Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner) chi garantirà la sicurezza della popolazione civile in Ucraina?

La sinistra “russofila” si colloca in prima linea nel denunciare le violazioni dei diritti umani in Ucraina, gli arruolamenti forzosi nell’esercito di Kiev, le limitazioni della libertà, il rinvio delle elezioni, ecc. E così, alle sue demagogiche argomentazioni secondo cui gli aiuti all’Ucraina sarebbero a danno dei servizi sociali nei paesi occidentali (come se la politica di tagli ai servizi sociali in Occidente fosse iniziata nel 2022…), oggi si aggiunge un’altra argomentazione, secondo cui l’Occidente (dunque, Trump, Meloni, Macron, Starmer, Merz & Co) dovrebbe sospendere ogni aiuto all’Ucraina in ragione dello scarso rispetto da parte di quest’ultima dei “diritti umani”. Si trascura il fatto che in questo modo si presenta l’“Occidente” come un potenziale “difensore dei diritti”, subordinandosi proprio a quella retorica dell’“imperialismo occidentale buono” alla quale ci si vorrebbe opporre.

Simile è il discorso recentissimamente emerso sulla questione della “corruzione” dello stato ucraino, divenuto un nuovo cavallo di battaglia dei “pacifisti” italiani e occidentali. Resta la scelta di questa “sinistra” di utilizzare i veri e reali problemi dello stato ucraino al fine di mettere a repentaglio l’intera sicurezza dell’intero popolo di quel paese.

Al fine di utilizzare la giusta sensibilità di massa creatasi attorno al genocidio di Gaza, alcune volte, nella sinistra, si ascoltano incredibili accostamenti tra Netanyahu e Zelensky, a volte perfino tra il sionismo israeliano e il “nazismo” ucraino, il tutto al fine di assolvere l’amico Putin.

E’ giustissimo denunciare il “doppio standard” della retorica “democratica” occidentale, pronta a “solidarizzare” con l’Ucraina aggredita ma altrettanto allineata con il colonialismo sionista israeliano. Si dice: “L’Unione europea sostiene Israele e sostiene l’Ucraina. Dunque è complice del genocidio di Gaza e della guerra contro la Russia”. Come se i due scenari fossero sovrapponibili.

E’ giusto indicare l’accoglienza solidale che, soprattutto all’inizio della guerra, è stato riservato ai profughi ucraini profondamento diversa dal razzismo con cui vengono trattati i profughi che arrivano dal Medioriente, dall’Asia o dall’Africa. Ma una denuncia di “doppio standard” non può essere accompagnata da un analogo e simmetrico “doppio standard”, pena il risultare totalmente non credibile.

La sinistra non ha mai posto la necessaria attenzione al legame molto stretto che c’è tra la sua posizione ipocrita e filorussa sul conflitto in Ucraina e la sua sempre minore capacità di entrare in sintonia con le masse. Prova ne sono i sempre più deludenti e scoraggianti risultati elettorali.

I paesi europei, peraltro alcuni, in primis l’Italia, in misura del tutto marginale, sostengono l’Ucraina evidentemente non perché siano animati da sentimenti “antimperialisti”, ma perché la guerra in Europa li preoccupa ovviamente più delle guerre in altri continenti. E per l’ipocrisia di questo “sostegno”, la sinistra europea e soprattutto italiana vorrebbero far pagare il prezzo al popolo ucraino.

Il tentativo è quello di mettere le vittime di diversi imperialismi le une contro le altre. Esattamente il contrario di quel che si dovrebbe essere appreso dalla storia del movimento operaio: “Proletari di tutti i paesi, unitevi”. Una sinistra che sceglie le vittime a seconda della “simpatia” dei carnefici non agevola ma anzi ostacola la solidarietà internazionale.

Un discorso a parte merita la politica di riarmo recentemente adottata da vari paesi su spinta della UE. Ursula Von Der Leyen e la sua commissione hanno motivato la scelta di un vertiginoso riarmo con l’innegabile aggressività della Russia putiniana.
Ma i motivi veri risiedono nella necessità dell’imperialismo europeo (o meglio degli imperialismi europei) di riarmarsi per far fronte da un lato alla politica “America first” di Trump e, dall’altro, alla chiara corsa internazionale verso la guerra. La necessità di “difendere l’Ucraina”, per Meloni, Macron, Starmer, Merz, è solo un pretesto, utile ma completamente bugiardo.

