USI e SUPSI aumentano le tasse. Una scelta politica sbagliata, che trasferisce sugli studenti il costo dei tagli

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L’annuncio di USI e SUPSI sull’aumento delle tasse universitarie conferma purtroppo quanto il Movimento per il socialismo aveva denunciato nei mesi scorsi: di fronte ai tagli decisi a livello federale e cantonale, la strada scelta è quella di far pagare agli studenti e alle loro famiglie il prezzo del definanziamento della formazione pubblica.
Non siamo di fronte a una scelta inevitabile. Siamo di fronte a una precisa scelta politica.
Il 24 agosto USI e SUPSI hanno annunciato che dall’anno accademico 2027/28 le tasse verranno aumentate. All’USI, per le nuove iscrizioni, la retta per Bachelor e Master passerà a 5’000 franchi per semestre (con un aumento di 1’000 franchi), mentre 2’000 franchi saranno applicati a studenti svizzeri e ad alcune categorie di domiciliati. Alla SUPSI la tassa sarà portata a 1’000 franchi per i residenti (con un aumento di 200 franchi) e 2’000 per i non residenti. Le stesse due istituzioni spiegano queste decisioni con la riduzione del sostegno pubblico e con la nuova politica di finanziamento della formazione.
È precisamente questo il problema: anziché contestare la riduzione del finanziamento pubblico e rivendicare le risorse necessarie alla formazione, le direzioni di USI e SUPSI scelgono di adeguarsi alla logica dei tagli e di compensarli attraverso nuove entrate a carico degli studenti.
Questa scelta non può essere presentata come una semplice necessità contabile. Nel nostro volantino del mese di giugno avevamo già denunciato la logica alla base dei tagli federali e cantonali: ridurre il finanziamento pubblico della formazione e spingere le università verso l’aumento delle tasse significa trasferire sui giovani, sulle famiglie e sul personale il costo delle politiche di austerità.

Una scelta univoca: far pagare gli studenti

È significativo che, di fronte alla riduzione dei contributi pubblici, la soluzione individuata sia sempre la stessa: aumentare il contributo degli utenti.
Eppure le possibilità politiche sono diverse. Si potrebbe difendere il finanziamento pubblico della formazione, rimettere in discussione i tagli, cercare nuove risorse attraverso una fiscalità maggiormente redistributiva. Abbiamo a più riprese indicato chiaramente questa alternativa: tassare maggiormente grandi patrimoni, rendite e profitti anziché ridurre i servizi pubblici e farne pagare il costo a chi studia.
Le direzioni di USI e SUPSI hanno invece scelto di intervenire dal lato più facile: quello degli studenti.
Per l’USI la scelta è particolarmente significativa. Una retta di 5’000 franchi a semestre per una parte consistente dei nuovi studenti significa 10’000 franchi all’anno, una cifra che può diventare un ostacolo concreto alla possibilità stessa di intraprendere un percorso universitario.
La questione non è quindi soltanto finanziaria. È una questione di diritto allo studio e di quale debba essere la natura della formazione universitaria pubblica.

La contraddizione del Governo ticinese

C’è poi una evidente contraddizione nella posizione del Consiglio di Stato.
Da un lato il Governo ha sollecitato USI e SUPSI a intervenire sulle tasse, in particolare quelle degli studenti stranieri, per far fronte alle difficoltà finanziarie provocate dalla riduzione dei contributi pubblici. La risposta del Governo alla mozione Quadranti sulla SUPSI confermava infatti che, pur respingendo la richiesta di imporre per legge un aumento delle rette, l’aumento delle entrate attraverso le tasse era già considerato una delle possibili misure e che il tema era stato posto all’attenzione delle due istituzioni.
Dall’altro lato, proprio il Governo riconosce i problemi che una politica di questo tipo può produrre, anche alla luce degli sviluppi europei. Nella stessa risposta alla interrogazione viene richiamato il problema dei futuri Bilaterali III e della possibile necessità di equiparare le tasse degli studenti svizzeri e di quelli provenienti dall’UE.
È una contraddizione evidente: prima si spingono le università ad aumentare le tasse degli studenti stranieri per compensare i tagli; poi si deve riconoscere che questa stessa strada potrebbe diventare impraticabile proprio per effetto degli accordi con l’Unione europea.
Il problema non è dunque soltanto che il Governo abbia ridotto i finanziamenti alla formazione. È che, contemporaneamente, ha indicato alle istituzioni universitarie la strada dell’aumento delle tasse come soluzione.

