Sopra il territorio iraniano, l’odore di polvere da sparo e di sangue aleggia nell’aria. Nessun profumo di libertà, nessuna fragranza d’alba. Persiste soltanto l’odore dei depositi di munizioni che, alla minima scintilla, farebbero crollare all’istante i tetti delle abitazioni – mai quelli dei palazzi del potere.
La scena si ripete, implacabile: minacce provenienti da Washington, avventurismo da Teheran, macchina da guerra a Tel Aviv e clamori dei circoli monarchici ed etnicisti. Ognuno parla la propria lingua, ma il messaggio è universale: sarà la società iraniana a pagare il prezzo del sangue.
Donald Trump, con il suo tono spaccone, da alcuni giorni avvertiva: «ci saranno gravi conseguenze per l’Iran» se non verrà raggiunto alcun accordo. Gli Stati Uniti si dicono pronti a intervenire militarmente di fronte a quella che giudicano una minaccia imminente. Responsabili militari confermavano: l’esercito è «pronto a ogni scenario». Nel linguaggio militare, non si tratta di un semplice stato d’allerta: è l’ombra di una catastrofe che incombe.
Dall’altro lato, (il fu) Ali Khamenei, con un’ostinazione che sfiorava la criminalità politica, per anni ha precipitato il paese nella repressione, nelle sanzioni, nella povertà e nell’isolamento. In questa stessa logica, ha poi spinto il paese verso una guerra devastante, utilizzando il clima di paura per soffocare ogni contestazione sociale e politica.
Tra questi due poli di pericolo, Benjamin Netanyahu era in agguato, alla testa di una macchina da guerra pronta a colpire, mentre una parte dell’opposizione di destra, con gli occhi lucidi, trasformava un possibile fragore di esplosioni in un’illusione di libertà.
Ecco l’alleanza tacita delle forze reazionarie: un conglomerato i cui profitti alimentano i potenti, e il cui prezzo è pagato con il sangue del popolo.
Quando la guerra colpisce, tutto si spezza
La guerra non è soltanto un’esplosione. È il crollo progressivo della vita. Un operaio che domani non avrà più la fabbrica. Una madre che esita tra la fila per il pane e quella per le medicine. Un bambino che memorizza l’urlo delle sirene invece del suono della campanella. Una città le cui notti si illuminano dei lampi della difesa antiaerea, mai della luce delle case.
Nei cenacoli strategici si parla di «opzione militare» senza mai sentire l’odore degli ospedali pieni. Si ignora che intere generazioni vivranno per anni con traumi, povertà e assenza di prospettive.
La guerra, anche breve, lascia cicatrici durature. Quando si prolunga, frattura la società dall’interno.
La storia sanguinosa della regione
Non serve una profezia per capire: basta guardarsi intorno. In Iraq si parlava di «attacco chirurgico»: la società fu smembrata. In Libia, la «protezione del popolo» non impedì il crollo dello Stato. In Siria, l’«opportunità di cambiamento» seppellì generazioni sotto le macerie.
Ovunque la macchina da guerra delle classi dominanti è intervenuta, sono state distrutte le infrastrutture della vita. Classe lavoratrice dispersa, movimenti sociali soffocati, nuove forze reazionarie promosse: questa è la legge non scritta delle guerre contemporanee.
Scenario cupo: l’Iran sull’orlo del baratro
Il pericolo oggi supera alcuni attacchi isolati. L’Iran è entrato in una spirale distruttiva che potrebbe rapidamente precipitare la società in una situazione simile a quella della Siria.
Oggi l’economia è quasi al collasso, il profondo malcontento sociale, la crisi idrica, la disoccupazione di massa rendono la società iraniana estremamente vulnerabile di fronte a un conflitto regionale.
In queste condizioni, la guerra potrebbe:
- Precipitare il collasso economico in una caduta vertiginosa;
- Accelerare la militarizzazione della società;
- Alimentare le fratture etniche e regionali;
- Sprofondare la vita quotidiana sotto l’influenza di movimenti terroristici islamisti, suprematisti persiani e altre forze etniciste;
- E, soprattutto, schiacciare sotto il peso del securitarismo la lotta del popolo per la libertà.
Allora non si tratterà più di sapere chi detiene il potere, ma di misurare ciò che resta vivo nella società.
Camminare sul sangue del popolo
Tra le scene più cupe, alcune frange dell’opposizione di destra battono il tamburo della guerra invece di mettere in guardia la popolazione. Consapevoli di non avere alcun ruolo in un rovesciamento del regime dal basso, questi attori scommettono su un cambiamento imposto dall’alto.
La società iraniana non è un terreno di sperimentazione militare. Ogni missile trafigge prima di tutto la vita del popolo. Ogni sanzione rafforzata riduce prima il pane sulla tavola di ogni lavoratore e lavoratrice. E ogni guerra scatenata getta il lutto tra le madri di questa terra.
Quante volte ancora questo popolo dovrà pagare? Quante generazioni saranno ancora sepolte sotto le macerie delle «necessità geopolitiche»? Quante volte dovranno confondere la libertà con l’urlo delle sirene?
Una resistenza umanista contro la morte pianificata
Di fronte a questo tumulto guerriero, occorre affermare, senza esitazione, una posizione profondamente umanista:
- No alle imprese omicide dell’islamismo e dei “dirigenti” del regime;
- No alla politica di intimidazione bellica di Donald Trump;
- No all’avventurismo militare di Israele;
- No alle scommesse pericolose e criminali dei monarchici e delle forze etniciste.
Il popolo iraniano non deve essere né il combustibile di una guerra né una pedina sulla scacchiera dei negoziati. La libertà, se deve essere reale, non nascerà né da un cannone, né da un missile, né dalle parole di Trump che dichiara: «Siamo pronti [a sostenervi]».
La libertà scaturisce soltanto dal cuore di una società che sopravvive, si organizza e prende in mano il proprio destino. Tutto questo richiede grandi sacrifici. (2 marzo 2026)
*Houshang Sepehr, redattore de L’Echo d’Iran
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