La decisione del sindacato di Hyundai Motor di opporsi all’introduzione dei robot di nuova generazione nelle fabbriche in assenza di un accordo tra lavoratori e azienda ha trasformato una scelta industriale in una vertenza sindacale, portando alla luce un conflitto che riguarda l’intero settore dell’intelligenza artificiale. Al centro dello scontro c’è Atlas, il robot umanoide sviluppato da Boston Dynamics, società statunitense controllata da Hyundai, che il gruppo coreano presenta come la propria scommessa sull’intelligenza artificiale fisica, cioè sulle macchine capaci di muoversi e lavorare negli spazi produttivi finora riservati agli esseri umani. La sua comparsa ha suscitato reazioni opposte, con gli investitori che la hanno letta come una svolta e gli operai che la considerano invece una minaccia per il proprio posto di lavoro.
Il caso va ben oltre il settore dell’industria automobilistica e la Corea del Sud. Appena due mesi prima dell’inizio della vertenza sui robot di nuova generazione, il paese aveva già vissuto un conflitto altrettanto significativo nel settore dei semiconduttori, quando decine di migliaia di dipendenti di Samsung Electronics avevano rivendicato una quota degli utili prodotti dall’impennata della domanda di chip per l’intelligenza artificiale. I due episodi mostrano aspetti diversi dello stesso modello economico. Le memorie ad alta larghezza di banda utilizzate per addestrare i modelli linguistici nei centri dati e i robot destinati a sostituire gli operai lungo le catene di montaggio appartengono allo stesso ciclo tecnologico. In entrambi i casi, il conflitto riguarda la distribuzione dei profitti e il diritto dei lavoratori a partecipare alle decisioni.
Se questa tensione emerge anzitutto in Corea del Sud, e in modo più aperto che in Cina, sulla quale si concentra gran parte dell’attenzione, è perché nel paese convivono un settore tecnologico d’avanguardia e un sindacalismo industriale particolarmente combattivo, una combinazione che altrove non si è ancora manifestata con la stessa forza. Nei materiali che ricostruiscono la vicenda, la Cina compare come concorrente nel mercato delle memorie e dei robot, mentre il conflitto sindacale che caratterizza casi come quelli di Hyundai e Samsung è propriamente coreano e si sviluppa nei tribunali, nella contrattazione, negli scioperi e nelle urne. È questa esposizione pubblica del conflitto a fare della Corea del Sud, molto più della Cina, il laboratorio in cui le contraddizioni dell’economia dell’intelligenza artificiale emergono con chiarezza.
Anatomia di una vertenza
Prima di analizzare il caso come un episodio dello scontro globale tra lavoro e automazione, è importante capire cosa chiede davvero il sindacato coreano, perché l’equivoco più comune è il considerarlo una reazione di natura luddista. Il sindacato invece non contesta la macchina in quanto tale, bensì il potere di decidere come e quando impiegarla, e chiede che nessun robot fondato su nuove tecnologie venga introdotto nei reparti senza un accordo tra le parti. La rivendicazione è insieme difensiva e preventiva, perché precede l’entrata in funzione dei robot e punta a stabilire un principio di diritto decisionale dei lavoratori sulle modalità di introduzione delle nuove tecnologie quando vi è ancora possibilità di sceglierle.
A questa rivendicazione si è affiancata una piattaforma di richieste salariali che amplificano la portata della lotta. Il sindacato dei metalmeccanici di Hyundai, che conta quasi 40.000 iscritti, ha ottenuto in una consultazione interna l’87% dei consensi a favore della mobilitazione e ha presentato, insieme alla clausola sull’automazione, la richiesta di un premio pari al 30% dell’utile netto, l’innalzamento da 60 a 65 anni dell’età alla quale l’azienda può porre fine al rapporto di lavoro, un aumento dello stipendio base e il passaggio a un sistema in cui la retribuzione fissa mensile copra l’intero salario, evitando che i lavoratori debbano fare affidamento su straordinari e turni supplementari per raggiungere un reddito accettabile. Quest’ultima richiesta si spiega con una struttura salariale nella quale la componente variabile sfiora la metà del totale, mentre la richiesta relativa all’età nasce dal fatto che, per chi ha superato i sessant’anni, l’uscita anticipata dalla fabbrica comporta quasi sempre un forte peggioramento delle condizioni di vita. A metà luglio la vertenza è sfociata in uno sciopero parziale di tre giorni nei principali stabilimenti coreani, con due ore di astensione dal lavoro per ogni turno.

