Gyirong (Nepal): le responsabilità di cui Pechino non vuole che si parli

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I video dell’immane tragedia che ha colpito nei giorni scorsi l’area al confine tra Nepal e Cina hanno fatto il giro del mondo, in particolare quello dell’enorme ondata che travolge il punto di frontiera tra i due paesi a Gyirong. Con il passare delle ore è stato un fiorire di spiegazioni di quanto era accaduto, alcune fondate altre non corrispondenti alla realtà, dalla diga crollata al ritardo deliberato di Pechino, che avrebbe saputo con tre quarti d’ora in anticipo dell’ondata in arrivo, nel dare l’allarme. La totale infondatezza di queste due accuse fa sì che la Cina abbia buon gioco a respingerle come un ennesimo tentativo di gettare cattiva luce sulla sua dirigenza, sfruttando a piene mani la sua presunta posizione di “vittima innocente” a fini propagandistici. In realtà, il regime cinese ha grandi responsabilità in questa tragedia e nel suo contesto, ma vanno individuate guardando dietro a quei video e risalendo indietro nel tempo, oppure esaminando cosa è accaduto nei giorni successivi nella stessa Cina, cosa che ben pochi hanno fatto. Bisogna per esempio tornare all’inondazione dell’anno scorso nella stessa valle, esaminare le istruzioni che le autorità di Pechino hanno impartito ai media il giorno successivo al disastro e cercare di capire perché e come quella gola stretta sia diventata il valico più importante tra Cina e Nepal. Alcune fonti (elencate in fondo a questo articolo) hanno fatto questo lavoro, ma in modo frammentario, occupandosi ciascuna di singoli aspetti specifici. Quello che cerco di fare qui di seguito è mettere insieme gli elementi da esse evidenziati per produrre un quadro complessivo che dia la reale portata delle responsabilità accumulate negli anni da Pechino, fino al verificarsi dell’ondata devastatrice e immediatamente dopo di essa.

Sette minuti

L’evento scatenante, stando a quanto emerso nel corso dei giorni successivi, è stata la valanga di roccia e ghiaccio precipitata dal versante nord del Langtang Lirung, una cima di oltre settemila metri nell’Himalaya centrale, sul lato nepalese della frontiera con il Tibet. La massa di dimensioni gigantesche, circa un chilometro quadrato, si è staccata a 5.200 metri di quota cadendo nella valle del Lende Khola, un fiume che nasce in Tibet ed entra in Nepal, compiendo un salto di 1.400 metri. Per avere un’idea della forza di tale valanga basta dire che la scossa causata dalla sua caduta è stata registrata dallo United States Geological Survey, il servizio geologico degli Usa, come un terremoto di magnitudo 5,2. La massa di ghiaccio e roccia si è trasformata con la caduta in una colata di fango e detriti che ha cominciato a scendere a valle a una velocità stimata in oltre 170 chilometri all’ora.

Il posto di frontiera di Gyirong si trova venti chilometri più a valle e la colossale ondata lo ha raggiunto solo sette minuti dopo il crollo. Le immagini di una telecamera mostrano che il personale del valico non sapeva nulla fino a pochi secondi prima che un muro d’acqua nera alto oltre venti metri coprisse tutto. Il palazzo nel quale Cina e Nepal effettuavano congiuntamente i controlli di frontiera, alto sei piani, è stato raso al suolo in un istante. A Gyirong la colata si è divisa in due rami, e quello principale è rientrato in Nepal lungo il fiume Bhote Koshi.

