Finisce con un lungo abbraccio collettivo sul palco dell’aula Atos dell’università di Porto Alegre la prima conferenza internazionale antifascista. Una scommessa vinta dal punto di vista della partecipazione alla quattro giorni di dibattiti: delegazioni da oltre 40 paesi e una folta presenza di giovani della sinistra brasiliana, argentina, di collettivi, di sindacalisti e di organizzazioni politiche e di movimento oltre a presenze storiche di compagni e compagne che hanno attraversato con un ruolo importante la stagione dei movimenti che proprio a Porto Alegre aveva preso slancio.
Il tentativo di riannodare i fili di uno spazio politico e di movimento internazionale in una fase così complessa e drammatica come quella attuale è sostanzialmente riuscito. L’antifascismo ha consentito di affrontare tutti i temi di fase, dal ritorno della guerra su larga scala, al genocidio palestinese, alla brutale recrudescenza dell’imperialismo passando per la crescita globale dell’estrema destra e con essa dell’attacco ai diritti civili, ai diritti del lavoro, alla condizione di genere ed alla democrazia stessa.
Tuttavia parte rilevante degli interventi ha preferito un largo uso della retorica e di slogan piuttosto che un’analisi rigorosa e un approccio autocritico al ruolo giocato dalla sinistra negli ultimi decenni.
Alcuni interventi hanno fortunatamente tentato di aprire una discussione sulla rottura profonda tra i movimenti popolari che hanno permesso le vittorie elettorali a sinistra e le politiche dei governi. La rottura della sinistra con la propria base proprio come uno dei fattori della crescita vertiginosa dell’estrema destra. Un processo che, è stato denunciato, riguarda l’insieme del Sud America.
Se si escludono questi tentativi di affrontare la durezza dei tempi con un occhio alla nostra inadeguatezza nessuno ha inteso declinare termini quali antifascismo e antimperialismo.
Cosa si intende per fascismo oggi? Quali caratteristiche ne definiscono il perimetro? Come si costruisce l’antifascismo?
Su tutto ciò si è preferito glissare sollecitando gli aspetti identitari e autoreferenziali, la simbologia al prezzo di rimuovere una realtà ben più ampia e complessa di quella desiderata.
Ed è proprio in questo iato tra la realtà e i desideri che si è insediato il limite clamoroso della conferenza.
Il documento finale denuncia dettagliatamente e in maniera quasi interamente condivisibile le atrocità di fase, dall’aggressione all’Iran al sequestro Maduro, dai crimini di Israele allo strangolamento di Cuba, tuttavia rimuove la guerra imperialista di Putin e la mattanza dei manifestanti iraniani da parte del regime degli ayatollah.
Non siamo di fronte ad una dimenticanza incolpevole, tanto meno ad una impossibile scelta neutra. Rimuovere la guerra all’Ucraina, entrata nel suo quinto anno di barbarie, la guerra più lunga nel cuore dell’Europa dalla Seconda Guerra mondiale con i suoi due milioni di morti, appare come il riflesso obsoleto e incomprensibile di una vicinanza, destituita di alcun contenuto progressista e anzi inquietante, al governo dispotico di Putin.
Se l’antifascismo è l’antitesi all’oppressione di genere e ai regimi autoritari per quale ragione non si esprime vicinanza ai manifestanti iraniani che chiedono libertà e che vengono uccisi a migliaia? Ferma restando la netta condanna dell’aggressione imperialista di Trump all’Iran.
Purtroppo più che l’antifascismo il collante della conferenza sembra essere divenuto l’anti occidentalismo. Anche il metodo della quattro giorni andrebbe rivisto profondamente. Agli oltre mille partecipanti alle plenarie e ai dibattiti è stato chiesto di fare solo da platea. Interventi preordinati, dibattiti preconfezionati… Mai un luogo aperto: persino il documento finale è stato letto velocemente tra gli abbracci sul palco.
Non si costruisce così la partecipazione di cui abbiamo bisogno, se si vuole essere realmente alternativi alla destra. Se la sfida della costruzione della conferenza è riuscita e ha segnato un passo in avanti, come nel gioco dell’oca le posizioni finali l’hanno riportata indietro di due passi.
*attivista politico e sociale italiano
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