A dare a questa lotta sindacale una portata che supera i confini della singola azienda è il fatto che si inserisce in un’ondata di mobilitazioni che attraversa l’intero sistema industriale coreano. La richiesta di un premio pari al 30% dell’utile nasce direttamente dalle vertenze sui premi nel settore dei semiconduttori aperte dai lavoratori di Samsung Electronics e della concorrente SK Hynix e ampliatesi poi al settore informatico, con lo sciopero di diverse società del gruppo tecnologico Kakao, nonché infine all’industria automobilistica, da Hyundai alla filiale coreana di General Motors. I media che sostengono gli interessi delle imprese hanno descritto questa diffusione come un contagio. La definizione ha un’impronta ostile, ma coglie un meccanismo reale. Ciò che sta accadendo è infatti che ogni conquista ottenuta in una grande azienda diventa un termine di paragone e spinge verso l’alto le rivendicazioni negli altri settori.
Le richieste dei lavoratori poggiano su solide ragioni economiche. Negli ultimi anni il gruppo Hyundai ha registrato più volte utili operativi superiori ai 10.000 miliardi di won (quasi 7 miliardi di dollari), collocandosi al terzo posto mondiale per volumi di vendita e al secondo per redditività, dietro Toyota. I lavoratori attribuiscono questi risultati anche al proprio contributo e ne rivendicano una quota. L’azienda ha risposto con proposte molto lontane dalle richieste, appellandosi al calo dei profitti registrato nel 2025 e alla necessità di accantonare risorse sufficienti per gli investimenti. Ha inoltre accolto solo in parte il principio della retribuzione mensile piena, rinviandone la definizione a un tavolo tecnico previsto per il 2027, nel tentativo di attenuare la pressione senza assumere fin da ora un impegno vincolante.
Perché la Corea, perché adesso
Il momento e il luogo in cui è scoppiata la vertenza non sono casuali, ma dipendono da alcune coordinate che fanno della Corea del Sud un caso anticipatore. La prima è quella demografica. Il paese sta invecchinado rapidamente e la forza lavoro si riduce, al punto che la diffusione dell’automazione nelle fabbriche viene presentata dagli editoriali della stampa economica come una necessità per sopravvivere prima ancora che come uno strumento di espansione. La Corea del Sud è già il paese più robotizzato al mondo, con circa 1.220 robot industriali ogni 10.000 addetti alla manifattura, un dato molto superiore a quello di qualsiasi altra economia avanzata. La stessa pressione demografica è riscontrabile anche fuori dalle fabbriche. Le forze armate, scese a 450.000 effettivi dopo un calo del 20% in sei anni, hanno cominciato a valutare l’impiego di robot del gruppo Hyundai in compiti logistici e di sorveglianza. È un segno del fatto che la spinta all’automazione risponde a una carenza strutturale di manodopera e non soltanto alla ricerca di costi più bassi.
La seconda coordinata riguarda il mercato dei capitali. La scommessa sui robot ha cambiato la percezione finanziaria del gruppo, la cui capitalizzazione ha superato i 100.000 miliardi di won (circa 70 miliardi di dollari) e il cui rapporto tra prezzo azionario e utili ha oltrepassato quello di Toyota, il rivale storico. Gli investitori hanno cominciato a considerare l’azienda alla stregua di un gruppo tecnologico attivo nella mobilità, come Tesla, anziché come un costruttore tradizionale. Il valore atteso si concentra così sul controllo dei sistemi destinati a definire la produzione di nuova generazione, mentre la fabbricazione di automobili a basso costo perde centralità. L’acquisizione del controllo di Boston Dynamics, completata nel 2021 e a lungo giudicata un azzardo, viene ora vista come il passaggio che ha reso possibile questa trasformazione. Il vertice del gruppo ha inoltre dichiarato apertamente l’ambizione di competere con Tesla nel campo dei robot e della guida autonoma.
L’ultima coordinata è di natura geoeconomica e riguarda gli Stati Uniti. I dazi introdotti dall’amministrazione statunitense sulle importazioni di automobili hanno ridotto i margini di Hyundai, spingendo il gruppo ad aumentare la produzione negli Stati Uniti e a concentrarvi i propri investimenti, con l’obiettivo di portare la quota fabbricata in tale paese dal 40% all’80% entro il 2030. In questo quadro si inserisce anche la decisione di far debuttare Atlas nello stabilimento non sindacalizzato della Georgia, escludendo per il momento le fabbriche coreane. Agli occhi degli operai coreani, il trasferimento della produzione all’estero e l’introduzione dei robot umanoidi appaiono come due aspetti dello stesso processo, anche perché il gruppo prevede di spostare fuori dal paese volumi consistenti di produzione già a partire dal 2027. Il rischio è che gli stabilimenti coreani conservino nell’immediato gli attuali livelli di occupazione e produzione, ma diventino progressivamente marginali e restino esclusi dagli investimenti destinati alle tecnologie del futuro.

