Corrono i cento metri più veloce di Usain Bolt, ma non riescono ancora a piegare una maglietta. E a comprarli sono soprattutto università e centri di ricerca, non le aziende.
Da mesi veniamo ormai sommersi di immagini degli exploit dei robot cinesi, come quelle del gala di capodanno in cui i robot ballavano in gruppo con acrobazie quasi millimetriche a fianco di ballerini umani o quelle recentissime delle “olimpiadi” dei robot durante le quali uno di essi ha battuto il record umano di Usain Bolt sui 100 metri. Ci sono però altre immagini che non ci vengono offerte a valanga come queste, e che bisogna andare a cercare nei meandri dei social. Per esempio quelle di due robot che correndo su un campo di atletica non riescono a girare in corrispondenza di una curva e vanno diritti a sbattere contro un recinto, o quelle di un loro collega che per due minuti e mezzo tenta e ritenta senza successo di piegare una maglietta finché un tecnico in carne e ossa perde la pazienza e interviene piegandola al suo posto.
La contraddizione la si spiega facilmente: il settore della robotica umanoide, cinese e non, ha compiuto negli ultimi anni enormi progressi, in particolare nelle articolazioni e nelle possibilità di movimento, ma si scontra ancora con limiti altrettanto enormi nelle capacità di azione autonoma degli stessi e, più in generale, nell’intelligenza. Tanto che il solo afferrare una caraffa per versare dell’acqua in un bicchiere risulta oggi quasi una missione impossibile per il povero umanoide. Le corse a velocità fulminea e i balletti invece funzionano solo perché il robot è minuziosamente preprogrammato o addirittura teleguidato. Lo conferma Wendy Chang, analista senior del centro studi tedesco MERICS, che ha spiegato nel podcast Pekingology del CSIS come gran parte di quello che vediamo è preprogrammato oppure guidato a distanza da un tecnico presente sul posto. In molti di questi spettacoli c’è sostanzialmente meccanica, che è già di per sé un risultato notevole, ma è un’altra cosa. La Cina ha investito e continuerà a investire nel settore ingenti capitali che, come quelli stanziati per l’AI, sono vere e proprie scommesse su un futuro ancora ignoto. Il rischio è pertanto quello dello scoppio di una bolla di dimensioni epiche, in Cina come negli Usa e altrove. In questo articolo mi limito ad andare a vedere cosa c’è oggi dietro le quinte dello spettacolo umanoide che ci viene offerto ormai quasi quotidianamente.
Va detto subito che lo spettacolo poggia su una base industriale tutt’altro che immaginaria. Negli ultimi cinque anni la Cina ha installato nelle proprie fabbriche più robot industriali di qualunque altro paese e nel 2024 i produttori nazionali hanno superato quelli stranieri diventando i primi fornitori del mercato interno. La parte matura della robotica cinese esiste dunque davvero, solo che non è quella che viene messa in vetrina.
Unitree è l’azienda cinese di punta nel settore dei robot umanoidi. Basata nella città di Hangzhou, fulcro dell’industria tech nazionale, si è presentata al grande pubblico cinese dal palco del gala di capodanno della tv di stato, lo spettacolo più seguito del paese, facendo ballare una fila dei suoi umanoidi in una danza popolare del nord accanto ai ballerini in carne e ossa. Da quella sera è entrata nell’immaginario nazionale come l’azienda dei robot che danzano, quando la loro capacità di svolgere mansioni complesse in fabbrica o in magazzino, invece, resta da dimostrare. Nelle scorse settimane Unitree è diventata la prima produttrice di robot umanoidi quotata in Cina continentale, raccogliendo circa 900 milioni di dollari sul listino tecnologico della borsa di Shanghai, con una domanda dei piccoli investitori che è risultata migliaia di volte superiore ai titoli disponibili. Nel primo giorno di scambi il valore dell’azienda è più che quintuplicato, per poi perdere quasi metà del valore nel giro di poche sedute. Jennifer Hughes, columnist finanziaria del Financial Times, ha calcolato che appena dopo il debutto Unitree valeva, in rapporto alle vendite, oltre dieci volte Tesla. La commentatrice ha messo in guardia dagli eccessi di entusiasmo ricordando che gli umanoidi sono ancora troppo costosi per potere risultare redditizi in ambito industriale e che possono funzionare in autonomia solo per un paio d’ore tra una ricarica e l’altra. Se la prudenza è d’obbligo, rimane il fatto che Unitree è un gigante di tutto rispetto, che nel 2025 è stato il maggiore fornitore di umanoidi a livello globale in termini di unità spedite. La prospettiva tuttavia cambia non di poco se si va a vedere cosa fanno questi umanoidi una volta usciti dalla fabbrica.