Da tale momento in poi l’unica cronologia affidabile di cui disponiamo è quella fornita dal governo nepalese. Sei minuti dopo la distruzione del valico, la stazione di misurazione del livello dell’acqua a Syabru Besi, quindici chilometri più a valle, ha smesso di trasmettere. Un quarto d’ora più tardi la stazione di Betrawati ha lanciato l’allarme e il governo ha inviato 600.000 sms di allerta ai distretti ancora più a valle. Nel frattempo la colata aveva già travolto la centrale idroelettrica di Upper Trishuli-1, un impianto finanziato da capitali sudcoreani e ancora in costruzione con migliaia di operai al lavoro di cui ora è ignota la sorte. Venti minuti dopo l’allarme anche la stessa Betrawati veniva sommersa. In otto ore l’acqua ha poi percorso oltre duecento chilometri lungo il fiume Trishuli distruggendo quasi cento ponti e danneggiando tredici centrali idroelettriche, tanto che la produzione elettrica nepalese è calata di un decimo in brevissimo tempo. Il bilancio attuale, ancora provvisorio, parla di quasi mille morti accertate e oltre quattromila dispersi in Nepal. Sul lato cinese il bilancio ufficiale non verificabile è di soli sedici morti, ai quali Pechino aggiunge 546 dispersi, oltre la metà dei quali sarebbero stranieri.

Sui social nepalesi e indiani hanno cominciato quasi immediatamente a circolare due accuse contro Pechino. Secondo la prima, il governo cinese avrebbe saputo dell’inondazione in arrivo già alle 8.15 del mattino e avrebbe aspettato tre quarti d’ora prima di avvertire il Nepal. Secondo la seconda la vera causa del disastro sarebbe stata la rottura di una diga in Tibet. Nessuna delle due ipotesi regge a una verifica dei dati. I rilevamenti sismici americani e le immagini satellitari di Planet Labs, una società privata che fotografa la terra ogni giorno, indicano senza ombra di dubbio che il crollo della massa di ghiaccio e rocce è avvenuto alle 8.37 ora nepalese. Inoltre, nessuna immagine satellitare rileva il crollo di dighe a monte di Gyirong. È opportuno precisarlo fin dall’inizio, perché le autorità cinesi proclamano la loro innocenza proprio sulla base di queste false accuse. L’ambasciatore cinese a Katmandu le ha smentite con vigore, menzionando che anche la Cina ha subito vittime, per aggiungere poi che le accuse non aiutano e che la cooperazione è l’unica via se si vogliono salvare vite. Il portavoce del ministero degli esteri cinese Guo Jiakun ha definito trasparente e tempestiva la comunicazione cinese relativa al disastro, liquidando le ipotesi di un eventuale ruolo delle dighe come speculazioni infondate e maliziose. Ora che abbiamo sgombrato il terreno dalle false accuse, possiamo andare a verificare dove invece ci sono responsabilità vere e per farlo dobbiamo tornare a un anno fa.

L’anno perso

La stessa valle era già stata teatro di un evento devastante quasi esattamente un anno prima. L’8 luglio 2025 il fiume Lende Khola si è gonfiato all’improvviso, travolgendo e distruggendo il Ponte dell’amicizia sino-nepalese che collegava Gyirong a Rasuwa, con la morte di diciotto persone. In principio il governo nepalese ha attribuito la piena alle piogge monsoniche, ma solo due giorni dopo ha rilevato che all’origine dell’alluvione vi era invece il cedimento dello sbarramento naturale di un lago glaciale in Tibet, nel bacino del Donglin Zangbo. Lo ha scoperto da solo, attraverso immagini satellitari pubblicamente disponibili, mentre la Cina non aveva lanciato alcun allarme, né aveva trasmesso alcuna comunicazione in merito al governo di Katmandu, sebbene in quella occasione ci fosse stato tempo sufficiente per farlo.

Lo sbarramento ha ceduto alle tre di notte e il lago si è scaricato a valle, con l’ondata che è entrata in Nepal alle sei. In quelle tre ore Pechino non ha condiviso nessun tipo di informazione con il paese vicino. Funzionari nepalesi delle risorse idriche hanno detto al Nepali Times che con un preavviso sarebbe stato possibile evitare la morte delle diciotto persone. Un mese dopo funzionari nepalesi e cinesi si sono incontrati per dare vita a un meccanismo di condivisione dei dati sui rischi di inondazione, che tuttavia non è mai entrato in funzione. Come ricostruisce The Reporter, testata d’inchiesta taiwanese, Pechino si è limitata a formulare promesse di facciata mentre il Nepal era in pieno caos politico in seguito alla rivolta giovanile che aveva abbattuto il governo. Il risultato è che nel giorno della tragedia del 26 agosto tra i due paesi non esisteva alcun meccanismo di condivisione dei dati su potenziali rischi o sul verificarsi di eventi disastrosi.

