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L’insurrezione militare di mercoledì 26 giugno in Bolivia – con il capo dell’esercito che è entrato nel Palacio Quemado dopo aver forzato la porta con un carro armato – si è svolta in un contesto di contrasti all’interno del Movimento al Socialismo (MAS-Movimiento al Socialismo), un partito ormai spaccato tra i sostenitori dell’ex presidente Evo Morales e quelli dell’attuale presidente, Luis Arce Catacora [in carica dall’8 novembre 2020, ex ministro dell’Economia durante i due governi di Evo Morales: 2006-2017, gennaio-10 novembre 2019].

Questa guerra intestina sta indebolendo non solo il governo e lo stesso MAS, ma anche le istituzioni dello Stato, con un’Assemblea legislativa semi-paralizzata, giudici il cui mandato è stato prolungato e il coinvolgimento dell’esercito nel conflitto.

È in questo contesto che il generale Juan José Zúñiga – amico personale del presidente Arce – è diventato capo dell’esercito [nominato nel novembre 2022, entrato in carica nel gennaio 2023] senza le qualifiche di una carriera militare e con precedenti accuse di malversazione. Poi è rimasto invischiato nella lotta interna al MAS minacciando [in televisione il 24 giugno] l’ex presidente Evo Morales di imprigionarlo se avesse tentato di ricandidarsi. Martedì 25 giugno, il deputato Rolando Cuéllar, uno dei più ferventi sostenitori di Luis Arce, ha proposto di decorare l’ufficiale militare [in seguito a questo intervento]. Ma alla fine, in seguito allo scandalo suscitato dalle posizioni pubbliche anti-Evo Morales di Zúñiga, il governo di Luis Arce lo ha abbandonato. [Attualmente è in corso un’inchiesta sui legami tra Cuéllar e Zúñiga.]

La decisione presidenziale [del 26 giugno] di licenziarlo è stata vista come un tradimento da parte di Zúñiga, che, secondo quanto riportato da diversi organi di stampa, si considerava il “generale del popolo”. Aveva persino commissionato alcuni dipinti che lo raffigurano in pose da personaggio epico. Poi è arrivata la strana ribellione, che si è rapidamente conclusa. Persino la polizia – che in Bolivia è solita agire come un movimento sociale autonomo alla stregua di tutti gli altri, approfittando delle crisi per chiedere aumenti di stipendio e ribellarsi alle cattive condizioni di lavoro – non si è unita a questo movimento, che ha colto di sorpresa l’intero Paese ed è stato condannato da tutti i settori politici.

Ma anche la denuncia di un “autogol” da parte del settore pro-Evo Morales – che considera la ribellione di un comandante dell’esercito e le immagini che ricordano il momento dei carri armati in mezzo a Plaza Murillo come uno “spettacolo” messo in scena dallo stesso Arce – contribuisce al deterioramento del clima politico e istituzionale. L’intera dinamica politica finisce per sciogliersi in quella che l’ex vicepresidente Álvaro García Linera [gennaio 2006-novembre 2019] ha definito la “misera meschinità” del momento. Le differenze ideologiche non hanno lo stesso peso – anche se sono spesso oggetto di dichiarazioni retoriche – della lotta per il potere tra due individui e i gruppi raccolti intorno a ciascuno di essi. Luis Arce cerca di rimanere in carica ed Evo Morales cerca di tornare alla presidenza dopo il suo rovesciamento nel 2019.

I sostenitori di Evo Morales accusano i sostenitori di Arce di essere la “destra endogena” nel processo di cambiamento, e questi ultimi rispondono con un discorso “rinnovatore” e anti-leaderistico. Essi sottolineano di aver colpito la destra in un modo che Evo non avrebbe osato, ad esempio arrestando il governatore di Santa Cruz, Luis Fernando Camacho [nel dicembre 2022], attualmente in carcere a La Paz, o tenendo in prigione l’ex presidente Jeanine Áñez [dal marzo 2021]. Inoltre, il governo ha approfittato dell’ultima ribellione per proiettare l’immagine di Luis Arce che ha affrontato personalmente i golpisti e ha disinnescato rapidamente la cospirazione, a differenza del 2019 quando, nel bel mezzo della crisi, Evo Morales si è ritirato nella sua roccaforte di Chapare [nel dipartimento di Cochabamba]. L’attuale ministro del governo, Eduardo del Castillo, è arrivato a dire che, “durante il colpo di Stato del 2019”, il suo predecessore con lo stesso portafoglio, Carlos Romero, avrebbe dovuto prendere l’iniziativa e non pregare come un pastore. Il messaggio è chiaro, anche se probabilmente manca di moderazione: noi abbiamo resistito, mentre nel 2019 Evo e i suoi ministri sono fuggiti.

