Nel dibattito sull’iniziativa sulla neutralità, la destra cerca di presentare la questione come una scelta tra una Svizzera neutrale, estranea ai conflitti internazionali, e una Svizzera che rinuncia alla propria tradizione per schierarsi con questo o quel blocco.
È una rappresentazione fuorviante. La questione fondamentale non è se la Svizzera debba essere più o meno neutrale, ma quali interessi la sua politica internazionale difenda e quali interessi dovremmo invece difendere da un punto di vista internazionalista e di classe.
Al di là della propaganda, l’iniziativa non riguarda tanto la guerra e la pace quanto il ruolo della Svizzera nella difesa dei propri interessi economici, finanziari e strategici. La Svizzera è infatti già profondamente integrata nel sistema occidentale e collabora, pur senza esserne membro, con le strutture di sicurezza della NATO.
La neutralità al servizio del capitale
La neutralità svizzera non è mai stata un principio eterno e puramente morale. Nel corso della storia si è adattata agli interessi del capitalismo svizzero: ha permesso di mantenere aperti i mercati, attirare capitali e garantire alle banche, alle industrie, ai trader e alle multinazionali una grande libertà d’azione anche in presenza di guerre, embarghi e sanzioni.
La Svizzera non è quindi una piccola potenza estranea alle dinamiche imperialiste. Il capitalismo svizzero ha costruito la propria forza soprattutto attraverso strumenti economici: la piazza finanziaria, il commercio delle materie prime, gli investimenti all’estero, gli accordi commerciali e la protezione degli investimenti.
La neutralità è stata anche uno strumento per preservare questa libertà di manovra. La vicenda delle sanzioni contro la Russia lo dimostra: pur aderendo formalmente alle sanzioni europee dopo l’invasione dell’Ucraina, la Svizzera ha continuato a offrire importanti spazi al commercio e alla gestione dei capitali russi.
La domanda, dunque, non è semplicemente se la Svizzera sia neutrale o non neutrale. È chi beneficia della sua neutralità.
Dalla parte dei popoli, non dei blocchi
Per un punto di vista internazionalista, la neutralità non può essere il criterio fondamentale con cui giudicare ciò che accade nel mondo.
Di fronte a un popolo aggredito, a un’occupazione, alla repressione dei diritti democratici o alla negazione dell’autodeterminazione, dichiararsi neutrali può significare semplicemente accettare lo status quo.
Ma il nostro punto di vista non consiste nemmeno nel sostituire alla neutralità un allineamento acritico con una grande potenza. Non vogliamo scegliere tra Washington, Bruxelles, Mosca o Pechino. Il nostro punto di riferimento devono essere i popoli.
Questo significa difendere i diritti democratici e sociali, i diritti dei lavoratori, le libertà sindacali e associative, il diritto all’autodeterminazione e i diritti delle minoranze.
Di fronte a una guerra di aggressione, stiamo dalla parte della popolazione aggredita. Di fronte alla repressione, dalla parte di chi lotta per i propri diritti. Di fronte alla negazione dell’autodeterminazione, dalla parte dei popoli che la rivendicano.
È questa la differenza tra internazionalismo e geopolitica: non scegliamo una causa in funzione della potenza che la sostiene, ma in funzione dei diritti che essa difende.
L’esempio della lotta contro dell’Apartheid
La lotta internazionale contro l’Apartheid in Sudafrica mostra concretamente cosa può significare la solidarietà internazionale.
Di fronte a un regime fondato sulla discriminazione e sull’oppressione, non ci si limitò a invocare la neutralità. Si svilupparono campagne politiche, sindacali ed economiche, compreso il boicottaggio dei prodotti e delle istituzioni legate al regime.
Questo esempio ci ricorda che non tutte le forme di neutralità sono innocenti. Il boicottaggio può, in determinate condizioni, essere uno strumento di solidarietà con una popolazione oppressa.
Anche la storia svizzera dimostra i limiti della neutralità: la libertà economica garantita dalla Confederazione consentì alle imprese svizzere di continuare determinati rapporti commerciali anche in presenza di embarghi internazionali, compreso quello contro il regime dell’Apartheid in Rhodesia.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere semplicemente: “qual è l’interesse della Svizzera?”, ma “come possiamo contribuire, dalla Svizzera, alla lotta per i diritti di quella popolazione?”
Una questione anche di classe
La questione della neutralità non è soltanto diplomatica. È anche una questione sociale e di classe.
Dietro l’immagine della Svizzera come piccolo Paese pacifico e umanitario esiste una struttura economica che ha prodotto enormi profitti attraverso la finanza internazionale, il commercio delle materie prime e gli investimenti all’estero. Le multinazionali svizzere hanno potuto esternalizzare una parte dei costi sociali ed ecologici delle loro attività, mentre la piazza finanziaria ha svolto un ruolo centrale nell’accumulazione offshore.
Per questo dobbiamo chiederci: chi beneficia concretamente della posizione internazionale della Svizzera? I lavoratori e le popolazioni coinvolte nelle attività delle multinazionali svizzere, oppure banche, trader, multinazionali e azionisti?
La difesa della neutralità come libertà di commerciare con tutti rischia così di diventare, in realtà, la difesa della libertà del capitale svizzero di perseguire i propri interessi.
Una Svizzera dalla parte dei popoli
L’alternativa non è tra il nazionalismo della destra e l’allineamento alle grandi potenze occidentali.
Esiste una terza posizione: l’internazionalismo.
Una politica che non parta dalla difesa dell’interesse nazionale, ma dalla solidarietà tra i popoli. Che non consideri le frontiere il criterio ultimo della politica. Che sostenga il diritto all’autodeterminazione e le lotte democratiche, sindacali e sociali. Che utilizzi il peso economico della Svizzera per difendere i diritti e non per garantire nuovi mercati alle proprie imprese.
Non vogliamo quindi una Svizzera semplicemente più o meno neutrale. Vogliamo una Svizzera diversa: una Svizzera che non metta al primo posto la difesa degli interessi materiali e politiche delle borghesie del mondo intero, cioè di un’infima minoranza dell’umanità, ma i diritti e i bisogni della stragrande maggioranza dei popoli del mondo che per sopravvivere devono vendere la propria forza lavoro.
Una svizzera neutrale rispetto a cosa?
Rispetto alle guerre di aggressione? All’oppressione? Alla violazione dei diritti democratici e sindacali? Allo sfruttamento delle risorse del Sud globale?
Se neutralità significa non prendere posizione davanti a tutto questo, allora non è una politica di pace: è una politica che lascia intatti i rapporti di forza esistenti.
Il nostro punto di vista deve essere un altro: non la difesa del capitalismo svizzero, non la difesa dei blocchi geopolitici, ma la difesa dei diritti, dei bisogni e delle aspirazioni democratiche e sociali dei popoli.
Non neutralità tra oppressori e oppressi. Solidarietà internazionale.
L’iniziativa in votazione il prossimo 27 settembre deve dunque essere respinta perché propone di rafforzare ulteriormente la neutralità quale strumento di sostegno agli interessi del capitalismo elvetico e di tutti i regimi capitalisti a livello planetario, contro gli interessi delle classi lavoratrici, dei popoli oppressi. Al rafforzamento della neutralità al servizio degli imperialismi dobbiamo opporre un internazionalismo solidate e anticapitalista.
