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Interpellanza:

Contrastare la mafia italiana è una delle priorità della strategia 2020-2023 in materia di lotta alla criminalità del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP)”, assicura il Consiglio Federale nella sua risposta a un’interpellanza di Fabio Regazzi (PPD), confermando che il Ticino avrà un ruolo centrale.

Il governo federale dimentica però di citare un fatto importante: le organizzazioni di stampo mafioso si infiltrano in Svizzera anche vincendo appalti con prezzi stracciati, possibili solo grazie a taglieggiamenti sui salari e abusi vari a scapito dei lavoratori. È il caso della Gcf Generale costruzioni ferroviarie, che fa parte del consorzio italo-svizzero Mons Ceneris e che ha vinto l’appalto per i lavori di tecnica ferroviaria con un’offerta del 30% più bassa rispetto al consorzio concorrente, malgrado in Danimarca fosse già stata costretta a sottoscrivere con i sindacati accordi di risarcimenti per i lavoratori per oltre due milioni di franchi.

Gli operai che hanno lavorato sul cantiere Alptransit al Ceneri fra il 2017 e il 2018 hanno denunciato abusi di ogni genere: giornate lavorative infinite fino a 24 ore di fila, lavoro ininterrotto per una ventina di giorni consecutivi, salari taglieggiati, assenza di permessi per guidare macchinari, indizi di caporalato. Quel che è peggio è che nessuno ha mai effettuato un solo controllo né per quanto riguarda i salari, né per gli orari di lavoro, né per le norme di sicurezza, malgrado il Consiglio di Stato abbia sempre assicurato che sul territorio ticinese i controlli avvengono regolarmente e che l’ottima collaborazione fra le varie istanze coinvolte permette di garantirne la qualità. Al Ceneri nessuno ha controllato nulla.

Non è neppure il primo caso di sospetto di infiltrazioni mafiose al cantiere Alptransit del Ceneri: anche la Condotte Cossi, su cui gravano pesanti sospetti di relazioni con organizzazioni mafiose, era attiva su questo cantiere dove nel 2010 ha perso la vita un operaio. Scandalo nello scandalo: non è stato possibile punire nessuno per la morte di questo lavoratore 54enne a causa delle “importanti e gravi” lacune con cui è stata condotta l’inchiesta sulle cause del distacco del pezzo di roccia che ha schiacciato l’uomo. Il sospetto è che il rivestimento provvisorio della galleria non fosse stato fatto a regola d’arte per risparmiare sui materiali. Come se non bastasse, dopo l’accaduto molti operai licenziati dal Consorzio Condotte e Cossi non hanno avuto diritto alla disoccupazione, nonostante l’abbiano regolarmente pagata per anni: abbandonati a sé stessi, in balìa di persone molto poco raccomandabili, dopo aver rischiato la vita sul “cantiere del secolo” di cui tutti i politici si vantano. Visto il trattamento loro riservato dalle autorità ticinesi, non è sorprendete poi che i dipendenti di imprese disoneste scelgano di non testimoniare.

Ora la storia si ripete: il Sig. Fouad Zerroudi, principale testimone dell’inchiesta contro la Gcf Generale costruzioni ferroviarie, è tornato in Italia e sta subendo pressioni e minacce. Al Sig. Zerroudi la Segreteria di Stato alla migrazione (SEM) ha negato un permesso di lavoro in Svizzera, malgrado un’impresa elvetica fosse disposta ad assumerlo. A causa della lentezza dell’inchiesta lui e gli altri operai che hanno avuto il coraggio di denunciare vivono in condizioni precarie perché non riescono a ritrovare un lavoro. Sembrerebbe poi che abbiano ricevuto proposte economiche allettanti per ritirare la denuncia.

La mafia riesce a vivere e prosperare dove c’è omertà e paura. Le vittime si ritrovano sole ed è più facile colpirle e farne un esempio. Per contrastare la mafia, non bastano le belle parole, occorrono fatti e impegni concreti.

Non si possono sempre scaricare le responsabilità su Berna o Alptrasit, perché anche il Ticino è colpevole di non aver visto nulla. Senza un impegno concreto e una protezione dei testimoni chiave, che subiscono conseguenze a causa del loro coraggio, la “lotta agli abusi” nel mondo del lavoro diventa solo inutile bla bla spesso a scopi puramente elettorali.

Alla luce di queste considerazioni, chiediamo quindi al Consiglio di Stato:

1. Non ritiene necessario mettere in atto, con la collaborazione attiva dei dipartimenti interessati, misure di tipo amministrativo che incoraggino i lavoratori e le lavoratrici vittima di abusi sui luoghi di lavoro (in particolare di ordine salariale, ma relativamente a tutte le questioni concernenti il rispetto delle disposizioni di legge e contrattuali) a denunciare queste situazioni?

2. Non ritiene necessario, proprio per rendere esplicita la volontà del governo di favorire l’emergere di situazioni di irregolarità, mettere in atto misure concrete per far ottenere al signor Zerroudi e agli altri operai testimoni dell’inchiesta un permesso di lavoro in Svizzera? Sarebbe una decisione dal forte impatto sull’opinione pubblica, quella sempre più convinta che “non è possibile fare niente” in questi casi e che chi tenta di fare qualcosa alla fine ci va di mezzo.

3. Le recenti sentenze di assoluzione (processo Consonni, operaio morto al Ceneri nel 2010) hanno creato sconcerto nell’opinione pubblica, diffondendo proprio l’idea che alla fine chi organizza forme di lavoro e di remunerazione illegale riesca comunque a farla franca. Non ritiene il governo, pur nel rispetto della separazione dei poteri, di dover avviare una serie di verifiche sui rapporti tra la magistratura e la polizia, in particolare nello sviluppo delle inchieste (scambio tempestivo delle informazioni, sviluppo delle indagini, collaborazione con i servizi amministrativi, etc.) onde evitare che lacune o imprecisioni nelle stesse possano poi essere utilizzate dalle imprese prevenute per cavarsela al momento dei processi?

Per il gruppo MPS-POP-Indipendenti

Matteo Pronzini, Simona Arigoni, Angelica Lepori

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