La politica cantonale è entrata ormai nella fase dell’austerità. In occasione dell’approvazione del Preventivo 2013, un’ampia maggioranza del Parlamento ha deciso che deve essere avviata una fase di «risparmio» poiché le finanze del cantone sarebbero ormai fuori controllo.
Condividendo questa impostazione il governo ha già avviato un progetto di risparmio (le cui linee di fondo sono contenute nella ormai famosa «road map») e invitato il Parlamento a costituire (nell’ambito della commissione della gestione) un gruppo di accompagnamento che possa studiare e difendere, di fronte a tutto il parlamento, le misure di risparmio.
Le cose, per il momento, appaiono bloccate, ma non vi sono dubbi che, alla fine, questo gruppo di lavoro si metterà in moto, con l’obiettivo di implementare, comunque, misure di risparmio.
A questo esercizio si accompagnerà verosimilmente l’approvazione della nuova legge sul cosiddetto freno alle spese che vorrebbe introdurre un meccanismo istituente un rapporto tra l’evoluzione dei conti di gestione del Cantone e la fissazione del moltiplicatore cantonale d’imposta. Con l’obiettivo, naturalmente, di usare lo spauracchio dell’aumento del moltiplicatore per far pressione (e contenere) l’evoluzione della spesa pubblica.
Il punto dal quale parte questa politica, lo abbiamo già, detto, è l’idea che le finanze del cantone siano, diciamo così, sbilanciate, in particolare per i deficit di gestione corrente (negli ultimi due anni e che dovrebbero ripetersi, in mancanza di una politica di «correzione» della spesa, nei prossimi anni) che vanno ed andranno a pesare sul debito pubblico che aumenterebbe, così dicono ormai quasi tutti, in modo inaccettabile.
Vale quindi la pena soffermarsi su questo punto e richiamare all’attenzione di tutti qualche elemento di fondo che mostra come tutto questo sia, in gran parte, una costruzione ideologico-politica con l’obiettivo di giustificare una politica di austerità.
Nel 2012 il debito complessivo del cantone era di 1 miliardo e 400 milioni. Una cifra eccessiva? È difficile, persino ai più acerrimi nemici dell’indebitamento pubblico, fornire un dato di riferimento oltre il quale il debito sarebbe «insopportabile». Perciò in mancanza di un criterio nostrano, potremmo ricorrere ai criteri fissati a livello europeo (nella serie Maastricht e seguenti). A questo livello, come noto, un paese virtuoso viene considerato quello in cui il rapporto tra debito pubblico e PIL non supera il 60%.
Che ne è di questo rapporto in Ticino? Se pensiamo che il PIL cantonale ruota attorno ai 24 miliardi, il calcolo, approssimativo, è presto fatto. Il nostro debito pubblico rappresenta più o meno il 17-18% del PIL cantonale. Un’inezia.
Ma i confronti retrospettivi sono pure altrettanto interessanti. Se torniamo indietro di una decina d’anni (2004) troviamo un debito pubblico quasi identico a quello attuale: 1 miliardo e 399 milioni; se andiamo ancora più indietro (trent’anni fa, nel 1983) siamo sempre, più o meno, nello stesso ordine di grandezza: 1 miliardo e 250 milioni di franchi.
Certo da allora il Ticino è cambiato, in particolare diventando un paese più ricco. Se ci riferiamo al PIL (al di là della contestabilità di questo parametro) dobbiamo ricordare come negli ultimi vent’anni sia quello nazionale che quello cantonale siano, grosso modo, cresciuti di almeno il 50% se non di più. Ed allora appare evidente che il debito che oggi abbiamo è tutt’altro che «pesante».
Infine, un ultimo dato che permette di tenere conto anche dell’aumento importante della popolazione. Ebbene, il debito pro-capite cantonale di trent’anni fa (1983) era di 4’443 franchi. Oggi questo debito pro-capite è addirittura più basso, elevandosi a 4’275 franchi.
Si potrebbero aggiungere molte altre considerazioni (sulla natura stessa del debito pubblico, sul suo ruolo, ecc.). Ma questi brevi richiami bastano a farci dire che fondare una politica di austerità su una pretesa difficile situazione dei conti pubblici è pura menzogna. E non può che suscitare la nostra opposizione a qualsiasi politica di austerità.
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