Il mercato che ancora non c’è
La quotazione di Unitree è avvenuta in coincidenza con l’apertura della World Robot Conference di Pechino, la grande vetrina annuale della robotica cinese, e secondo Marina Zhang, docente alla University of Technology di Sydney, la scelta ha un chiaro significato politico. Pechino sta inoltre usando la borsa come strumento di politica industriale, convogliando capitali verso i settori che considera strategici e inviando il messaggio che per la robotica umanoide è arrivato il momento di passare dai laboratori alla produzione di massa. Che il meccanismo abbia avuto un tale effetto lo conferma l’analisi delle oscillazioni del titolo. Shen Meng, direttore della banca d’affari Chanson & Co, ha spiegato al quotidiano singaporiano Lianhe Zaobao che i fattori che hanno fatto salire il prezzo sono gli stessi che lo hanno poi fatto crollare. La ChangXin Memory Technologies, produttrice di chip di memoria, era diventata dopo la quotazione del luglio scorso il titolo più caro del listino, spingendo una massa di piccoli risparmiatori a buttarsi sulle nuove emissioni. Subito dopo è arrivata Unitree, che il mercato ha letto allo stesso modo, cioè come un altro titolo su cui puntava la politica industriale di Pechino. Quando il primo giorno la speculazione ha portato il prezzo alle stelle, molti investitori hanno incassato immediatamente, alcuni per liberare liquidità in vista delle quotazioni imminenti di Yangtze Memory Technologies e Enflame Technology, altri perché avevano cominciato a rendersi conto che la valutazione si era ormai allontanata dai fondamentali di un’azienda i cui umanoidi non sono ancora usciti dalla fase dei progetti pilota. Unitree non è del resto un caso isolato. Almeno una decina di società della robotica hanno già avviato le procedure per quotarsi a Hong Kong o sul mercato continentale.
Il modello che tutti hanno in mente è quello dell’auto elettrica, altro settore che per anni ha bruciato denaro pubblico e privato, prodotto fallimenti a catena e generato una sovrabbondanza di aziende prima di fare emergere campioni come BYD. Nel caso degli umanoidi la febbre sembra ancora più forte. La Xinhua ha riferito che nei primi sei mesi dell’anno in Cina sarebbero nate oltre centomila società in qualche modo legate al settore e i produttori cinesi rappresentano ormai la grandissima maggioranza delle unità spedite nel mondo, secondo alcune stime sia cinesi che occidentali attorno al 90%. Chang fa notare che basta andare a cercare i fornitori di un singolo componente, come per esempio i motori oppure i riduttori di precisione, per trovare decine di nomi che fabbricano esattamente lo stesso pezzo, con ogni governo locale impegnato a costruirsi il proprio campione regionale nella speranza di diventare il polo nazionale della robotica. È la classica dinamica dell’involuzione che il paese ha già conosciuto altrove, con inefficienze incorporate fin dalle fasi iniziali. Chi ne uscirà vincitore erediterà probabilmente il meglio di quello che l’industria cinese sa fare, ma il capitale che nel frattempo verrà consumato dalle aziende destinate a soccombere è enorme. Si tratta di una corsa che ha anche una dimensione geopolitica. Gli Stati Uniti hanno appena vietato l’importazione dei nuovi modelli cinesi di umanoidi e di robot quadrupedi per ragioni di sicurezza nazionale, chiudendo di fatto ai prodotti futuri di Unitree quello che sarebbe stato uno dei mercati dal maggiore potenziale. Pechino ha quindi tutto l’interesse a creare rapidamente una domanda interna capace di dare sostegno ai suoi produttori.
