Tempo di lettura: 3 minuti

Tiene banco in questi giorni l’avvincente discussione sull’apertura degli impianti sciistici. Tutti o quasi sono concordi sulla necessità di garantire ai cittadini e alle cittadine svizzere di poter andare a sciare, non sia mai che si debba rinunciare alla tanto agognata settimana bianca.

I toni della discussione appaiono a volte surreali, e se non fosse per la tragicità della situazione che stiamo attraversando, ci sarebbe anche da ridere. Chi sostiene che lo sci è uno sport individuale e quindi non potrebbe mai essere fonte di contagio, chi dice che non bisogna farsi influenzare dall’Europa che ha consigliato di tenere chiusi gli impianti (consiglio seguito da praticamente tutti i paesi a noi confinanti) e chi sottolinea come la settimana bianca sia una necessità a cui le famiglie svizzere non possono rinunciare.

Tutto ciò dimenticando che uno dei principali fattori che ha permesso al virus di diffondersi durante la prima ondata sono state proprio le settimane bianche nel periodo del carnevale, che la Svizzera si trova in Europa e che forse ogni tanto guardare cosa fanno i paesi a noi vicini e coordinarsi con loro (soprattutto in una situazione di crisi sanitaria) non sarebbe male; e, infine, che molte famiglie che vivono in Svizzera non hanno mai potuto permettersi la settimana bianca e men che meno potranno farlo in un contesto di crisi economica e sociale come quello che stiamo attraversando.

L’unica ragione quindi che sottostà alla richiesta di voler tenere aperti gli impianti e le strutture turistiche delle località di montagna è puramente e prettamente economica; non si vuole arrecare un danno troppo importante ai gestori degli impianti e ai proprietari di alberghi, ristoranti, negozi, ecc. delle località di montagna. E, soprattutto, non si vuole negare. a chi può permetterselo. di poter andare a sciare…

Ancora una volta quindi si mette la salvaguardia della salute pubblica in secondo piano favorendo quelli che sono interessi economici di pochi. Basterebbe, in fondo, garantire un vero sostegno economico a queste attività, garantire un reddito a tutti coloro che vivono del lavoro delle località di montagna per tenere insieme interessi sociali e economici e salute pubblica. Ma questa logica non si sposa con quella che è la logica neoliberale che sottostà a tutte le scelte politiche e economiche che il governo federale e anche quello cantonale stanno facendo in questi mesi. Una politica che non ha effetti reali sul contenimento del virus: se in questi mesi abbiamo assistito ad una diminuzione dei contagi è soprattutto grazie ai cantoni romandi che hanno adottato (seppur con qualche ritardo) misure molte restrittive, mentre la situazione stagna negli altri cantoni, Ticino compreso, che oggi si trova ai vertici della triste classifica per numero di contagi, ospedalizzazioni e morti in rapporto alla popolazione e che mette bene in evidenza quali siano le priorità del sistema economico capitalistico.

Una logica che porta a privilegiare di tenere aperte o di riaprire tutte quelle attività economiche che sono alla base del nostro sistema produttivo capitalistico, che garantiscono i profitti delle grandi imprese e della grande distribuzione (centri commerciali, cantieri, industrie, attrazioni turistiche) a scapito di quelle attività che non generano profitto ma che creano cultura, educazione e sapere critico.

Già, perché in tutti questi mesi le università e le scuole universitarie hanno dovuto impartire la loro formazione quasi completamente a distanza. Nel silenzio generale, studenti e studentesse hanno dovuto rinunciare alla formazione in presenza per seguire le lezioni da soli a casa loro. Una situazione che, stando ad alcune ricerche, ha provocato un aumento del carico di lavoro per docenti e studenti, ha avuto e sta avendo effetti negativi sul benessere psicologico dei giovani universitari e porta, al di là del grande impegno da parte del copro docente, ad un generale impoverimento della formazione impartita. I limiti della formazione a distanza evidenziati per gli altri ordini di scuola sono evidenti anche nella formazione accademica, dove forse risulta meno difficile per gli studenti capire come funzionano gli strumenti informatici e avere accesso ad essi, ma dove comunque l’assenza di relazione, la difficoltà di seguire le lezioni e la possibilità di approfondire le tematiche trattate rimangono importanti.

Senza contare che gli studi universitari sono per gli studenti e per le studentesse un momento di socializzazione fondamentale; al di là delle lezioni, le università sono luoghi nei quali si creano legami sociali significativi, si costruiscono momenti di mobilitazione e di discussione collettiva e si partecipa alla costruzione di un sapere critico. Per molti poi gli anni dell’università sono anche gli anni nei quali si sperimenta l’indipendenza e si fanno le prime esperienze di vita da soli nel mondo degli adulti.

Tutte esperienze delle quali i giovani e le giovani del 2020 saranno privati/e. Una situazione che non potrà non avere conseguenze sia personali che sociali importanti.

Ma oggi è più urgente discutere su come aprire gli impianti di sci, permettere alle persone di fare lo shopping di Natale e festeggiare in compagnia l’arrivo del nuovo anno…invece di permettere a una parte importante dei giovani di avere una formazione universitaria e accademica degna di questo nome.

Un bruttissimo messaggio per le giovani generazioni…

Pin It on Pinterest