Negli ultimi mesi si sono addensate nubi sempre più scure sul sistema universitario svizzero e ticinese. Non si tratta ovviamente di meteorologia, ma di scelte politiche precise. Parlamento federale e Governo ticinese hanno deciso di tagliare i finanziamenti destinati alla formazione superiore e alla ricerca, nel quadro di una più ampia politica di austerità che colpisce servizi pubblici, socialità, sanità, trasporti e ambiente.
Questa politica si fonda sulla costruzione di un allarmismo permanente attorno alle finanze pubbliche, utilizzato per giustificare tagli alla spesa sociale. In realtà, tali misure servono soprattutto a liberare risorse per continuare a finanziare sgravi fiscali a favore dei grandi patrimoni, dei redditi più elevati e delle imprese. L’austerità è dunque la conseguenza diretta di una precisa scelta politica e di classe.
La concentrazione della ricchezza e le politiche di austerità
Negli ultimi vent’anni la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli impressionanti. In Svizzera, lo 0,38% dei contribuenti deteneva il 27,2% della sostanza dichiarata nel 2003; nel 2022 questa quota è salita al 44,1%. Parallelamente, i dividendi distribuiti dalle società quotate alla borsa svizzera sono passati da 20,6 miliardi di franchi nel 2005 a oltre 62 miliardi nel 2025. Si è prodotta una vera e propria “secessione sociale”: i più ricchi si sono enormemente arricchiti mentre salariati, pensionati e giovani hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita.
In questo contesto si inserisce il “pacchetto di sgravio 27”, con cui il Parlamento federale ha deciso tagli per 5,3 miliardi di franchi tra il 2027 e il 2029. Il Consiglio federale puntava addirittura a 8,4 miliardi di risparmi. E non si tratta di misure temporanee: la stessa Karin Keller-Sutter ha dichiarato che questo pacchetto rappresenta soltanto una tappa intermedia, lasciando presagire nuovi tagli già nei prossimi anni.
I tagli alla formazione universitaria
Una delle principali vittime di questa politica sarà la formazione universitaria. I tagli previsti ammontano in media a 265 milioni di franchi all’anno tra il 2027 e il 2029. Le conseguenze saranno inevitabili: aumento delle tasse universitarie, riduzione della qualità dell’insegnamento e della ricerca, peggioramento delle condizioni di lavoro del personale accademico e tecnico.
La logica dei partiti borghesi è semplice quanto brutale: le università dovranno compensare i tagli cercando “nuove entrate”, in particolare aumentando le rette studentesche. Si prospetta il raddoppio delle tasse per gli studenti svizzeri e domiciliati e un ulteriore aumento per gli studenti stranieri. Tuttavia, quest’ultima strada rischia presto di diventare impraticabile.
Bilaterali III e aumento delle rette
Con l’eventuale entrata in vigore dei Bilaterali III, infatti, dovrebbe essere applicato il principio di non discriminazione tra studenti svizzeri e studenti provenienti dall’Unione europea. Ciò significa che non sarà più possibile imporre agli studenti UE tasse universitarie nettamente superiori rispetto a quelle pagate dagli studenti svizzeri o domiciliati.
Secondo i calcoli della Confederazione, l’applicazione di questo principio provocherebbe perdite annuali pari a circa 23,6 milioni di franchi per università e politecnici e a oltre 21 milioni per scuole universitarie professionali e alte scuole pedagogiche. Di fronte a questa situazione si delineano tre possibili scenari: aumentare le tasse degli studenti svizzeri fino al livello di quelle pagate dagli studenti UE; abbassare le tasse degli studenti UE; oppure trovare un compromesso tra aumento delle rette per i residenti e diminuzione di quelle per gli studenti europei.
Poiché la Confederazione ridurrà anche i contributi diretti agli atenei, appare poco realistico immaginare una riduzione significativa delle tasse per gli studenti stranieri. Lo scenario più probabile è quindi un forte aumento delle rette per studenti svizzeri e domiciliati, accompagnato da una lieve riduzione di quelle per gli studenti UE. In altre parole, saranno soprattutto gli studenti e le loro famiglie a pagare il prezzo dei tagli federali alla formazione superiore.