Anche l’India rifiuta di condividere con il Nepal i dati meteorologici e idrologici in tempo reale. La ragione, sia nel suo caso che in quello della Cina, è quasi sicuramente da individuarsi nella volontà di mantenere segreta, per motivi militari, la situazione nelle delicate frontiere himalayane. Che l’allerta sia possibile lo dimostra il caso di Blatten, un villaggio svizzero evacuato nel maggio 2025 pochi giorni prima che un ghiacciaio lo seppellisse, dopo che per settimane erano stati rilevati segnali di cedimento. In tale modo è stato possibile salvare trecento persone. I meccanismi di monitoraggio congiunto non garantiscono per intero che i disastri vengano evitati, ma la dirigenza cinese ha fatto da tempo una scelta chiara, quella di non provare nemmeno a prevenirli.

La censura

Nelle prime ore dopo il disastro nei social cinesi sono stati pubblicati moltissimi aggiornamenti dal Tibet. Il video della telecamera presso il punto di confine di Gyirong viene proprio dai social cinesi e ha fatto il giro del mondo. Ma, come avviene sempre in casi del genere, la macchina della censura si è attivata rapidamente. Il giorno dopo il disastro un lettore ha inviato a Teacher Li, l’account del dissidente Li Ying, che vive in Italia da dove raccoglie e diffonde materiali altrimenti censurati in Cina, un resoconto delle istruzioni che la Cyberspace Administration cinese, l’autorità che controlla internet, ha impartito riguardo ai post e ai commenti riguardanti il disastro. Teacher Li precisa che si tratta della descrizione di regole generiche da seguire, senza il dettaglio del loro preciso contenuto, che rimane segreto. Ma osserva anche che la linea seguita dai censori nei giorni successivi corrisponde punto per punto a tali istruzioni.

In base alle summenzionate regole, solo i grandi media di stato, come l’agenzia Xinhua e la CCTV, possono diffondere notizie su quanto è avvenuto, mentre gli altri media devono tacere o limitarsi a rilanciare le fonti statali. Inoltre, devono essere disabilitati, o altrimenti rigorosamente filtrati gli spazi per i commenti sotto i materiali pubblicati. La prima frase di ogni servizio deve sottolineare che la frana è avvenuta in Nepal, e le vittime nepalesi vanno citate prima di quelle cinesi. Tutto ciò che è avvenuto, o avviene, sul lato nepalese va coperto in modo esteso, mentre la copertura del lato cinese va ridotta al minimo, e i video girati dai singoli vanno cancellati del tutto. Il documento indica anche lo scopo ultimo, vale a dire quello di far ricadere tutte le responsabilità sul Nepal.

Le regole prendono spunto da un fatto reale, e cioè che la valanga di ghiaccio e rocce si è verificata sul versante nepalese. La direttiva tuttavia utilizza tale fatto per occultare molte cose, come per esempio il fatto che il primo luogo abitato travolto si trova in Cina, che le case distrutte nella valle sono cinesi e che Pechino non ha attivato alcuna allerta. Le regole della Cyberspace Administration sono state applicate con zelo e spesso addirittura con zelo eccessivo. Molti utenti del social Weibo che hanno ricondiviso video ufficiali di CCTV e Xinhua si sono visti limitare i post ai soli materiali personali a causa di una “violazione in materia di attualità”. Un altro caso è quello di un uomo che sotto il filmato di un vlogger di viaggi, ha postato un commento in cui chiedeva se qualcuno avesse notizie della moglie scomparsa: il video è stato rapidamente censurato e con esso anche il messaggio con la richiesta di aiuto.