Da parte sua, Evo Morales risponde deridendo smodatamente il golpe, affermando che quello del 2019 è stato un vero golpe, mentre questo è stato una farsa, addirittura un autogol. “Al momento non so che tipo di golpe sia, il golpe sta iniziando e il ministro [Del Castillo] è contento di girare per Plaza Murillo [dove si trova il Palazzo presidenziale], toccando i carri armati; un golpe con zero feriti, zero spari, zero morti. Un colpo di Stato in Bolivia si fa con le pallottole. Questo colpo di Stato dovrebbe essere adeguatamente indagato“.

García Linera, che è rimasto ai margini della lotta interna, riassume la situazione: “Ciò che è angosciante in questo scenario è che un governo di sinistra deve fare affidamento, in parte, sull’esercito per garantire la stabilità e contenere i tentativi di Evo Morales di mobilitare la sua base per cercare di ottenere il permesso di candidarsi; e, allo stesso tempo, che Evo approfitti di questo momento di cedimento del presidente Arce per mettere in discussione il progressivo potenziamento dell’esercito e si unisca ora al coro di “auto-colpo-di stato” denunciato dalla stessa destra che, nel 2019, ha promosso il vero e proprio golpe contro Evo Morales“.

La debolezza dell’opposizione sta certamente alimentando l’intensità della guerra civile che infuria tra il MAS e le organizzazioni sociali che lo compongono; le due fazioni si sono persino accusate a vicenda di legami con il narcotraffico. Poiché nessuno dei due gruppi sembra temere un rapido ritorno al potere dell’opposizione, la battaglia interna al MAS si sta confondendo con la lotta per il potere dello Stato, in un momento in cui il Paese sta vivendo una crescente instabilità economica.

In questa dinamica autodistruttiva, “le due fazioni non hanno problemi a risvegliare mostri armati che, come abbiamo visto nel 2019, sono in grado di divorarli entrambi“, conclude García Linera. Ecco perché la precipitosa partenza dei sediziosi dalla sede del potere politico non prospetta tranquillità, ma piuttosto una maggiore tensione politica.

*Pablo Stefanoni è redattore capo della rivista Nueva Sociedad. Questo articolo è apparso il 30 giugno 2024 sul quotidiano spagnolo El Pais. La traduzione in italiano è stata approntata a partire dalla versione francese apparsa sul sito www.alencontre.org.  Alla cui redazione si devono anche le osservazioni esplicative contenute nel testo e la nota finale.

[1] Fernando Molina, da La Paz, ha pubblicato un articolo su El Pais il 27 giugno, raccontando il “colpo di Stato” del 26 giugno: “Attenzione, stanno facendo un colpo di Stato contro il popolo boliviano, non lo permetterò! Se ti rispetti come soldato, ritira tutte le tue forze. È un ordine!”. Queste le parole del Presidente boliviano Luis Arce al generale Juan José Zúñiga, appena un’ora dopo che l’ufficiale militare aveva occupato con carri armati e soldati la piazza Murillo di La Paz, cuore politico del Paese, alle 15.00 ora boliviana. Le immagini della discussione tra il Presidente, il Vicepresidente [David Choquehuanca] e alcuni ministri con gli insorti alle porte del Palacio Quemado, storica sede del potere boliviano, passeranno alla storia. Arce appare arrabbiato e determinato. Va ricordato che Zúñiga era stato appena “destituito da capo dell’esercito” dopo aver dichiarato che sarebbe stato pronto ad arrestare l’ex presidente Evo Morales se si fosse ricandidato, aveva promesso la sua fedeltà alla linea di comando costituzionale: al capo delle forze armate e, sopra di lui, al presidente e capitano generale, Luis Arce”.

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