La posta in gioco oltre la Corea
Le condizioni descritte fin qui non esauriscono l’interesse della vicenda, perché il conflitto solleva questioni destinate a ripresentarsi ovunque venga introdotta la stessa tecnologia. La prima riguarda il rapporto tra costi e sostituzione del lavoro. Un’unità di Atlas avrebbe un costo di circa 200 milioni di won (138.000 dollari), al quale si aggiungerebbero spese di manutenzione annua relativamente contenute, e potrebbe lavorare senza interruzioni, pause o aumenti salariali. In queste condizioni, l’investimento iniziale verrebbe recuperato in circa due anni. Una volta avviata la produzione su larga scala, il costo orario della macchina potrebbe scendere fino a un sesto di quello del lavoro nei settori industriali a basso salario, mentre un operaio coreano costa all’azienda tra i 100 e i 130 milioni di won l’anno (circa 70-90.000 dollari). Una lettura vicina al movimento operaio, proposta da Workers’ Solidarity e da un commento pubblicato su News Lens, traduce questi calcoli in uno scenario concreto: un ingegnere ben pagato che controlla dieci robot al posto di dieci operai qualificati, con l’aumento della produttività accompagnato da una crescente concentrazione dei profitti e del potere di controllo. Anche i media economici individuano la stessa dinamica, osservando che, quando il capitale sostituisce il lavoro su larga scala, si riduce anche il peso contrattuale degli operai.
Il quadro è però meno lineare di quanto suggeriscano questi calcoli, perché la sostituzione temuta appare ancora lontana. Le analisi tecniche collocano a una distanza di diversi anni, se non addirittura decenni, il momento in cui robot come Atlas potranno sostituire su larga scala i lavoratori qualificati, un passaggio che richiederebbe capacità prossime a quelle dell’intelligenza artificiale generale. Per ora gli umanoidi restano limitati a pochi progetti pilota e hanno un’affidabilità paragonabile a quella dei robot industriali di dieci anni fa. Lo stesso programma di Hyundai prevede di assegnare Atlas, intorno al 2028, a mansioni ausiliarie che richiedono poca precisione e di impiegarlo nell’assemblaggio vero e proprio soltanto verso il 2030. È proprio perché la tecnologia non è ancora matura che il conflitto si apre adesso, prima che le scelte diventino irreversibili, quando il sindacato conserva ancora la possibilità di imporre condizioni che, una volta introdotti i robot di nuova generazione, sarebbe molto più difficile rivendicare.

Lo stabilimento della Georgia, privo di sindacato, serve ad aprire la strada e ripropone uno schema già visto nel 2014, quando il sindacato coreano si oppose alle fabbriche intelligenti, oggi diffuse ovunque, ivi compreso nel grande impianto Hyundai di Ulsan. Gli stabilimenti all’estero diventano così laboratori nei quali sperimentare le nuove tecnologie, che arrivano nelle fabbriche coreane soltanto dopo essere state collaudate e quando ormai risulta più difficile contestarle.
Le imprese giustificano le proprie scelte soprattutto con la necessità di restare competitive. Tesla sviluppa il proprio robot umanoide senza il vincolo di un sindacato e con tempistiche più rapide, le aziende cinesi avanzano grazie a ingenti investimenti pubblici e i costruttori europei mettono anch’essi in atto piani analoghi. Secondo i media mainstream, ogni resistenza finirebbe quindi per spostare altrove l’innovazione e indebolire la posizione industriale del paese, come sarebbe già accaduto a chi, in passato, ha difeso gli assetti esistenti anziché adattarsi. Le voci vicine ai lavoratori capovolgono questa lettura e osservano che l’argomento dell’inevitabilità nasconde una distribuzione del rischio nella quale gli operai devono sopportare i costi dell’adattamento, mentre il capitale tiene per sé i profitti.
Il nodo centrale riguarda la distribuzione dei guadagni di produttività resi possibili dalle macchine. Se la maggioranza (i lavoratori) perde un reddito stabile mentre una minoranza (i padroni) controlla i robot e la capacità di calcolo, il risultato è un conflitto sociale più aspro, ben lontano dalla prosperità diffusa promessa dalla retorica dell’innovazione. Ne risente anche la domanda interna, perché una popolazione più povera compra meno automobili. Da questa analisi nasce la proposta di regolare l’automazione imponendo una valutazione preventiva delle sue conseguenze sull’occupazione e destinando una parte degli utili alla riduzione dell’orario di lavoro e alla garanzia dei salari. La stessa proposta prevede inoltre che i sussidi pubblici alle fabbriche intelligenti siano legati a impegni vincolanti sulla tutela dell’occupazione. Il dibattito si sposta così da ciò che i robot sono in grado di fare a chi decide come impiegarle e a chi spettano i profitti che producono.
