Zali: quel che poteva dire e quel che deve fare

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Di fronte alla pubblicazione degli audio contenenti le agghiaccianti parole che gli vengono attribuite – e che ormai gran parte del cantone ha potuto ascoltare – il ministro Zali avrebbe potuto scegliere una delle seguenti strade:
a) sostenere che la voce non fosse la sua e che le registrazioni fossero false;
b) spiegare che quelle espressioni erano state estrapolate dal contesto;
c) affermare che si trattava di uno scherzo, di un momento di “cazzeggio” in cui si ricorre, per quanto maldestramente, a espressioni forti, surreali o scorrette;
d) riconoscere di aver pronunciato quelle parole, ammettere l’errore e spiegare che appartengono a un passato dal quale ha preso le distanze, assumendosene la responsabilità;
e) riconoscere, infine, che quelle parole rivelano un problema nel suo rapporto con le donne e di aver intrapreso un percorso per affrontarlo.
Ha invece scelto una sesta strada: non dire nulla sul contenuto delle registrazioni. Ha preferito rifugiarsi in un comunicato stampa che denuncia la violazione della sua privacy, evitando accuratamente di affrontare ciò che tutti hanno ascoltato. Ma ignorare il contenuto di quelle registrazioni non lo cancella. Anzi: il rifiuto di smentirlo o anche solo di confrontarsi con esso finisce inevitabilmente per rafforzarne la credibilità. Che quelle registrazioni siano state ottenute o diffuse in modo illecito è una questione che seguirà il suo corso nelle sedi competenti. Ma questo non modifica di una virgola il contenuto delle parole pronunciate, né tantomeno la loro gravità. L’illegalità della diffusione non assolve la brutalità del contenuto.
C’è poi una contraddizione che non può essere taciuta. Il ministro Zali fa parte di un governo che, giustamente, proclama di voler contrastare ogni forma di violenza e discriminazione nei confronti delle donne, promuovendo il rispetto, la prevenzione e la sensibilizzazione. È semplicemente incompatibile ricoprire quel ruolo istituzionale ed essere associati a espressioni di una violenza verbale tanto degradante nei confronti delle donne. Non basta partecipare alle campagne istituzionali o sottoscrivere dichiarazioni di principio: chi rappresenta lo Stato deve incarnarne i valori, non smentirli con il proprio comportamento.
Per queste ragioni il ministro Zali non ha altra scelta che rassegnare le dimissioni. La sua credibilità politica e istituzionale è ormai compromessa. E lo è ancora di più alla luce dell’altra notizia emersa ieri: il fatto che sia indagato nell’ambito della vicenda del quattordicenne finito in prigione.
Di tutto questo hanno ormai preso atto le cittadine e i cittadini di questo cantone. Non sarebbe male se ne prendesse atto, con la stessa chiarezza e con la necessaria urgenza, anche il Consiglio di Stato.

*articolo apparso sul quotidiano LaRegione venerdì 24 luglio 2026

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