Ed è qui che cominciano i problemi, perché se invece dei video promozionali si va a guardare chi compra effettivamente i robot di Unitree il quadro appare molto meno futuristico. Il prospetto informativo depositato dall’azienda per la quotazione in borsa dice che nei primi tre trimestri del 2025 il 73,6% dei ricavi generati dai robot umanoidi è arrivato da ordini di università e istituti di ricerca. Solo il 9% circa proveniva da settori di domanda effettiva come la manifattura industriale, e di quel 9% più della metà era destinato a dimostrazioni. Su scala mondiale il quadro non cambia. Gavin Kenneally, amministratore delegato del produttore americano Ghost Robotics, ha affermato che meno di un decimo degli umanoidi venduti viene impiegato in attività commerciali vere e proprie.
Un caso particolarmente istruttivo è quello della State Grid, il colosso statale che gestisce la rete elettrica cinese. L’azienda deve ispezionare e mantenere migliaia di chilometri di infrastrutture in condizioni spesso pericolose e ha quindi motivi molto concreti per sostituire gli esseri umani con macchine. Nei mesi scorsi ha annunciato quello che è stato presentato come il più grande ordine di robot mai visto nel settore, quasi 7 miliardi di yuan, poco meno di un miliardo di dollari, per circa 8.500 unità. A un esame più attento si scopre però che 8.000 sono cani robot e bracci meccanici, macchine che esistono da anni, sanno fare bene una cosa sola e non pretendono di farne altre, agli antipodi dell’umanoide adatto a molteplici mansioni. Gli umanoidi sono appena 500. In altre parole, quando un cliente industriale mette sul tavolo soldi veri non compra necessariamente la macchina più spettacolare, compra quella che sa già fare il lavoro per cui gli serve. L’umanoide, per il momento, lo compra soltanto per provarlo.

È una distinzione importante perché una parte non trascurabile dell’attuale mercato cinese degli umanoidi è ancora incentrata all’interno dello stesso ecosistema che li produce. Chang ricorda che quel 90% di unità spedite nel mondo va a finire in massima parte in Cina, acquistato da imprese e agenzie governative cinesi per scopi dimostrativi o didattici, mentre le innovazioni di punta continuano in buona misura a venire da aziende americane, su macchine molto più costose per unità. I governi locali cinesi finanziano centri di addestramento e laboratori, le università acquistano robot con i fondi per la ricerca, le macchine generano dati che vengono poi utilizzati per migliorare i modelli e i progressi ottenuti servono ai produttori per raccogliere nuovo capitale. Sarebbe ad ogni modo sbagliato liquidare frettolosamente il meccanismo come una messinscena. Anche le colonnine di ricarica per le auto elettriche sono state costruite quando sulle strade circolavano ancora relativamente poche vetture, e senza quell’infrastruttura il boom successivo sarebbe stato molto più difficile. Il paragone ha però un limite evidente. Una colonnina è un oggetto tecnologicamente semplice. L’industria sapeva già costruirla e installarla in serie, e restava soltanto da decidere quante ne servissero e dove metterle. Un umanoide capace di rendersi utile in una fabbrica è una macchina che nessuno al mondo ha ancora prodotto. I laboratori e i centri di addestramento finanziati dai governi locali stanno così sostenendo i costi di una ricerca dall’esito ancora ignoto.
Il problema è insegnare il mondo ai robot
Il problema è che un robot capace di correre o eseguire una coreografia si trova in una situazione infinitamente più semplice di quello che deve sparecchiare una tavola. Nel primo caso il movimento può essere preparato in anticipo e ripetuto in condizioni controllate. Nel secondo bisogna riconoscere oggetti mai collocati esattamente nello stesso punto, capire come afferrarli, applicare la forza giusta, reagire se qualcosa scivola e modificare il proprio comportamento in una frazione di secondo. È negli ultimi centimetri, quelli tra l’avvicinare la mano a una tazza e riuscire davvero ad afferrarla senza romperla o rovesciarla, che l’intelligenza incorporata nei robot continua a mostrare i suoi limiti.
