Non è solo una partita di calcio…

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Ci raccontano che lo sport è neutrale, che lo sport nulla ha a che vedere con la politica e le scelte che i politici fanno. Il massacro dei palestinesi deciso, coordinato, gestito dai vari governi israeliani che sono succeduti nel corso da decenni e non solo dal 7 ottobre 2023, è invece intimamente legato al mondo della cultura e dello sport.

Giovedì 23 gennaio dello scorso anno, al LAC di Lugano, è arrivata per un concerto l’Orchestra Filarmonica Israeliana. Di fronte alle proteste di molti e alla manifestazione organizzata dal Coordinamento unitario di solidarietà con la Palestina, i responsabili  hanno sottolineato come l’arte e la cultura dovrebbero venir trattate come entità distinte dalla politica. Quella filarmonica rappresenta dalla sua creazione nel 1936, un chiaro simbolo dell’identità nazionale israeliana e funge da ambasciatrice dello Stato di Israele nel mondo intero.

Oggi con la stessa logica, le autorità israeliane, il mondo dello sport in generale, le autorità politiche di Lugano e del cantone, cercano di veicolare la stessa idea: il mondo del calcio non c’entra nulla con il genocidio in corso  nella striscia di Gaza, con i massacri quotidiani in Cisgiordania.

La realtà è ben diversa. Come in altri casi, anche in Israele la cultura delle tifoserie del calcio è terreno fertile per propagare idee razziste e per incitare all’odio. Slogan come “morte agli arabi”, striscioni razzisti nei confronti dei palestinesi e giocatori neri, sono manifestazioni quotidiane del clima che ruota attorno al mondo del calcio in Israele e non solo.

Il mondo del calcio in Israele si nutre di tutto questo e l’estremismo dei suoi tifosi, l’aggressività, la glorificazione dell’apparato militare israeliano, ha invaso anche le strade della striscia di Gaza.

Questa cultura è ormai diventata il brodo ideale per legittimare l’estremismo razzista, il militarismo promosso dallo Stato di Israele, la violenza quotidiana contro gli arabi, i massacri nella striscia di Gaza, i tentativi violenti e intimidatori di scacciare anche dalla Cisgiordania il popolo palestinese.

Il connubio tra sport e violenza di Stato non ha bisogno di essere dimostrato, è sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno!

Per quanto riguarda il Maccabi Tel Aviv, il club israeliano più titolato e famoso all’estero, anch’esso annovera tra il suo pubblico frange razziste ed estremiste. Oltre a slogan anti-arabi intonati durante le partite, molti suoi tifosi sono in bella vista nella glorificazione e celebrazione dell’esercito e dei soldati coinvolti nell’occupazione. Questa glorificazione del militarismo è ormai integrata nei rituali delle tifoserie.

Questo intreccio consolidato, tra sport del calcio e esercito israeliano è diventato una costante della politica del governo israeliano contro la popolazione palestinese e un veicolo di trasmissione sicuramente efficace tra l’ampio seguito popolare del club. In questa drammatica narrazione, il genocidio, l’occupazione e i crimini di guerra vanno dunque considerati come meritevoli di celebrazione. Alla glorificazione dei soldati si aggiungono tentativi di degradare gli arabi, in particolare i palestinesi, a livello di animali o non uomini, come dichiarato dal ministro fascista e razzista Ben-Gvir l’altro giorno quando sosteneva che bisognerebbe uccidere ogni notte a Gaza 30 o 40 palestinesi perché tanto non sono persone.

Questa cultura fascista e razzista delle tifoserie non è però rimasta confinata entro il territorio nazionale, ma esportata in bella mostra anche all’estero. I fatti di Amsterdam del novembre 2024, hanno mostrato al mondo intero la violenza razzista e la determinazione di queste orde di tifosi, con violenze contro arabi, insulti e offese razziste, aggressioni fisiche, danneggiamenti contro negozi e abitazioni che esponevano bandiere palestinesi e graffiti insultanti lasciati sui muri. Nelle strade di Amsterdam riecheggiava anche lo slogan “Nessun bambino lasciato a Gaza”.

Lo stretto legame tra cultura dello sport calcistico è anche evidenziato da molte fotografie che i media e i social hanno riproposto in questi anni. In queste foto si vedono ad esempio soldati israeliani che occupano Gaza e si fanno riprendere con bandiere dei vari club in bella mostra. Queste immagini, davanti a scene di quotidiana distruzione e terrore, trasformano la drammatica realtà in momenti di affetto per la propria squadra, riducendo lo sterminio dei palestinesi a simbolo di un trofeo calcistico. Tutta questa violenza viene così normalizzata e addirittura esaltata.

Ecco cosa significa la presenza a Cornaredo oggi di questa   squadra di calcio, ecco cosa rappresenta la sua tifoseria nelle frange più estremiste.

Ci opponiamo a tutto questo, manifestiamo la nostra solidarietà con il popolo palestinese, denunciamo la complicità del mondo del calcio con questi fenomeni, denunciamo le autorità politiche che tentano goffamente di non prendere posizione. E così facendo diventano complici!

Viva Gaza, Viva il popolo palestinese, Israele fuori dalla Cisgiordania

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