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Pubblichiamo il testo dell’intervento di Angelica Lepori (a nome del gruppo MPS-POP-Indipendenti) nella discussione generale di bilancio della crisi pandemica tenuto ieri (25 maggio) in occasione della ripresa dei lavori del Gran Consiglio (Red).

Nella narrazione dominante il governo ticinese appare come protagonista di una sorta di percorso perfetto nell’affrontare la crisi pandemica. Narrazione rafforzata dal dissidio avuto con il governo federale (anche se durato poco). In realtà noi pensiamo che proprio impeccabile tale percorso non lo è stato.

Abbiamo già sottolineato, e non siamo stati i soli, i colpevoli ritardi con cui le autorità hanno affrontato l’emergenza coronavirus. È ormai acquisito che la decisione di non annullare i carnevali di Bellinzona e Lugano, presa ben sapendo i rischi che la tenuta di queste manifestazioni comportavano, ha sicuramente avuto un impatto devastante sullo sviluppo della pandemia. Inoltre anche le altre chiusure sono avvenute con ritardo: pensiamo alle case anziani e alle scuole, ma anche alle attività economiche non essenziali determinando in modo decisivo l’andamento dell’epidemia in Ticino e l’alto numero di morti.

In generale possiamo dire che il governo ha avuto un atteggiamento reattivo e non preventivo. Le decisioni relative alle case per anziani sono significative di questo atteggiamento.

Fin dall’inizio il governo ha avuto una preoccupazione principale: non abbandonare, come aveva proclamato il presidente Vitta, nella sua prima conferenza stampa, gli imprenditori ticinesi (di chi, queste imprese, le fa vivere e prosperare con il proprio lavoro ci si è interessati meno in termini di sostegno economico e finanziario). Questo orientamento ha accompagnato l’azione del governo che, nel prendere le decisioni di chiusura di tutte le attività non necessarie, ha sempre avuto un occhio di riguardo per le esigenze delle imprese: le quali in molti casi ne hanno approfittato con conseguenze incalcolabili dal punto di vista sanitario.  (La vicenda del cantiere del Ceneri che abbiamo denunciato, seppur non di stretta competenza del governo cantonale, ha illustrato bene cosa succedeva in queste fasi di ripresa).

Nel quadro di questo giudizio complessivamente critico, possiamo comunque ricordare che abbiamo salutato positivamente la chiusura di tutte le attività non essenziali e la creazione di una finestra di crisi per il Ticino; finestra che, tuttavia, di fatto è durata una settimana soltanto, al termine della quale grazie ad un sistema di autorizzazioni molto liberale molte attività, soprattutto nel settore secondario, hanno potuto continuare, non sempre nel rispetto delle disposizioni igieniche e di sicurezza

Ora, ci si dice, siamo in una nuova fase, una fase nella quale dovremo abituarci a convivere con questo virus. Anche qui non possiamo esimerci dal criticare alcune scelte che sembrano azzardate e pericolose. Anche in questo caso a prevalere sono esigenze economiche e non di natura sanitaria.

Il governo cantonale, pur criticandolo a parole, ha seguito l’orientamento federale (dettato del resto dagli stessi partiti che compongono il nostro governo cantonale) aprendo praticamente tutte le attività economiche, nonostante gli appelli alla prudenza che venivano dal mondo scientifico e sanitario.

Non contento, il cantone ha anche avuto un atteggiamento contradditorio sulla questione del telelavoro richiamando di fatto tutti i dipendenti al lavoro, in barba alle disposizioni federali e creando non poche difficoltà alle famiglie che si trovano confrontate con un’ apertura parziale delle scuole e senza tutti i servizi utili all’accudimento dei figli.

A noi pare che qui siamo confrontati con una contraddizione sostanziale: non possiamo infatti continuare ad appellarci alla responsabilità individuale di rispettare le regole di igiene e distanziamento sociale, mentre poi concretamente nelle aziende, nei cantieri, nei luoghi di lavoro queste regole non possono essere rispettate e ai dipendenti non vengono forniti i mezzi per proteggersi (in molti luoghi di lavoro sono i dipendenti stessi che devono procurarsi mascherine, disinfettanti e guanti e organizzarsi autonomamente per esempio per regolare la presenza negli spazi comuni come mense, aule ristoro e pausa, etc.).

Merita infine di essere citata la questione delle mascherine; la comunità scientifica sembra concordare che nei luoghi in cui non è possibile mantenere le distanze questa sia essenziale per evitare i contagi. Ci chiediamo allora che cosa aspetta il governo cantonale a decretare l’obbligo di portarla nei luoghi pubblici (supermercati, negozi, trasporti) e sui luoghi di lavoro).

La crisi sanitaria e la crisi economica

Accanto alla crisi sanitaria si sta sviluppando una crisi economica e sociale di proporzioni devastanti. A pagarne le spese saranno soprattutto i lavoratori e le lavoratrici.