Qui si arriva all’aspetto forse più problematico di tutti, quello dei dati. I grandi modelli linguistici hanno potuto inghiottire in pochi anni una quantità sterminata di testi, immagini e video prodotti da miliardi di persone e accumulati gratuitamente su internet per decenni. Per insegnare a un robot a manipolare il mondo fisico, invece, non basta mostrargli YouTube. Bisogna registrare contemporaneamente dove si trova una mano nello spazio, quale forza esercita, che cosa vede la telecamera, cosa percepiscono i sensori tattili e come tutte queste informazioni cambiano durante il movimento. Sono dati difficili e costosi da raccogliere. Alcune delle aziende più celebrate della Silicon Valley, così come altre cinesi, hanno allestito enormi spazi in cui operatori umani trascorrono le giornate a teleguidare robot che prendono oggetti o aprono sportelli, producendo così il materiale con cui addestrare i modelli.
Le difficoltà sono ulteriormente aumentate dal fatto che non esiste nel caso degli umanoidi un equivalente del testo, cioè un formato sostanzialmente universale che possa essere utilizzato da qualunque macchina. Huang Yuanhao, fondatore della cinese Orbbec, che produce sensori tridimensionali, fa notare che i dati raccolti da un robot possono risultare praticamente inutili per un altro se cambiano telecamere, sensori, articolazioni o mani. È come se ogni modello linguistico avesse bisogno di imparare una lingua diversa. Da qui la battaglia per creare standard condivisi e, soprattutto, i cosiddetti “world models” (“modelli del mondo”), diventati una delle parole d’ordine della robotica in questo 2026. L’idea consiste nell’addestrare le intelligenze artificiali non soltanto su testi ma su videogiochi e registrazioni di azioni, in modo tale da imparare a rappresentarsi lo spazio e soprattutto una cosa che per noi è ovvia, ma per una macchina non lo è affatto: se compio un’azione, quali sono le sue conseguenze?
Proprio su questo terreno emerge una dipendenza di cui in Cina si parla poco. Chang fa notare che l’industria cinese degli umanoidi continua ad appoggiarsi in misura rilevante a Nvidia, e non soltanto per i processori. Vengono in gran parte da Nvidia e da altre aziende occidentali anche i modelli vision-language-action, che traducono in movimenti quello che il robot vede e quello che gli viene detto. Lo stesso vale per gli ambienti di simulazione in cui le macchine vengono addestrate e per i modelli del mondo attorno ai quali si sta giocando la partita. Le aziende cinesi stanno naturalmente sviluppando i propri, ma limitandosi per ora a seguire la strada aperta dagli altri. Il particolare più interessante è che i processori impiegati nella robotica non sono quelli di fascia altissima colpiti dai controlli americani sulle esportazioni. Sono componenti di fascia media, per i quali al momento non esiste nemmeno una discussione sulle restrizioni, e Nvidia sta lavorando per rendersi indispensabile in questo comparto come già lo è diventata nell’AI generativa. Mentre Washington chiude le porte agli umanoidi cinesi, questi ultimi continuano a pensare in buona parte con tecnologia Usa.

Su questa scommessa stanno affluendo capitali vertiginosi. La startup newyorchese General Intuition addestra il proprio modello su milioni di ore di partite ai videogiochi e sta raccogliendo finanziamenti che potrebbero attribuirle una valutazione superiore ai 6 miliardi di dollari. Uno dei suoi investitori paragona la fase attuale a quella di GPT-2, quando l’intelligenza era ancora rozza ma potenzialmente vicina a un salto di qualità. Più interessante dal punto di vista pratico è il lavoro di Generalist AI, fondata da ex ingegneri di Google DeepMind e Boston Dynamics, il cui modello GEN-1.5 riesce in alcuni casi a imparare un nuovo compito manuale osservando una sola dimostrazione umana e migliora rapidamente con pochi minuti di ulteriore addestramento. C’è già chi parla di un “momento GPT-3” della robotica, ma conviene essere prudenti. Yu Xiang, ricercatore dell’Università del Texas a Dallas, osserva che il linguaggio umano ha fornito ai modelli testuali una base comune che nel mondo fisico semplicemente non esiste. Un umanoide con cinque dita, un braccio industriale e una pinza meccanica possono osservare la medesima azione, ma devono eseguirla con corpi completamente diversi. La vera svolta arriverà quando ciò che una macchina impara potrà essere trasferito con facilità a un’altra, e tale momento sembra ancora lontano.