Il rischio dei Bilaterali III: la parificazione al rialzo

La questione diventa ancora più delicata per l’USI.
Nel quadro dei Bilaterali III, la Svizzera si impegna a garantire agli studenti dell’UE lo stesso trattamento riservato agli studenti domiciliati per quanto riguarda le tasse delle scuole universitarie finanziate prevalentemente con fondi pubblici. La documentazione federale chiarisce che le tasse degli studenti UE oggi più elevate dovranno essere adeguate a quelle degli studenti svizzeri; allo stesso tempo, il Governo federale ammette che non è escluso che alcune scuole universitarie reagiscano aumentando le proprie tasse.
È qui che emerge il rischio di una dinamica particolarmente pericolosa.
La parificazione potrebbe infatti avvenire a metà strada, non attraverso una riduzione significativa delle tasse più elevate, ma attraverso un aumento delle tasse pagate dagli studenti residenti.
È esattamente il rischio che si intravede oggi all’USI: una differenziazione molto marcata tra 2’000 e 5’000 franchi per semestre viene introdotta proprio mentre si profila un quadro giuridico europeo che potrebbe rendere questa differenziazione non sostenibile nel medio periodo. L’USI stessa riconosce che la nuova tassa di 5’000 franchi si applicherà alle nuove iscrizioni dal 2027/28, mentre gli studenti svizzeri e alcune categorie di domiciliati continueranno a beneficiare della tassa di 2’000 franchi.
Il rischio è quindi evidente: oggi si aumenta la tassa per gli studenti non residenti; domani, per effetto della parificazione con gli studenti UE, si potrebbe essere spinti ad aumentare anche quella dei residenti.
In questo modo la logica dei Bilaterali III, che sul piano formale introduce un principio di non discriminazione, potrebbe tradursi concretamente in una progressiva erosione dell’accessibilità economica agli studi se la risposta politica sarà quella di allineare le tasse verso l’alto.
È una prospettiva che va respinta.

Non è il momento di trasformare l’università in un servizio sempre più a carico dell’utente

Il problema è ancora più grave se si considera la situazione specifica del Ticino.
USI e SUPSI hanno una forte componente di studenti provenienti dall’estero. Nel 2024/25 gli studenti internazionali rappresentavano il 64,7% degli iscritti all’USI e il 42,07% alla SUPSI. Già in passato avevamo evidenziato come questa caratteristica renda particolarmente delicata qualsiasi strategia fondata sull’aumento delle tasse degli studenti stranieri: l’eventuale parificazione con gli studenti UE potrebbe produrre perdite significative per le due istituzioni.
La risposta non può allora essere quella di costruire un sistema sempre più dipendente dalle tasse degli studenti e sempre meno dal finanziamento pubblico.
Anzi, proprio la situazione dell’USI dimostra l’insostenibilità di questa impostazione: più si utilizzano le tasse come strumento per compensare i tagli pubblici, più si entra in una spirale nella quale ogni successiva riduzione del finanziamento pubblico produce la necessità di nuovi aumenti.
È una spirale che va interrotta.

Difendere il diritto allo studio e il finanziamento pubblico

Per il Movimento per il socialismo l’aumento delle tasse deciso da USI e SUPSI non è quindi una soluzione, ma il risultato di una politica sbagliata.

Chiediamo:

  • il ritiro degli aumenti delle tasse universitarie;
  • il mantenimento di un forte finanziamento pubblico dell’USI e della SUPSI e la rinuncia del Cantone ai tagli decisi dal governo nel quadro del progetto di finanziamento della prima fase di implementazione dei sussidi di cassa malati (iniziativa 10%)
  • la rinuncia alla politica di trasferimento dei costi della formazione sugli studenti e sulle loro famiglie;
  • una discussione pubblica sulle conseguenze che i Bilaterali III potranno avere sulle tasse universitarie, evitando fin d’ora qualsiasi ipotesi di parificazione realizzata attraverso l’aumento delle rette degli studenti residenti;
  • una politica di finanziamento della formazione fondata sulla fiscalità redistributiva e sulla tassazione maggiormente incisiva dei grandi patrimoni, delle rendite e dei profitti.

La formazione universitaria non è una merce né un investimento individuale che ciascuno deve poter acquistare in funzione delle proprie disponibilità economiche. È un servizio pubblico, un diritto e una componente essenziale dello sviluppo sociale, culturale ed economico del Cantone.
Non accettiamo che siano gli studenti a pagare il conto dei tagli.
La mobilitazione contro questi aumenti deve quindi coinvolgere studenti, personale universitario, e tutte le forze politiche e sociale che intendono difendere una formazione pubblica realmente accessibile.
Il problema non è trovare il modo più efficace per far pagare di più gli studenti. Il problema è fermare i tagli e difendere il diritto allo studio.

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