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Ogni storia riguardante molestie, violenze e abusi (perpetuati su donne o minori) è straziante. Nessuno di noi vorrebbe leggere cronache dettagliate di questi episodi sui quotidiani che scorriamo ogni giorno.

Ma questo non significa, come ci ha invitate a fare sulle colonne de La Regione Greta Gysin, praticare una sorta di regola del silenzio. Dobbiamo e sappiamo distinguere tra parlare dei fatti e affrontare il tema che essi sollevano e di cui sono espressione.

Esiste un’esigenza fondamentale che ci obbliga a doverne parlare non certo in termini pruriginosi, ma affrontando le questioni di fondo – le molestie e gli abusi sessuali – che sono oggi un tema centrale non solo in Ticino, ma in tutto il mondo.

Cosa ne sarebbe stato del caso dell’”innominabile” se, con la dovuta cura e sensibilità, non fosse stato scritto nulla? Come si sarebbe sviluppata la vicenda se non se ne fosse discusso (a dire il vero molto superficialmente) anche in Parlamento? Siamo sicure che se molti casi di violenza domestica – e le loro vittime – non fossero apparsi sulla stampa, la questione avrebbe avuto l’attenzione (ancora assai insufficiente) che essa comincia ad avere? Siamo veramente sicure che il silenzio della stampa o della politica possa proteggere chi ha subito abusi o violenza e allo stesso tempo sensibilizzare chi ha il potere di promulgare leggi o mettere a disposizione forme diverse di aiuto e sostegno alle vittime?

Non è forse controproducente tacere, metterci sopra un coperchio e lasciare che le istanze giudiziarie (o quelle amministrative) “facciano il loro lavoro”, senza cogliere l’occasione per avviare un dibattito su come modificare i meccanismi di controllo, le procedure tese a evitare che simili fatti possano avvenire nel più assoluto silenzio?

Viviamo in un cantone cattolico e sappiamo quanto male abbia fatto il silenzio, per decenni, che ha  permesso che abusi e violenze sessuali perpetrate all’interno della chiesa (in Ticino come nel resto del mondo) restassero confinate nelle cerchie ristrette di “chi sapeva” e ha preferito non parlare. Abbiamo visto come, una volta dato spazio alla parola di chi ha subito indicibili violenze, altri abbiano avuto il coraggio di prendere la parola e di fare emergere una situazione che ha sorpreso buona parte della società, talmente era ritenuta improbabile.

Difficile pensare che le istituzioni e la politica istituzionale da sole possano far crescere una consapevolezza che riesca finalmente ad arginare il gravissimo problema delle molestie e della discriminazione di genere: occorre infatti collettivizzare il tema, farlo proprio, facilitare la discussione al fine di ottenere più sensibilità e coscienza, condizione decisiva per un percorso  verso una società libera da violenze e discriminazioni. È in questa prospettiva che appare fondamentale parlare apertamente della questione.

*deputata MPS in Gran Consiglio

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