Tra una dimostrazione e una fabbrica
Anche ammesso di riuscire a costruire un cervello abbastanza intelligente, resta da costruire il corpo in milioni di esemplari che funzionino tutti allo stesso modo. I dirigenti dell’industria cinese intervistati dalla testata cinese 36Kr, specializzata in tech, insistono su un punto che i video dimostrativi tendono a ignorare. Un robot che esegue correttamente un’operazione nel 99% dei casi è impressionante in laboratorio ma quasi inutilizzabile in una linea produttiva, perché significa un errore ogni cento operazioni. In fabbrica bisogna avvicinarsi al 99,99%, e farlo per ore, giorni e mesi senza che ogni unità si comporti in maniera leggermente diversa dall’altra. Mancano inoltre standard industriali condivisi e le catene di fornitura non hanno ancora raggiunto quella stabilità che permette di produrre grandi lotti perfettamente identici. Nulla di tutto questo significa che manchi la capacità industriale. Chang osserva anzi che il vero punto di forza cinese sta nel ruolo di integratore, cioè nella capacità di mettere insieme un umanoide completo a un costo molto inferiore a quello dei concorrenti occidentali, grazie a una filiera industriale pressoché completa e al primato mondiale nelle batterie, lo stesso che ha reso possibile l’industria dell’auto elettrica. Dove la Cina resta semmai indietro è la fascia alta della robotica industriale tradizionale, quella dei grandi bracci ad altissima precisione, ancora dominata da quattro colossi europei e giapponesi, ed è proprio in questo ambito che Pechino sta spingendo perché i componenti di precisione vengano fabbricati nel paese. A tutto questo si aggiunge il criterio economico, che alla fine è quello decisivo. Un’impresa che investe in automazione si aspetta generalmente di recuperare la spesa in due o tre anni. Se il robot costa molto e riesce a lavorare soltanto poche ore prima di essere ricaricato, l’operaio continua a essere più conveniente, tanto più quando la macchina ha bisogno dell’assistenza continua di un tecnico.
Per questi motivi la traiettoria indicata quasi unanimemente dagli operatori del settore è molto diversa dall’immagine fantastica di un maggiordomo robotico che si aggira in una casa. Il primo impiego degli umanoidi dovrebbe riguardare i lavori pericolosi e faticosi, quelli per i quali è già oggi difficile trovare chi sia disposto a svolgerli. Verrebbero poi le mansioni industriali che richiedono maggiore precisione. Le abitazioni arriverebbero soltanto alla fine, per le ragioni già viste. Molto più semplice far lavorare una macchina in un magazzino, dove l’altezza degli scaffali e il percorso da seguire possono essere standardizzati. I World Humanoid Robot Games di Pechino, la manifestazione sportiva che ha aperto pochi giorni dopo la conferenza, hanno mostrato con grande efficacia questo gap e il record umano dei 100 metri è stato battuto, risultato scenograficamente formidabile. Le prove più interessanti sono state tuttavia quelle molto meno spettacolari in cui bisognava collegare un cavo o individuare un oggetto. Sono esercizi che chiamano in causa il controllo della forza e la capacità di reagire all’imprevisto, e che danno la misura di quanta strada resti da fare prima di arrivare a un robot lavoratore.
Merita attenzione anche l’aspetto del grado di autonomia. Ai giochi di Pechino oltre il 40% delle prove richiedeva che le macchine funzionassero senza teleguida, un progresso reale. Ma non si può ignorare che allo stesso tempo insieme agli umanoidi sta però crescendo una nuova categoria di lavoratori, che li assiste, li addestra, interviene quando si bloccano e raccoglie i dati dei loro errori. Nei progetti pilota il collo di bottiglia è costituito spesso dalla necessità di trovare tecnici capaci di farli funzionare. La stessa tecnologia che nelle presentazioni viene promossa come sostituzione del lavoro umano continua ad avere bisogno di una quantità considerevole di lavoro umano nascosto dietro le quinte. Nella storia dell’automazione abbiamo già assistito a casi del genere. Nel caso degli umanoidi il contrasto risulta ancora più vistoso, perché l’intero fascino del prodotto nasce dalla promessa di una macchina generalista capace di fare tutto, o quasi tutto, da sola.
