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Da qualche tempo ormai in Ticino è in atto una discussione pubblica dopo che la commissione tripartita ha proposto al Consiglio di Stato di introdurre, per alcuni settori economici, un salario minimo sfruttando così una delle possibilità, introdotte nel quadro delle misure di accompagnamento agli accordi bilaterali.

 

Favorevoli a questa proposta le organizzazioni sindacali e i rappresentanti del Cantone. Contrario il padronato il quale, nell’ambito della procedura di consultazione attualmente in atto – così come era già avvenuto nel quadro della commissione tripartita – si oppone all’introduzione di tale salario minimo e minaccia di continuare la sua battaglia legale attraverso uno o più ricorsi qualora il governo decidesse di promulgarlo.

 

La proposta concreta

 

La proposta riguarda in realtà un numero imprecisato di lavoratori. Allo stato attuale non è  facile stabilire quanti siano. I contratti proposti vorrebbero  introdurre salari minimi sia in alcuni settori industriali (industria farmaceutica, fabbricazione di computer e prodotti di elettronica, di ottica e di apparecchi elettrici) che in quello del vendita (per i negozi con meno di 10 dipendenti). Nei settori industriali si propone di fissare i salari per i lavoratori non qualificati.

Sostanzialmente per i lavoratori non qualificati (sia del settore industriale che di quello della vendita) la propota ruota attorno ad un salario minimo di Fr. 17.40 per un orario di 40 ore settimanali. Il che significa, tenendo conto delle indennità per vacanze e giorni festivi, un salario mensile di circa 3’400 franchi per 12 mesi. In altre parole, visto che la 13a mensilità è ormai diffusa in tutti i settori (e quindi il raffronto con gli altri salari mensili deve essere fatto sulla base di un salario annuale diviso per 13) la proposta concreta comporta un salario minimo di circa 3’100 franchi mensili lordi.

È attorno a questa proposta che vanno quindi fatti tutti i possibili ragionamenti.

 

Un primo passo…?

 

In questi settori non vi sono, evidentemente, contratti collettivi che possano in qualche modo stabilire condizioni di base. Da qui la necessità, onde evitare situazioni di dumping, di procedere a fissare salari minimi obbligatori. È questo il ragionamento che, pensiamo, abbia animato i rappresentanti sindacali nell’avanzare questa proposta.

Si tratta, è evidente, di un salrio estremamente  basso. Poco più di 3’100 franchi lordi significa un salario netto di circa 2’700 franchi: difficile immaginare che qualcuno, in Ticino, possa vivere con un simile salario. E immaginiamo anche quale possa essere il ragionamento fatto attorno a questa proposta. E cioè che essa rappresenterebbe un “miglioramento” rispetto alle attuali offerte salariali che, molto spesso – e le numerose pubbliche denunce lo confermano -, sono ben al di sotto di questa somma. Non di rado si sente di offerte salariali attorno ai 2’000 franchi mensili lordi.

A questo, ci dicono sempre coloro che tale “primo passo” propongono, si aggiungerà poi l’azione sindacale che, col passare del tempo, potrà migliorare tale situazione e portarla a livelli accettabili.

 

…o la legalizzazione della miseria?

 

In realtà il problema che pone la fissazione di salari così bassi è enorme. Possiamo anzi affermare che la fissazione di salari legalmente riconosciuti e validi (autorizzati dall’autorità politica) rappresentano un ulteriore rafforzamento del dumping salariale. Tendono cioè a spingere verso il basso tutti gli altri salari, di tutti gli altri settori, anche di quelli regolati o che possono vantare livelli ben più elevati. Fissare legalmente un salario minimo di 3’100 significa che la dinamica salariale, in molti settori, si spingerà in quella direzione, il mercato del lavoro assumerà quei parametri come elemento di paragone.

L’idea poi che l’azione sindacale possa in qualche modo “sanare” e correggere questi livelli è pura illusione. Prendiamo ad esempio il settore farmaceutico. È un settore (seppur piccolo – non dovrebbero esservi  attive più di 2’000 persone in tutto il Cantone) presente in Ticino da anni, tutto sommato assai concentrato (la maggioranza del personale è occupato in 5-6 “grandi” aziende).Condizioni “ideali” per  una penetrazione sindacale. Che tuttavia in questi anni non è avvenuta (scarsa sindacalizzazione e nessuna regolamentazione contrattuale). Appare quindi poco probabile che in futuro, a meno di un impegno maggiore e diverso del mondo sindacale, si possa arrivare a un rapporto di forza migliore e tale da correggere questi bassi salari.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che questi salari minimi riguardano i lavoratori non qualificati. Ma nulla impedisce che essi diventino il punto di riferimento anche per i lavoratori qualificati, spingendo quindi verso il basso (è questo il dumping) anche gli attuali livelli salariali dei qualificati.

 

Un salario minimo ad ogni costo?

 

La lotta per un salario minimo che permetta ai lavoratori di vivere in modo adeguato non può quindi diventare una lotta per un salario minimo a qualsiasi costo, a qualsiasi livello, anche, come in questi casi, a livello di miseria. Si tratta di un passo sbagliato, in  contrasto persino con le rivendicazioni che alcuni sindacati fanno a livello nazionale (pensiamo, ai sindacati dell’USS, che hanno depositato un’iniziativa che chiede un salario minimo di 4’000 franchi mensili, oppure al sindacato UNIA che propone per il settore industriale  un salario minimo non inferiore ai 4’000 franchi).

Poco importa che il padronato combatta con veemenza, come abbiamo ricordato all’inizio di questo articolo, la proposta della commissione tripartita. La loro opposizione è un’opposizione di principio, di classe oseremmo dire. Il padronato, molto spesso più delle organizzazioni sindacali, difende dei princîpi, sulla base dei propri interessi. In questo caso appare evidente quel che muove il padronato: il rifiuto, di principio, che il salario diventi oggetto di regolamentazione collettiva e pubblica, sfuggendo così alla logica padronale della fissazione individuale. È questo che fonda la posizione padronale, al di là del fatto che, alla fine, la fissazione di salari minimi così bassi potrebbe tornare utile, come abbiamo detto, anche alla dinamica salariale auspicata dal padronato.

Di fronte a questo sarebbe necessario un atteggiamento più di principio da parte sindacale, che difenda l’idea di un salario minimo che permetta di vivere adeguatamente in Ticino. Certo , si tratta di un via lunga e difficile, che necessita la messa in campo di mezzi e forze per ottenere questo risultato. Ma, oggi come in passato, non vi sono scorciatoie ed “alleanze” possibili. Pena un risveglio brutale ed un confronto con una realtà ben diversa da quella che si era sognata.

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