Il caso ticinese: USI e SUPSI
La situazione ticinese rischia di essere ancora più critica. USI e SUPSI dipendono infatti in misura importante dagli introiti generati dagli studenti stranieri. Nell’anno accademico 2024/2025 gli studenti internazionali rappresentavano il 64,7% degli iscritti all’USI e il 42,07% alla SUPSI.
Questo significa che un adeguamento al ribasso delle tasse universitarie per gli studenti UE comporterebbe perdite finanziarie molto rilevanti. Sulla base dei dati attuali, la parificazione delle rette costerebbe circa 2,9 milioni di franchi all’anno alla SUPSI e oltre 9 milioni all’USI. È vero che i Bilaterali III prevederebbero un periodo transitorio di alcuni anni, ma il problema si porrà inevitabilmente nel medio termine.
Del resto, lo stesso Governo ticinese riconosce che gli studenti stranieri pagano già oggi rette molto elevate, tra le più alte della Svizzera per università e SUP. Questo rende difficile immaginare ulteriori aumenti significativi delle tasse per gli studenti internazionali.
A queste perdite si aggiungono quelle derivanti direttamente dal “pacchetto di sgravio 27”. Secondo il Consiglio di Stato, i tagli federali comporterebbero minori entrate annue stimate in 6,8 milioni di franchi per l’USI e 8,5 milioni per la SUPSI. Anche se il Parlamento federale ha successivamente attenuato alcune misure, è realistico prevedere comunque perdite per diversi milioni di franchi ogni anno.
I tagli del Governo ticinese
Ma non finisce qui. Il Consiglio di Stato ticinese, pur avendo inizialmente criticato i tagli federali, si prepara a fare lo stesso a livello cantonale. Per finanziare altre misure politiche, il Governo propone infatti di ridurre ulteriormente i contributi destinati ai due istituti universitari: 5,5 milioni di franchi annui in meno per l’USI e 1,3 milioni in meno per la SUPSI.
Anche in questo caso la soluzione indicata dal Governo è la stessa proposta dal Consiglio federale: contenere la spesa e aumentare le entrate, in particolare attraverso l’aumento delle tasse universitarie. Una posizione che mostra tutta la contraddizione di un esecutivo che denuncia i tagli federali mentre prepara nuove misure di austerità a livello cantonale.
Le conseguenze non riguarderanno solo le rette universitarie. Il Governo intende anche abolire le indennità di stage nelle formazioni SUPSI di ergoterapia e fisioterapia per i nuovi iscritti dal 2026, con risparmi superiori al milione di franchi annui entro il 2029. Inoltre verrebbe eliminato il contributo annuale di 250 mila franchi destinato al Dipartimento formazione e apprendimento / Alta scuola pedagogica della SUPSI.
Difendere la formazione pubblica
Che tutte queste misure vengano applicate integralmente oppure no, una cosa appare già evidente: il taglio dei finanziamenti alla formazione universitaria è ormai diventato un’opzione politica concreta, sia a livello federale sia cantonale. Potranno cambiare le modalità, ma la sostanza resta la stessa: trasferire sui giovani, sulle famiglie e sul personale universitario il costo delle politiche fiscali favorevoli ai più ricchi.
Opporsi a questi tagli significa quindi opporsi a una politica di austerità che, anno dopo anno, indebolisce lo stato sociale e concentra sempre più ricchezza nelle mani di una minoranza privilegiata. Anche in Ticino il fenomeno è evidente: nel 2022 meno dell’1% dei contribuenti deteneva quasi il 45% dei patrimoni dichiarati. In vent’anni i grandi patrimoni si sono moltiplicati, mentre i servizi pubblici vengono progressivamente ridimensionati.
La difesa della formazione pubblica richiede quindi non solo il rifiuto dei tagli e degli aumenti delle tasse universitarie, ma anche una battaglia più ampia per una politica fiscale redistributiva, capace di tassare maggiormente grandi patrimoni, rendite e profitti.
Per questo è necessaria una mobilitazione sociale ampia e coordinata: studenti, personale della formazione, dipendenti pubblici e utenti dei servizi devono unire le forze contro politiche che scaricano i costi della crisi sulla maggioranza della popolazione. Solo costruendo un fronte sociale comune sarà possibile contrastare una spirale di austerità che produce precarietà, disuguaglianze e regressione sociale crescente.
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