Molti di loro hanno avuto a disposizione per un lungo periodo uno stipendio dell’80%, una riduzione che su salari bassi e medi può pesare in maniera consistente. Lo stesso è avvenuto per i piccoli commercianti e i lavoratori indipendenti che hanno visto ridurre in maniera sostanziale le loro entrate ricevendo delle indennità assai basse.

Ora, a parte le misure previste a livello federale (che in parte sono quelle previste dalla legislazione corrente: pensiamo alle indennità per lavoro ridotto) il Cantone non ha previsto e non prevede misure di sostegno sociale per queste perdite reddituali della stragrande maggioranza dei cittadini e delle cittadine. Il punto di riferimento resta invece quello di un sostegno alle imprese con l’idea che la cosiddetta ripartenza delle imprese risolverebbe tutti i problemi occupazionali e reddituali della stragrande maggioranza della popolazione.

Ora, questo ragionamento occulta la realtà che ci pare ormai ammessa da tutti: la crisi pandemica non è stata altro che una scintilla a dare fuoco alle polveri di una crisi complessiva del capitalismo che da mesi ormai andava accumulando segnali preoccupanti. Per questo non vi sarà ritorno alla normalità produttiva, non vi sarà ripresa e ripartenza senza, come prevedono gli scenari delle crisi del capitale, abbattimento del capitale stesso, sia sotto forma di chiusura di aziende che di riduzione del “capitale umano” a rango di disoccupati. D’altronde è questa la visione condivisa dal ministro Vitta, nei suoi costanti appelli alle ristrutturazioni settoriali.

Ne abbiamo già avuto segnali tangibili, che abbiamo denunciato, nelle vicende Mikron e Agie: ve ne saranno altre.

Oggi inoltre sui luoghi di lavoro in nome del ritorno alla normalità e della ripresa si impongono ritmi e orari di lavoro intensi; nei cantieri si richiede il lavoro al sabato e di rinunciare alle vacanze collettive; nel commercio al dettaglio si propone di aumentare gli orari di apertura imponendo, a chi ha già lavorato molto durante la crisi sanitaria, di sacrificarsi nuovamente in nome della normalità ritrovata. I dipendenti del settore sanitario hanno vissuto mesi di lavoro durissimo e ancora oggi sono al fronte anche per recuperare tutto quanto non si è potuto fare nel periodo della crisi; anche il personale del settore sociale sono stati investiti da questa crisi e sottoposti a ritmi di lavoro molto intensi.

Tutti questi lavoratori e lavoratrici, il cui lavoro è stato da tutti apprezzato nella crisi pandemica, avrebbero diritto non solo agli applausi o ai ringraziamenti, ma anche a un riconoscimento concreto del lavoro attraverso il riconoscimento dei loro diritti e un aumento di salario. Lo Stato, che rappresenta la comunità, non può, adesso che l’apice della crisi pandemica sembra essere passato, far finta di niente, chiamarsi fuori e lasciare che i meccanismi della crisi massacrino le condizioni materiali e sociali di questi lavoratori e lavoratrici.

Un prezzo particolarmente alto è stato poi pagato dalle donne; sono soprattutto donne impegnate nei settori che hanno continuato a lavorare assicurando il mantenimento delle attività essenziali, che hanno assunto il lavoro domestico e di cura in un contesto come quello della quarantena dovendo conciliare lavoro domestico e lavoro professionale non solo nello stesso tempo ma anche nello stesso spazio. Un sovraccarico lavorativo che dovrebbe finalmente portare al riconoscimento di questo lavoro.

Di fronte a questa crisi è quindi necessaria un’inversione di tendenza radicale.

È urgente che il governo potenzi i controlli sui luoghi di lavoro per verificare il rispetto delle norme igieniche e di protezione della salute e il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici particolarmente sotto pressione in questo periodo. I rafforzamenti annunciati in pompa magna sono ridicoli se si pensa al ritardo accumulato in questi anni, tra l’altro venendo meno a quanto promesso con il controprogetto all’iniziativa basta dumping

È necessario che venga varato un programma di interventi sociali e materiali per rispondere alle perdite reddituali di gran parte della popolazione salariata (e indipendente).

È necessario che venga ripensata la politica sanitaria. In particolare non solo rinunciando ai progetti di smantellare gli ospedali di valle o a quelli di centralizzazione delle strutture (pronto soccorso, ostetricia, etc.). Ma avviando una seria politica del personale che ha mostrato tutta la sua fragilità in questa fase pandemica.

Tutto questo sarà possibile mettendo a disposizione mezzi pubblici importanti; e sarà possibile solo rinunciando ad alcuni dogmi neoliberali quali il pareggio dei conti e il contenimento del debito pubblico. E, naturalmente, rinunciando a politiche fiscali che indeboliscono ulteriormente le entrate dello Stato.

Il ritorno alla normalità spaventa non solo per il rischio di una seconda ondata del virus, ma soprattutto per quello che questa normalità comporta in termini di diritti negati e di aumento delle disuguaglianze sociali e della povertà.

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