La sinistra per rifiutare il riarmo e le sue conseguenze politiche e sociali non confuta le motivazioni vere di quella politica ma si sforza di banalizzare o addirittura negare l’aggressività neozarista della Russia di Putin. “E’ ridicolo pensare che Putin voglia arrivare a Roma o a Lisbona” si dice, con la conseguenza di negare totalmente quella aggressività che però è evidentissima e provata non solo fin dal 2014 in Ucraina, ma anche in Georgia, in Cecenia, in Armenia, in Kazakistan. La boutade che nega che Putin voglia “arrivare a Roma” vuole in realtà far dimenticare i numerosi crimini di quel regime in giro per l’ex impero sovietico e non solo (vedi Siria).

Di fronte alla politica UE di riarmo è più che giusto dire che “non vogliamo la guerra”. Ma questo rifiuto non si può basare sulla negazione dell’aggressività russa. Non si possono ribaltare le letture della realtà denunciando giustamente l’isteria militarista che sta crescendo in Europa e, al contempo, sostenendo che è l’Europa a “provocare” la Russia. La tesi vergognosa e che fa pensare ad agghiaccianti precedenti storici, ma che, alcuni esplicitamente (D’Orsi, Orsini, Di Battista, ma non solo) e altri meno spudoratamente ma altrettanto sostanzialmente, sostengono è: “Diamo alla Russia quello che vuole (l’Ucraina o parte di essa), e allora non avrà più alcun interesse ad attaccarci”.

Questa tesi non ha nulla a che fare con la solidarietà internazionalista. E’ una tesi solidale con gli argomenti e la politica dell’imperialismo russo. Ed è un’ulteriore motivazione della incapacità della sinistra di uscire dalla sua sempre più piccola comfort zone e di saper tornare a parlare all’opinione pubblica, in particolare alle lavoratrici e ai lavoratori che sanno bene (sulla loro pelle) che quando un potente ottiene ciò che vuole, raramente si ferma.

Uno degli argomenti di questa sinistra è l’innegabile sostegno maggioritario di cui Putin gode dentro la “sua” Russia. Le guerre sono state gli strumenti principali con cui Putin, fin dall’inizio del suo governo, ha gestito il suo potere, creando costantemente nuovi nemici, solleticando l’idea di un ritorno alla grandezza passata (Make Russia Great Again), denunciando i crimini dell’“Occidente”, ma continuando a fare affari con questo (come con Israele), e contrapponendo ai presunti valori individualistici “occidentali” dei valori ancor più reazionari.

Certamente la politica di riarmo dell’Unione europea va respinta, perché basata sulla guerra come opportunità commerciale, motivata dal profitto capitalista. Ma il modo con cui pensano di farlo alcune formazioni politiche della sinistra rischia di essere controproducente.

A livello nazionale, per la maggior parte dei paesi dell’Europa centrale e occidentale, ovviamente, non esiste alcun rischio di invasione militare russa. Così, molti dirigenti della sinistra (al pari di Salvini o Vannacci) parlano solo in termini nazionali: “Non c’è alcuna minaccia militare per la nostra nazione, quindi perché spendere soldi per la difesa?” Così si alimentano pericolosi sentimenti nazionalisti e isolazionisti, come se non bastasse l’azione dell’estrema destra in quello stesso senso. Salvo che l’estrema destra è più coerente perché promuove l’egoismo in tutti i campi (razzismo, economia, ambiente), quindi la sinistra perde sempre in questo gioco.

Adottando una visione più ampia, per gran parte dell’opinione pubblica (comprese tante lavoratrici e tanti lavoratori), è evidente che l’Europa, come entità sociale, con le caratteristiche che si è costruita, seppur contraddittoriamente, negli ultimi 80 anni (con le lotte di classe per i diritti sociali, economici e democratici) è minacciata, sia da Trump, sia da Putin, sia dalla crescita della destra sia dalla débacle della sinistra. E non sarà la lettura complottistica tanto cara alla “sinistra” sugli sconfinamenti dei droni e dei caccia russi a rassicurarla.

In tutto questo, non solo sparisce ogni soggettività del popolo ucraino, ma sparisce anche, e in un certo senso soprattutto, ogni soggettività dello stesso popolo russo.
Per Putin, per Trump, e per i loro fin troppo numerosi sostenitori, lo scenario ideale è chiaro: un’Europa orientale sotto il dominio russo, un’Europa occidentale guidata da governi di estrema destra che si adeguano in un mondo diviso in sfere di influenza sempre più autoritarie. Mentre l’area di conflitto si sposta sul Pacifico.

*articolo apparso su refrattario e controcorrente il 1° gennaio 2026

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