La scommessa dietro la corsa ai robot
Nonostante tutti questi ostacoli Pechino continua a puntare sui robot, e il motivo principale è la demografia. La popolazione cinese ha cominciato a diminuire e la forza lavoro, che nel suo momento di massima espansione ha superato il miliardo di persone, potrebbe scendere secondo le proiezioni delle Nazioni Unite intorno ai 300 milioni entro la fine del secolo. Per un’economia costruita per decenni sull’abbondanza di lavoratori è un cambiamento enorme. Il governo vede quindi nell’automazione uno degli strumenti con cui continuare a produrre quando le braccia saranno molte meno e ha messo in campo un fondo ventennale da un trilione di yuan per sostenere le tecnologie avanzate, spingendo contemporaneamente governi locali e imprese statali a introdurre robot nelle fabbriche e nei servizi. In alcuni settori il processo è già molto avanzato senza bisogno degli umanoidi. La catena alberghiera H World riesce per esempio a gestire hotel da cento camere con una decina di dipendenti grazie a terminali automatici e robot per le consegne, mentre in strutture analoghe ne servono normalmente da trenta a ottanta. Il produttore di ceramiche Dongpeng ha ridotto del 40% il personale dal 2021 aumentando nello stesso periodo la produzione di quasi un terzo.

C’è però un’altra contraddizione in agguato. La Cina investe nei robot perché teme di ritrovarsi senza abbastanza lavoratori, ma attualmente dispone ancora di centinaia di milioni di persone impiegate in lavori precari e a basso salario. Se l’automazione dovesse procedere più velocemente del declino demografico, nel medio periodo potrebbe aggravare i problemi occupazionali invece di risolverli. Richard Liu, fondatore del gigante dell’e-commerce JD.com, ha già detto ai suoi circa 700.000 rider che arriverà il giorno in cui molti di loro saranno sostituiti da robot. Non è detto che quel giorno sia vicino quanto suggeriscono le dimostrazioni promozionali, ma l’orientamento politico è chiaro. C’è poi un costo meno visibile, che Chang riassume in termini più generali. Una politica industriale di queste dimensioni assorbe risorse che vengono sottratte alla possibile costruzione di una rete di protezione sociale al sostegno dei consumi interni, tendendo inoltre a produrre sovraccapacità che poi si riversano sui mercati esteri, come è già accaduto in altri settori. In pratica, la scommessa tecnologica non è a costo zero nemmeno per chi eventualmente la dovesse vincere. Minxin Pei, docente al Claremont McKenna College, ritiene che il partito sia disposto ad accettare una certa dose di tensioni sociali, che ritiene forse ingenuamente di potere sempre gestire, pur di non perdere terreno nella competizione tecnologica con gli Stati Uniti.
Siamo nel mezzo di una gigantesca sperimentazione finanziata contemporaneamente dallo stato, dalla borsa, dalle università e dalle imprese, nella quale bisognerà ancora capire quali tecnologie sopravvivranno e quali aziende troveranno clienti disposti a pagare in assenza di sussidi o per motivi diversi dalla pura ricerca. Hua Rong, responsabile marketing del produttore Zeroth, ha riassunto bene il problema osservando che la vera gara comincia dopo che il robot è stato venduto. È allora che si scopre se risolve davvero un problema e soprattutto se il cliente torna a comprarne un altro. Le prossime volte che vedremo un umanoide fare acrobazie o correre più veloce di Usain Bolt varrà quindi la pena di guardare soprattutto a chi ha pagato per quella macchina e se, una volta fatti i suoi conti, ne ha ordinata una seconda.
*articolo apparso sul blog dell’autore il 27 agosto 2026.