Chi parla viene punito

Il Guardian ha documentato altri sviluppi successivi. Domenica 30 agosto i servizi di pubblica sicurezza del Tibet hanno annunciato di aver sanzionato almeno dieci persone per aver diffuso false informazioni sul disastro o per aver turbato l’ordine online, senza precisare la natura delle sanzioni. Tra i casi citati c’è un utente identificato con il solo cognome Zhang, il quale avrebbe scritto che a essere travolte erano state chiaramente migliaia di persone, e non solo i tre morti e 265 dispersi di cui parlavano le autorità. Un altro, Zhou, aveva scritto che un intero villaggio era stato spazzato via e i morti erano sicuramente più di mille. Il Tibet Daily, il quotidiano del partito nella regione, aveva già riferito il 27 agosto del fermo di due tibetani per aver diffuso voci che parlavano di oltre mille persone travolte vicino alla frontiera.

L’International Campaign for Tibet, l’organizzazione del movimento tibetano in esilio con sede a Washington, sostiene che le vittime sul lato cinese siano molto più numerose di quelle ammesse. La sua presidente Tencho Gyatso ha detto al Guardian che quattro villaggi, Sale, Serchung, Labi e Rizi, sono stati tra i più colpiti, con circa trecento case distrutte e molte persone ancora disperse. Secondo la stessa fonte i sopravvissuti sono stati trasferiti nel capoluogo di Gyirong, a una trentina di chilometri dal valico, dove vivono sotto stretta sorveglianza e non possono comunicare liberamente. Verificare è quasi impossibile e non per colpa degli attivisti tibetani. I giornalisti, tibetani, cinesi o stranieri in Tibet sono sottoposti a controlli strettissimi e i tibetani che passano informazioni a giornalisti o organizzazioni all’estero rischiano il carcere. Tutte misure studiate per impedire di informare liberamente e consentire al governo di Pechino un pieno arbitrio sulle versioni dei fatti.

Sui social cinesi intanto continuavano i post sul tema del disastro, ma solo con notizie di fonte ufficiale e con commenti a esse allineati o di sostegno ai soccorsi. Hu Xijin, l’ex direttore del Global Times e il più noto commentatore nazionalista del paese, ha scritto su Weibo che alcune limitate voci cercavano di sollevare polemiche pretestuose facendo affermazioni prive di fondamento, e il suo post ha raccolto migliaia di like in una rete censurata in modo tale da funzionare a senso unico. Tra i commenti però ce n’era uno, sfuggito ai filtri, che chiedeva perché tutti gli aggiornamenti arrivassero dal lato nepalese della frontiera. Maya Wang, direttrice associata per la Cina di Human Rights Watch, ha riassunto al Guardian la logica che sta dietro a tutto ciò. L’istinto del governo cinese è controllare la narrazione per presentarsi come un governo di grande efficienza. E la già citata Tencho Gyatso rincara, affermando che di fronte a ogni situazione di crisi il metodo applicato dal regime cinese è quello di negare che ci sia una crisi e di fare passare il messaggio che il Partito ha sempre tutto sotto controllo.

L’imbuto

Per capire perché Pechino tiene tanto a questa valle bisogna prendere in esame il traffico che passava da Gyirong prima della tragedia del 26 agosto. Da tale valico transita il 30% del commercio tra Cina e Nepal, costituito al 94% da esportazioni cinesi, tra le quali molte auto elettriche. La geografia del valico è quella di un imbuto. Gyirong è situata in fondo a un canyon stretto, alla confluenza tra un fiume tibetano, il Lende Khola, e uno nepalese, il Bhote Koshi, ma non è il valico principale tra i due paesi.

Fino al 2015 il 90% delle merci passava da Zhangmu, circa 250 chilometri più a est. Poi il terremoto verificatosi in quell’anno ha distrutto Zhangmu, costruita a terrazza sul fianco della montagna e quindi esposta alle frane. I flussi sono stati allora dirottati in parte via mare, lungo una rotta che in quarantacinque giorni di viaggio porta da Tianjin o Shenzhen fino al Nepal attraversando l’India, e in parte su strada verso Gyirong. Quest’ultima è diventata così il principale nodo logistico del Tibet e in fondo alla sua valle sono cresciuti gli insediamenti urbani. Robbie Barnett, tibetologo britannico, ha spiegato a Le Monde che l’urbanizzazione del fondovalle si è sviluppata in modo organico. La piena del luglio 2025 aveva già messo in evidenza la fragilità del posto di frontiera, con il ponte travolto e distrutto, e il valico rimasto poi chiuso per quasi sei mesi fino al primo gennaio 2026. Sono passati solo otto mesi dalla riapertura e il valico ormai non c’è più.

