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Due anni fa ci ha lasciati Daniel Bensaïd. Dal 13 al 15 gennaio, l’Istituto Internazionale di Ricerca e Formazione di Amsterdam ha organizzato un seminario dedicato alla sua opera teorica e politica. Pubblichiamo qui di seguito un articolo di Felice Mometti che riassume il significato di questo seminario. Sull’MPS-TV invece, potrete trovare un piccolo cortometraggio che ricorda il percorso politico e umano di Daniel (Red.)

 

A due anni dalla scomparsa di Daniel Bensaid l’Istituto Internazionale di Ricerca e la Formazione di Amsterdam, dal 13 al 15 gennaio, ha organizzato un seminario di approfondimento sulla sua produzione teorica e politica. Tre giorni di discussione che hanno visto la partecipazione di studiosi e attivisti provenienti dal Belgio, Brasile, Portogallo, Francia, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Stati Uniti e Indonesia. Un seminario articolato in tre sezioni: il marxismo di Bensaid, la sua riflessione sul comunismo, lo stalinismo e la burocrazia ed infine le sue esperienze politiche a partire dal ’68 francese passando per le sue presenze in Spagna e Brasile fino ad arrivare al movimento altermondialista.

Tra i protagonisti di primo piano del maggio ’68 francese e successivamente della Ligue Communiste Revolutionaire, a metà degli anni ’80 del secolo scorso di fronte alla sconfitta a livello internazionale del movimento che aveva animato le lotte degli anni precedenti – tanto da arrivare in alcuni paesi a mettere in discussione la legittimità del potere capitalista – Bensaid decide di dedicare la parte principale della sua attività alla riflessione politica ed alla produzione teorica. Nei corsi che tiene al Dipartimento di Filosofia dell’Università di Parigi-Vincennes il confronto con Derrida, Badiou, Ranciere e Balibar diventa costante. Altrettanto con il pensiero di Foucault, Deleuze, Guattari e Althusser. Un confronto che va di pari passo con la ripresa e la verifica dell’elaborazione soprattutto di Marx e Benjamin. E’ un percorso di ricerca che va in profondità nell’analisi delle forme di dominio, di sfruttamento, di valorizzazione del modo di produzione capitalistico così come si presenta all’epoca della mondializzazione liberista. Libri come Marx l’intempestivo, La discordance des temps, Eloge de la politique profane ( questi ultimi due non ancora tradotti in Italia ) pongono le questioni cruciali sulla natura e la definizione delle classi, sul rapporto tra politica e storia, sull’attualità del metodo di Marx e la ricchezza dell’elaborazione di Benjamin. In questi casi il marxismo di Bensaid, che non concede nulla al dogmatismo ed alla nostalgia, apre un interessante spazio teorico in grado di interpretare gli attuali aspetti della modernizzazione capitalista.

Il Bensaid politico è impegnato a decostruire due illusioni, quella politica e quella sociale. La prima è tipica dei partiti della sinistra, anche radicale, che si pongono sul terreno istituzionale con la pretesa di rappresentare le istanze dei movimenti sociali. La seconda è dei movimenti sociali che pensano sia sufficiente la loro presenza per trasformare la società. La politica come arte strategica di Bensaid parte dal presupposto che i partiti sono un prodotto storico. Non c’è un’astratta “forma-partito” che si riproduce al di là di una specifica composizione di classe, della divisione capitalistica del lavoro, dei modelli di comunicazione, dello sconvolgimento degli spazi e dei tempi della politica intervenuto con la crisi della modernità. Come non esistono movimenti sociali che non praticano, in modo più o meno consapevole, una continua politicizzazione delle loro azioni. Una questione questa che ancora oggi hanno di fronte tutte le organizzazioni politiche che si prefiggono un cambiamento radicale della società. L’internazionalismo di Bensaid non si è mai fermato alla pur necessaria solidarietà. E’stato un progetto politico di ricomposizione dei vari soggetti, organizzazioni, associazioni, movimenti che si ponevano su un terreno incompatibile con il capitalismo e il cosiddetto socialismo reale. Una ricomposizione che non è mai stata pensata come semplice somma aritmetica, ha invece sempre avuto come baricentro la possibilità di quella che Trotskji ha chiamato rivoluzione permanente e Marx rivoluzione in permanenza.

Nei tre giorni di discussione sono emerse le caratteristiche isolite della figura di Bensaid. Al tempo stesso un teorico, un filosofo, un politico e un militante senza tuttavia poterlo collocare dentro una certa concezione di intellettuale organico. Cioè di un intellettuale di partito che ha come tratto principale la giustificazione di una linea politica. Al contrario Bensaid ha sempre ricercato le forme e i modi per mettere in sintonia la produzione teorica e la battaglia politica con le trasformazioni della composizione di classe e della coscienza politica dei soggetti sociali. Anche a costo di mettere in tensione l’organizzazione di cui faceva parte.
Per riprendere una definizione che Enzo Traverso ha dato di Bensaid, ad alcuni mesi dalla morte, si può dire che sia stato un traghettatore: da un’impostazione un pò cristallizzata del trotskismo classico ad un confronto e uno scambio continui con l’elaborazione del marxismo occidentale e con il pensiero critico dei movimenti sociali apparsi sulla scena politica tra la fine del ‘900 e primi anni del nuovo secolo.

 

*Il seguente articolo è apparso sul sito www.ilmegafonoquotidiano.it

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