Taiwan conosceva le proprie fragilità da anni, ma la politica interna non era riuscita a tradurle in scelte concrete. La guerra di Usa e Israele contro l’Iran le ha trasformate in emergenza. La Cina può bloccare le rotte del gas senza sparare un colpo, e lo può fare mentre le forniture militari americane si stanno rapidamente consumando in un teatro attivo. Allo stesso tempo, Xi Jinping acquisisce know-how osservando e apprendendo da ogni fase del conflitto. Tre ambiti che fino al 28 febbraio restavano confinati all’analisi strategica chiedono oggi decisioni che Taipei non può più rinviare.
Il governo Lai si schiera e ne fa un’arma politica
La risposta del presidente taiwanese Lai Ching-te alla guerra è stata rapida e priva di sfumature. Il Ministero degli Esteri ha criticato gli attacchi iraniani come “indiscriminati” e il viceministro Wu ha inquadrato l’azione americana e israeliana come “eliminazione del terrorismo”. Si è trattato di un allineamento diplomatico deliberato, costruito per inviare a Washington il messaggio che Taiwan è schierata dalla sua parte in un momento in cui il rapporto con l’amministrazione Trump attraversa una fase di incertezza strutturale.
La scelta ha una dimensione interna che ha un peso pari a quella internazionale. Il DPP, il partito del presidente, si trova da mesi in difficoltà in Parlamento riguardo al bilancio speciale della difesa da circa 40 miliardi di dollari, che il Kuomintang (KMT) e il Partito Popolare Taiwan, all’opposizione del presidente ma detentori della maggioranza parlamentare, continuano a ridimensionare o a rinviare. Le immagini dei sistemi d’arma cinesi messi fuori uso in Iran sono diventate materiale di dibattito politico diretto: i radar della serie JY, che secondo le specifiche cinesi sarebbero in grado di rilevare aerei stealth, si sono rivelati inefficaci contro gli F-35 e i missili HQ-9B non hanno intercettato le munizioni americane. Per il DPP la conclusione è che Taiwan dispone oggi di un vantaggio tecnologico reale, ma che Pechino trarrà le proprie lezioni dal conflitto e investirà per colmare il divario. Rimandare il bilancio della difesa significa sprecare la finestra di vantaggio disponibile.
Il KMT replica con una logica speculare. I ritardi già esistenti nelle forniture americane dimostrano che spendere di più cambia poco quando poi i materiali ordinati non arrivano, e una guerra in corso che sta consumando gli stessi missili di intercettazione in lista d’attesa per Taiwan non fa che allungare quella coda. Entrambe le posizioni hanno una base reale, e proprio per questo la guerra in Iran ha reso il dibattito parlamentare sulla difesa più intricato di quanto già non fosse, alimentando letture opposte degli stessi fatti senza che nessuno dei due campi possa accusare l’altro di malafede manifesta.

Brian Hioe, su The Diplomat, ha osservato con spirito critico che in una parte dell’opinione pubblica taiwanese circola l’interpretazione secondo cui la guerra in Iran sarebbe stata concepita principalmente come deterrente nei confronti della Cina riguardo a Taiwan. È lo stesso meccanismo di proiezione già visto dopo la rimozione di Maduro in Venezuela. La tendenza a leggere ogni mossa americana come rivolta essenzialmente alla protezione di Taiwan è indicativa del clima di ansia strategica che permea il dibattito locale.
L’arsenale americano si consuma
Fra i problemi che il conflitto ha portato in primo piano, quello delle forniture militari è il più rilevante sul piano strutturale. Riguarda la capacità concreta degli Stati Uniti di difendere Taiwan mentre le proprie risorse sono impegnate in un altro teatro. Un memo di BowerGroupAsia ha avvertito che anche nell’ipotesi in cui gli impegni politici americani verso Taiwan dovessero rimanere invariati, la maggiore incertezza sui tempi di consegna altererà la pianificazione difensiva in modo tangibile. Se non si sa quando arriveranno i sistemi ordinati è impossibile pianificare l’addestramento e la piena integrazione delle nuove acquisizioni nelle strategie di impiego.