L’altra faccia dell’economia
La questione della distribuzione acquista ancora più rilievo se si osserva come il conflitto coinvolga diverse fasce della forza lavoro coreana, perché la vertenza Hyundai non riguarda soltanto gli operai meglio pagati delle grandi imprese. Una tesi molto diffusa, condivisa da gran parte dello schieramento politico, sostiene che gli aumenti ottenuti nelle grandi aziende finiscano per danneggiare i lavoratori precari e in subappalto, descritti come le vittime di un’aristocrazia operaia che trattiene per sé i profitti “in eccesso”. Le fonti vicine al movimento sindacale ribaltano questa lettura e osservano che le conquiste ottenute nelle grandi imprese innalzano il livello delle rivendicazioni per tutti. Sono stati infatti proprio i risultati raggiunti nel settore dei semiconduttori a spingere anche i lavoratori in subappalto a chiedere una quota degli utili. Se gli operai delle grandi aziende rinunciassero ai propri premi, a beneficiarne sarebbero soltanto l’impresa e i suoi azionisti, mentre i precari della catena di fornitura non ne ricaverebbero alcun vantaggio.
Questa disparità emerge con particolare evidenza nel cantiere navale di Ulsan del gruppo HD Hyundai, dove circa duecento operai migranti hanno compiuto il passo inconsueto di iscriversi collettivamente al sindacato. La protesta è nata dall’introduzione di un nuovo sistema retributivo che riduce il salario base di una somma compresa tra 170.000 e 200.000 won (circa 115-135 dollari) e che, secondo i lavoratori, sarebbe stato imposto sotto la minaccia del mancato rinnovo del contratto. Le mobilitazioni, iniziate con poche centinaia di partecipanti e cresciute fino a coinvolgerne circa un migliaio, hanno ricevuto il sostegno della ILO e hanno messo in evidenza la diversa condizione dei dipendenti diretti e di quelli delle imprese subappaltatrici, più esposti ai ricatti e con minori possibilità di far valere le proprie ragioni. La stessa divisione si ritrova nella filiera dei componenti automobilistici, nella quale i fornitori vengono spinti dal gruppo a ridurre i prezzi. Non a caso, una delle principali richieste avanzate nelle manifestazioni di Ulsan riguarda la garanzia dei posti di lavoro nelle imprese fornitrici.

Questo aspetto mostra che i costi dell’automazione e della riduzione delle spese ricadono anzitutto sui lavoratori meno tutelati, mentre bollare quelli sindicalizzati come privilegiati serve soprattutto a contrapporli al resto dei lavoratori. La risposta istituzionale conferma la centralità della questione, perché il governo di centrosinistra guidato da Lee Jae-myung, pur con toni più moderati della destra, ha definito eccessive le richieste dei lavoratori e ha assunto il ruolo di garante della stabilità economica, mentre i media conservatori ha chiesto l’adozione di misure per frenare il diffondersi delle rivendicazioni. È lo stesso schieramento di forze che aveva accompagnato la vertenza dei semiconduttori alla Samsung, e che ricompare quasi immutato quando il conflitto si sposta dai chip ai robot.
Il laboratorio coreano
Le lotte alla Samsung, che avevo analizzato due mesi fa in questa newsletter, e quelle in corso alla Hyundai contro l’adozione dei robot di nuova generazione riguardano due fasi della stessa trasformazione, che parte dai chip destinati ad alimentare l’intelligenza artificiale nei centri dati e arriva alle macchine che la portano sulle linee di montaggio. Gli editoriali delle testate economiche riducono il conflitto a una contrapposizione tra chi accetta il cambiamento e chi vi si oppone, ma la questione riguarda le condizioni alle quali vengono introdotti i robot umanoidi.
La Corea del Sud mostra con particolare chiarezza che l’economia dell’intelligenza artificiale non fa altro che riproporre il conflitto tra capitale e lavoro. La retorica dell’innovazione tende a nasconderlo, presentando come un progresso neutrale una trasformazione che invece incide sui rapporti di forza tra chi possiede i robot e chi lavora con essi. Il caso della Hyundai, e quello più ampio del “laboratorio coreano”, indica che la contesa su come distribuire i benefici dell’automazione è già cominciata, molto prima che i robot siano effettivamente in grado di sostituire il lavoro umano.
*articolo apparso sul blog dell’autore il 24 luglio 2026