Le fortezze

Secondo Barnett, la linea in base alla quale Gyirong doveva diventare a tutti i costi un punto nevralgico va fatta risalire all’arrivo al potere di Xi Jinping. Dopo le rivolte del marzo 2008 in Tibet, il regime aveva incentrato le proprie politiche, in questa regione assoggettata con la violenza, sugli sforzi mirati a reprimere il malcontento della popolazione in nome della stabilità. Xi ha sancito tale linea con una frase diventata dottrina: “Per governare bene il paese dobbiamo governare bene le frontiere, e per governare bene le frontiere dobbiamo prima assicurare la stabilità in Tibet”. A quell’epoca la Cina non era esposta ad alcuna minaccia militare effettiva da parte dell’India o di altri vicini himalayani, e i tibetani che cercavano di fuggire all’estero erano pochi. La sua frase ha tuttavia segnato un salto di qualità.

A partire dal 2017 il governo cinese ha costruito lungo le frontiere meridionali del Tibet almeno 628 villaggi di frontiera con circa un quarto di milione di abitanti, in larga parte ricollocati da altre zone. Ogni villaggio deve funzionare come un baluardo a difesa del confine meridionale della Cina. In una lunga analisi pubblicata da Foreign Policy nel 2021, Barnett e i suoi collaboratori hanno ricostruito come funzionano questi villaggi basandosi sui rapporti ufficiali cinesi. Gli abitanti vengono organizzati in squadre di sicurezza senza uniforme che pattugliano il confine insieme a polizia ed esercito. Ogni villaggio deve poi ospitare un gruppo di quadri inviati da altre zone del Tibet per impartire “educazione politica” e la religione è praticamente argomento tabù. Per ottenere il consenso dei tibetani al trasferimento in tali villaggi di confine, le autorità applicano una procedura standard, che prende inizio da un’indagine sui fabbisogni della famiglia da trasferire per diventare infine un’offerta calibrata in base agli stessi. Se i diretti interessati non danno il loro assenso, si passa a pressioni ricattatorie, spesso utilizzando una persona più giovane della famiglia cui viene assegnato l’incarico di convincere gli anziani. I sussidi annuali per chi accetta di vivere nei villaggi di prima linea sono saliti nel giro di pochi anni da 1.700 a 12.000 yuan, un aumento che è un chiaro indice della riluttanza dei tibetani a trasferirsi. Il programma è costato allo stato trenta miliardi di yuan solo fino al 2020. Cosa ha a che fare tutto questo con la valle di Gyirong travolta dalla colossale ondata del 26 agosto? Semplicemente il fatto che il programma dei villaggi di frontiera spinge i tibetani a vivere in luoghi più alti e più remoti di quelli da cui provengono, spostando masse di popolazione là dove lo stato ha bisogno di una presenza, a prescindere dalla idoneità del terreno su cui si insediano. In nome della sicurezza nazionale si sacrifica così la sicurezza delle persone e lo si fa in Tibet, terra sottomessa con la forza e la repressione violenta.

Le politiche di Pechino che vanno in una tale direzione sono ancora più ampie e coinvolgono anche un’altra regione assoggettata dalla Cina con la forza e poi ridotta a inferno concentrazionario, il Turkestan Orientale, cui è stato imposto il nome cinese Xinjiang (Nuova frontiera). Un megaprogetto cinese recentemente annunciato prevede la costruzione di una rete autostradale ad anello lungo frontiere e coste, lunga 25.000 chilometri e destinata a percorrere tutte le regioni frontiera del paese, con in particolare un uso duale, civile e militare, delle infrastrutture lungo i confini dello Xinjiang e del Tibet, nonostante i rischi particolari cui questa regione è esposta.