Le dichiarazioni ufficiali hanno cercato di stemperare queste preoccupazioni. Il ministro della difesa Wellington Koo ha dichiarato che gli USA non hanno chiesto a Taiwan di trasferire armamenti verso il Medio Oriente e che il conflitto non ha prodotto ritardi nelle consegne. Elbridge Colby ha minimizzato la questione in un’audizione al Senato. Queste rassicurazioni vanno lette per quello che sono, vale a dire segnali inviati in un momento politicamente delicato, formulati in un contesto in cui riconoscere l’esistenza del problema avrebbe conseguenze immediate sul dibattito parlamentare già in corso. Nel frattempo Trump ha sospeso l’approvazione di nuovi pacchetti d’armi per Taiwan in attesa del vertice con Xi, una mossa presentata come gesto distensivo che a Taipei ha suscitato evidente disagio.
Dieci giorni di gas e l’ipotesi di un soffocamento senza guerra
La vulnerabilità energetica di Taiwan è nota da anni. Il 53% dell’elettricità viene prodotta bruciando gas naturale liquefatto importato interamente dall’estero, e le riserve strategiche di GNL coprono dieci o undici giorni di consumo del solo comparto gas. Va precisato che si tratta delle riserve specifiche di gas liquefatto, mentre le scorte energetiche complessive dell’isola includono petrolio e carbone con orizzonti di tenuta più lunghi. Tuttavia, poiché il gas alimenta oltre la metà della produzione elettrica, le interruzioni delle forniture si trasmettono all’intera economia con rapidità e con poche alternative disponibili nel breve periodo.
Il Qatar copre circa un terzo delle importazioni taiwanesi di GNL e la sua produzione ha subito interruzioni a causa degli attacchi alle infrastrutture del Golfo. Il governo ha garantito le forniture fino ad aprile, con venti dei ventidue lotti di consegna programmati per marzo e aprile già assicurati. Il rischio immediato è quindi contenuto. Il vero problema è l’estate, quando il picco di domanda elettrica di giugno e luglio azzera i margini di tolleranza e ogni interruzione imprevista diventa un’emergenza. Sono già in corso misure per una diversificazione delle forniture. Taiwan punta a portare le importazioni di GNL statunitense al 15-20% per cento del totale entro il 2029, mentre il progetto Alaska LNG è in fase di valutazione avanzata. Si tratta però di soluzioni complesse che richiedono anni per essere realizzate, e non risolvono il problema nei tempi imposti dalla crisi in corso.
È su questa esposizione che si innesta uno scenario che alcuni analisti taiwanesi chiamano “strategia di colpo alla fonte”: la Cina interrompe le forniture energetiche di Taiwan senza ricorrere direttamente a un intervento militare. Pechino può classificare le rotte verso Taiwan come ad alto rischio sui mercati assicurativi marittimi, rendendo i costi di trasporto proibitivi per tutti i vettori commerciali. Oppure può usare la propria flotta mercantile e le milizie marittime per ostacolare fisicamente la navigazione. Un’altra variante è quella sfruttare i diritti di gestione portuale acquisiti in alcuni scali del Medio Oriente per ritardare i tempi di carico, creando colli di bottiglia a migliaia di chilometri da qualsiasi possibile risposta militare taiwanese o americana. In questi scenari una scorta navale sarebbe sostanzialmente inutile, dato che le interruzioni avverrebbero troppo lontano e su troppi fronti per poter essere contrastate.

A Taipei si discutono contromisure di portata radicale. La principale prevede la costruzione di riserve strategiche sotterranee nella Catena Montuosa Centrale, dove il granito compatto resiste alla penetrazione dei missili balistici. Una variante aggiunge la collocazione di piccoli reattori nucleari modulari nelle stesse caverne, che oltre a ridurre la dipendenza dal GNL importato, creerebbero un deterrente aggiuntivo, poiché qualsiasi attacco a quegli impianti produrrebbe ricadute radioattive sulla costa sudorientale della Cina. Sono proposte che circolavano già prima della guerra e che il conflitto in Iran ha trasformato da esercizi teorici in ipotesi di politica concreta.
