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Diverse associazioni magistrali hanno invitato a un’azione simbolica nelle scuole lo scorso 17 giugno. La ristrettezza dei tempi e la pochezza della proposta (2 minuti…) hanno fatto sì che succedesse poco o nulla. Resta tuttavia l’interesse della riflessione che accompagnava l’appello, un tentativo di tirare un bilancio di un anno, contrariamente alle conclusioni del DECS, tutt’altro che “normale”. Lo proponiamo ai nostri lettori e alle nostre lettrici. (Red)

La scuola ticinese chiude un anno particolare e particolarmente difficile. Un anno in cui, pur confrontati con gli effetti dolorosi della crisi pandemica, con severe misure di prevenzione, con condizioni psicologiche e pedagogiche non semplici, la scuola è riuscita a mantenere un insegnamento in presenza.

Non si sottolineerà mai a sufficienza quanto importante sia stato questo traguardo: per gli allievi in primo luogo, per le famiglie poi, e anche per gli insegnanti e per una società che crede nell’insostituibile apporto culturale e sociale dell’educazione.

Al momento di chiudere questo percorso, vale forse la pena ritornare riflessivamente su alcuni fenomeni che hanno contrassegnato l’impegno scolastico. Lo facciamo qui ricordando prima di tutto alcune condizioni vissute dalla scuola e proponendo in seguito, all’attenzione di tutti, alcuni temi suscettibili di approfondimento.

Le condizioni vissute

• Molte ricerche hanno evidenziato l’impegno accresciuto degli insegnanti nella gestione pedagogica e psicologica del loro compito educativo. Un impegno che ha anche significato una diversa gestione dei tempi e degli spazi di lavoro e la messa a disposizione gratuita del proprio tempo libero (per riprogettare le lezioni, per far fronte alle numerose quarantene di classe e alle ancor più frequenti quarantene individuali, per gestire le fragilità degli allievi più bisognosi, per occuparsi delle tensioni e delle ansie dei genitori, per integrare nuove forme di insegnamento tecnologicamente mediato ecc. ecc.). La crisi pandemica ha quindi evidenziato la necessità di valutare attentamente le condizioni quadro di lavoro degli insegnanti, dagli aspetti logistici e materiali a quelli immateriali e organizzativi.

• L’eccezionalità della condizione pandemica ha legittimato, come in altri settori, disposizioni impositive. Di fatto è stata parzialmente ridotta l’autonomia dell’insegnante nella scelta responsabile degli strumenti e delle misure pedagogico-didattiche. Ma anche le reali occasioni di confronto collettivo (tra colleghi, nei Collegi dei docenti, nelle dinamiche progettuali) hanno finito per essere penalizzate.

• Molte forme didattiche sono state inibite (in qualche caso impedite) dal rispetto delle misure di prevenzione in atto: il porto obbligatorio della mascherina a partire dalla prima media, il distanziamento sociale, l’impossibilità di molte attività extrascolastiche ecc. Ne hanno risentito non solo le condizioni empatiche della relazione, ma anche alcune possibilità di vicinanza pedagogica.

• Lo sviluppo informatico ha contribuito a rendere possibile una “scuola in presenza”. Ma l’accelerazione impressa all’integrazione delle nuove tecnologie nell’insegnamento ha generato anche effetti di straniamento, con conseguenze sulla qualità della relazione educativa e sulla natura stessa dell’impegno professionale dell’insegnante. In alcuni casi, soprattutto per allievi di estrazione socio-culturale sfavorita, la scuola ha faticato a garantire condizioni eque ed inclusive.

Gli auspici riflessivi

• La scuola, l’insegnamento, l’impegno formativo sono mandati imprescindibili di una società democratica che sa di poter costruire il proprio futuro proprio sulla qualità dell’educazione. Un’attenzione costante, sostenuta da investimenti e ricerche, è quanto mai auspicabile. Il virus e la sua drammatica diffusione hanno contribuito ad evidenziare quanto la relazione natura-cultura possa essere problematica nelle società avanzate. Sappiamo che l’educazione è la migliore risorsa che abbiamo per affrontare consapevolmente le incognite che ci aspettano nel prossimo futuro.

• Un aspetto che è chiaramente apparso nel corso di questa emergenza sanitaria è la fragilità psicologica e pedagogica dei nostri giovani. È indubbio che, pur nel lodevolissimo intento di portare avanti un insegnamento di qualità il più possibile attento all’equità e all’inclusione, gli allievi più fragili pagano un prezzo in termini di deficit d’apprendimento e di difficoltà scolastiche. Non è allora il caso di varare, per così dire, un “piano pandemico per la scuola”? Non è il caso di prevedere, in forma preventiva, un intervento che recepisca i nuovi bisogni? O ancora, di prestare attenzione nei confronti dello stato psicofisico degli allievi e delle prospettive che il trauma subíto potrebbe verosimilmente avere in futuro? In questo senso appare fin d’ora opportuno un impegno concreto dell’autorità politica per assicurare sostegno e accompagnamento mirato (per esempio nella forma di corsi di recupero gratuiti e non lasciati alla libera iniziativa degli istituti).

• I processi di digitalizzazione hanno investito con forza il nostro presente sociale ed economico. È questa un’evoluzione inarrestabile, spesso surrettiziamente associata all’idea di “progresso”. Eppure, nella scuola, di fronte a una didattica digitale integrata, ci pare sia d’obbligo avere un atteggiamento critico che ne valuti la pregnanza nella formazione del pensiero, nella costruzione dei processi cognitivi e d’apprendimento. Le piattaforme informatiche non sono solo uno strumento, ma anche matrice di processi mentali e potenziali fonti improprie di tracciati psicometrici.

• Ciò che caratterizza la professione docente è proprio l’autonomia didattica e l’indipendenza intellettuale, coniugate sempre con la responsabilità pedagogica e culturale del compito istituzionale. È oggi quanto mai opportuno tornare alla garanzia di queste peculiarità. Occorre che i Collegi dei docenti (previsti dalla Legge della scuola quali organi di conduzione) tornino ad essere investiti del loro ruolo. E nel contempo occorre, superata l’eccezionalità pandemica, che si torni a coinvolgere gli insegnanti nella progettazione della scuola di domani.                             

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