La ferrovia e la diga

Gyirong è anche punto di passaggio di un progetto molto più grande. Gli strateghi cinesi ragionano per corridoi, assi lungo i quali la Cina costruisce infrastrutture per agevolare il commercio e la sua espansione verso sud. Secondo Barnett questi corridoi puntano in particolare ai paesi a maggioranza o a forte presenza buddhista con porti sulle coste a sud e a est dell’India, come lo Sri Lanka, la Thailandia, la Birmania e Singapore. Questo perché la dirigenza cinese ritiene che il buddhismo tibetano, tenuto sotto stretto controllo in Tibet, possa comunque servire da strumento di soft power per guadagnare posizioni in tali paesi. Nella testa dei burocrati cinesi il corridoio più conveniente verso il Sud-est asiatico e il mondo buddhista deve necessariamente passare per la gola di Gyirong.

Da qui il progetto di una ferrovia dalla Cina a Katmandu via Gyirong, messo a punto nel 2016, già quindi in piena era Xi Jinping, e promosso a fine 2024 a progetto prioritario della Belt & Road, la Nuova via della seta. Gli studi tecnici sono stati completati nel giugno 2026 e il solo tratto nepalese è lungo 72 chilometri. Il suo costo previsto è di circa 4,5 miliardi di dollari, che Katmandu però non intende assolutamente pagare, e il South China Morning Post si è posto la domanda se ora il progetto sia ancora fattibile. L’intenzione di Pechino è quella di aprire altri tredici passi himalayani al commercio con il Nepal, ma Gyirong resterebbe comunque di gran lunga il più importante. La stessa logica vale per i due cantieri simbolo dell’Himalaya cinese, la ferrovia Qinghai-Tibet completata nel 2006 e la megadiga sul corso inferiore dello Yarlung Tsangpo, il fiume che poi in India diventa il Brahmaputra, i cui lavori sono iniziati nel luglio 2025. Tutti questi progetti sono destinati a essere realizzati in un ambiente a forte rischio di terremoti e di disgelo del permafrost. Dal 2000 la superficie dei ghiacciai himalayani si è ridotta del 21%, e il disgelo del permafrost, che faceva da collante tra roccia e ghiaccio, rende i pendii sempre più instabili.

Tra tutti, il progetto che senz’altro desta più preoccupazione è quello della realizzazione della più grande centrale idroelettrica del mondo, con relativa diga, sul fiume Yarlung Tsangpo, sempre in Tibet, che poi in India diventa il Brahmaputra. I lavori sono iniziati già un anno fa e il loro costo stimato è astronomico, 1,2 trilioni di yuan, pari a circa 180 miliardi di dollari. La Cina prevede di sfruttare il dislivello di 2.000 metri lungo un tracciato di circa 50 chilometri per generare circa 300 miliardi di kilowatt-ora all’anno. La sua zona a valle, come la contea di Gyirong in Tibet, è esposta al rischio di disatri innescati da massicci movimenti tettonici nella regione himalayana. Come rileva il quotidiano coreano Hankyoreh, “ricercatori cinesi hanno sottolineato che una combinazione di movimenti delle faglie sotterranee e di ritiro dei ghiacciai, nonché del permafrost, potrebbe innescare una reazione a catena con frane, crolli e colate detritiche. Un rapporto pubblicato a giugno su una rivista cinese di geologia affermava che la faglia geologicamente attiva situata sotto il cantiere potrebbe compromettere la sicurezza del progetto”. Il disastro in Nepal, continua il quotidiano, “ha portato gli esperti a sottolineare ulteriormente che il progetto della super-diga dello Yarlung Tsangpo potrebbe provocare terremoti e frane. Per sfruttare il dislivello di 2.000 metri, l’acqua dovrà essere deviata attraverso una galleria. Tale operazione comporterà lo scavo di grandi quantità di terra e detriti, con il rischio di rendere la regione più vulnerabile a terremoti o frane”.

Barnett ha detto a Le Monde che in tutti questi progetti l’obiettivo di estrarre energia dalla natura e di imporre la propria potenza ai paesi vicini porta Pechino a scommettere contro i limiti della natura, e che il prezzo di queste scommesse, come possiamo constatare oggi, può essere spaventoso. La Cina da parte sua si ostina a non arrendersi all’evidenza e i suoi portavoce continuano a ripetere che chi parla di rischi non fa altro che diffondere illazioni infondate e in malafede.