Cosa impara Xi dalla morte di Khamenei
Per chi osserva la guerra degli Usa e di Israele contro l’Iran in una prospettiva strategica, la lezione più immediata riguarda la decapitazione del vertice nemico. L’operazione si è dimostrata tecnicamente realizzabile con perdite minime, se limitata a tale fase, a condizione di disporre di intelligence precisa e di capacità elettroniche integrate con munizioni a lunga gittata. Xi Jinping guarda a questa lezione da due angoli distinti, e da come li bilancerà dipenderà in misura significativa la direzione che la pianificazione cinese relativa a Taiwan assumerà nei prossimi anni.
Il primo riguarda le capacità operative. La Cina ha investito negli ultimi anni in modo sistematico nello sviluppo di strumenti che potrebbero rendere praticabile un’operazione analoga contro la leadership taiwanese. I casi di spionaggio portati in giudizio a Taiwan sono quadruplicati fra il 2021 e il 2024, passando da 16 a 64 e nel settembre 2025 quattro ex funzionari taiwanesi, fra cui ex collaboratori diretti di Lai Ching-te, sono stati condannati per spionaggio a favore di Pechino. Nel 2024 è stata trovata in una base militare cinese una replica dettagliata della zona presidenziale di Taipei, costruita con una precisione incompatibile con una pianificazione generica.
Il secondo angolo è quello del calcolo politico, e qui la lezione iraniana introduce un’incertezza che Pechino fatica a risolvere. Taiwan è un paese con un’identità nazionale rafforzatasi significativamente nel corso degli ultimi trent’anni. Uccidere un leader eletto in una società di questo tipo può irrigidire la resistenza anziché azzerarla e trasformare le vittime in simboli capaci di mobilitare l’opposizione. È esattamente ciò che Xi osserva in Iran: l’eliminazione di Khamenei ha rimosso il vertice del regime senza produrre il crollo della struttura di potere né la capitolazione della popolazione. Mojtaba Khamenei è stato eletto nuovo Guida Suprema in pochi giorni, e la Repubblica Islamica continua a funzionare. La domanda che Pechino si pone è se un’operazione di questo tipo sia o meno politicamente efficace in una società democratica priva di una struttura teocratica che tenga insieme il sistema di potere anche in assenza del singolo leader.

Questa riflessione potrebbe spiegare, almeno in parte, un dato che ha sorpreso molti osservatori nelle ultime settimane. Le sortite aeree cinesi nella zona di identificazione della difesa aerea taiwanese sono calate del 46,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e nella settimana del conflitto in Iran non si è registrata alcuna incursione per sei giorni consecutivi, il periodo più lungo dal 2022. La Marina e la Guardia Costiera cinesi hanno mantenuto la propria presenza nelle acque circostanti, il che esclude un ritiro strutturale. Le spiegazioni più accreditate fra gli analisti sono due: che Xi stia costruendo un’atmosfera distensiva in vista del vertice con Trump, e che le purghe del PLA stiano riducendo la prontezza operativa più di quanto Pechino ammetta ufficialmente. A queste si aggiunge la possibilità che il comando militare cinese stia semplicemente elaborando le lezioni del conflitto prima di riprendere le operazioni con una dottrina aggiornata. Le tre letture si sovrappongono senza escludersi, e la loro combinazione potrebbe descrivere una pausa di apprendimento le cui conseguenze di lungo periodo saranno più rilevanti di qualsiasi singola incursione di pattugliamento.
Un paese che deve imparare a difendersi da solo
Il nodo che tiene insieme tutte queste difficoltà rimane politico. La capacità di Taiwan di reggere di fronte a uno scenario prolungato dipende dall’autonomia difensiva, che a sua volta dipende da un bilancio che l’opposizione parlamentare continua a bloccare. Il dibattito interno resta incagliato sulle linee di frattura che la guerra ha reso più nitide: chi invoca le immagini dei sistemi cinesi in fiamme a Teheran per spingere sull’acceleratore trova dall’altra parte chi invoca il consumo degli arsenali americani per frenare. Nel frattempo il PLA osserva, riduce le sortite e impara. Qualunque sia la spiegazione della pausa cinese, per Taipei il risultato è lo stesso, quello di un avversario che riflette attentamente su quanto ha visto, in una direzione che non è ancora chiara.
*articolo apparso sul blog dell’autore il 16 marzo 2026
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