Il Nepal si interroga, i burocrati cinesi no

Dall’altra parte della frontiera si discute invece liberamente e le critiche non risparmiano nessuno. Il governo nepalese ha fornito aggiornamenti continui ai governi stranieri e ha garantito ai giornalisti stranieri accesso alle zone devastate, nonostante i problemi a ciò connessi. Molti sopravvissuti si sono infatti lamentati dell’invadenza dei media stranieri, che ha riportato alla loro memoria gli scontri verificatisi dopo il terremoto del 2015 tra i familiari delle vittime e le troupe arrivate al seguito delle squadre di soccorso. È per questo motivo che in un primo momento Katmandu ha respinto l’offerta di vari paesi di inviare squadre di soccorso, per cedere poi solo sotto la pressione dei governi di paesi con cittadini dispersi in seguito alla tragedia, a cominciare dalla Corea del Sud, che ha nove operai idraulici scomparsi nel cantiere di Upper Trishuli-1 e una fortissima esposizione finanziaria in Nepal.

A differenza di quelli cinesi, i media nepalesi non tacciono sulle responsabilità del loro paese. Il Nepali Times ha pubblicato un editoriale che ne parla apertamente, affermando che già nell’antichità era ampiamente noto che si dovevano evitare gli insediamenti lungo i fiumi dell’Himalaya. Un tempo, i centri urbani nepalesi venivano costruiti sui crinali, mentre le pianure alluvionali servivano esclusivamente per le coltivazioni e i ponti erano solo strutture provvisorie di cui si sapeva fin dall’inizio che erano destinati a essere ripristinati dopo ogni monsone. Ma negli anni la povertà e lo spopolamento delle campagne hanno spinto la gente verso le rive, lungo strade di nuova costruzione. L’editoriale indica con chiare parole ciò che ha reso possibile il disastro, dal riscaldamento globale che scioglie i ghiacciai alle centrali idroelettriche costruite su fiumi transfrontalieri, dalle strade e dagli insediamenti lungo i fiumi alla corruzione e alle inadempienze dei governi che li hanno promossi. La conclusione cui giunge il Nepali Times è che nessun aspetto di questo disastro può essere liquidato come catastrofe naturale. Una conclusione logica, ma che se pronunciata sul lato tibetano della valle porterebbe di sicuro a un arresto da parte dei servizi di sicurezza.

*articolo apparso sul blog dell’autore il 2 settembre 2026

Fonti:

  1. Chang Chen-hung, “從天而降的「高山海嘯」:冰河退縮、救災矛盾和沉默的跨境預警,如何加劇尼泊爾世紀洪災?“ (”The ‘mountain tsunami’ that fell from the sky: how did glacial retreat, disaster-relief conflicts and silent cross-border warnings exacerbate Nepal’s flood of the century?”), The Reporter (報導者), 30 agosto 2026
  2. Danny Vincent, “China is concealing scale of flood disaster, say Tibet campaigners“, The Guardian, 31 agosto 2026
  3. Jordan Pouille, “Au Tibet, la coulée de boue qui fragilise le pari de Xi Jinping sur l’Himalaya“, Le Monde, 30 agosto 2026
  4. Robert Barnett, “China Is Using Tibetans as Agents of Empire in the Himalayas“, Foreign Policy, 28 luglio 2021
  5. Sonia Awale, “Not if, but when next?“, Nepali Times, editoriale, 27 agosto 2026
  6. Teacher Li / Li Ying, “Blaming Nepal; Huawei’s Toy War Grinds On; Poisoned Cabbages“, The Wall (newsletter Substack), 29 agosto 2026
  7. Tibet Weekly Updates, August 30, 2026“ (newsletter Substack), 30 agosto 2026
  8. Lee Jeong-yeon, “After floods hit Tibet and Nepal, safety questions mount over China’s plan to build world’s largest dam”, Hankyoreh, 1 settembre 2026

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