Aiuti umanitari a Gaza: si conferma il fallimento del piano israeliano

Tempo di lettura: 4 minuti
image_print

Israele aveva un piano per distribuire aiuti umanitari sostituendosi all’ONU e alle grandi ONG internazionali. Già partito male con la chiusura della principale organizzazione sostitutiva, che avrebbe dovuto occuparsi degli aiuti, martedì si è trasformato in un vero e proprio disastro.

Alcune sagome avvolte dalla sabbia si stringono l’una contro l’altra. Donne si sostengono a vicenda, bambini magri e uomini vanno e vengono. Migliaia e migliaia di persone in mezzo al nulla, su una vasta distesa apparentemente vuota. Le immagini sono state diffuse dal canale qatariota Al Jazeera e sui social network.
Più tardi, alcune foto: un uomo trasporta un albero morto, perfetto per la legna da ardere, un altro trascina una tenda di lamiera, un altro ancora dei cavi di plastica arrotolati in grandi cerchi. In uno scatto, una mano tiene un pacchetto di sigarette, solo tre o quattro all’interno, ma è il Santo Graal in una striscia di Gaza dove le sigarette costano 15 euro l’una. Sul cartone è scritta l’avvertenza sanitaria in ebraico.
“A causa della situazione di emergenza legata alla distribuzione di grandi quantità di generi alimentari da parte della Fondazione SRS oggi, e data la necessità di garantire la completa sicurezza degli aiuti e di effettuare i lavori di manutenzione necessari sul sito […], vi informiamo che le attività saranno sospese domani”, scrive la Fondazione umanitaria per Gaza (GHF) nel tardo pomeriggio di martedì 27 maggio.
In realtà, la prima distribuzione di pacchi alimentari da parte della GHF si è trasformata in un fiasco totale. La notizia ha fatto il giro della Striscia di Gaza, del mondo umanitario e dei governi di tutto il mondo.
Il primo centro di distribuzione apparentemente sicuro aperto, dei quattro previsti, è stato preso d’assalto. I mercenari della società di sicurezza privata statunitense SRS, incaricata della distribuzione e della sicurezza, sono stati completamente sopraffatti e hanno lasciato il luogo in fretta e furia.

Era tutto prevedibile

Avranno imparato che gli aiuti umanitari sono un mestiere, soprattutto in un territorio ermeticamente chiuso dove la popolazione è stata deliberatamente affamata per mesi.
Tutto è iniziato, racconta Rami Abou Jamous, giornalista palestinese presente a Gaza, quando gli israeliani hanno pubblicizzato l’inizio delle operazioni di distribuzione di pacchi alimentari in uno dei quattro centri previsti a tale scopo, a Tel al-Sultan, quartiere di Rafah completamente raso al suolo dall’esercito dello Stato ebraico. La gente vi si è recata in massa.
Fino a quel momento, stando alle immagini diffuse dall’esercito israeliano, tutto procedeva bene. Tutto era pronto per accogliere i beneficiari. Tutto era pulito e in ordine. La sabbia sul terreno era stata persino rastrellata. In una foto scattata da un drone e pubblicata dal quotidiano Israel Hayom, si vedono persone in fila in cinque corridoi separati da recinzioni metalliche. Sono bloccate dietro le grate. Comportandosi bene.
Altre foto, scattate più tardi dalla società SRS, mostrano bambini felici che ricevono pacchi. Sorridono. Una bambina ha le braccia piene di prodotti. Insomma, è Natale.

In ogni scatola, affermano fonti sul posto, c’è una busta giallo brillante con un codice QR e un messaggio in inglese: “Dacci la tua opinione, le risposte saranno trattate in modo anonimo e non saranno rese pubbliche”. Il questionario di soddisfazione è in arabo: senso di sicurezza o insicurezza, qualità dell’accoglienza, raccomandazione – o meno – ad amici e familiari. Cinismo assoluto o totale incompetenza? Forse basta per mettersi alla prova nel settore turistico, ma certamente non in quello umanitario. Che non si improvvisa.
Il messaggio che la distribuzione aveva iniziato a diffondere si è rapidamente propagato, racconta ancora Rami Abou Jamous. E sono state decine di migliaia di persone affamate a sommergere il centro e le guardie dell’SRS.
«Sono stati sopraffatti perché non erano preparati. E non sono consapevoli della disperazione della popolazione», assicura una fonte umanitaria.

Tutto per l’immagine

Un altro professionista rincara la dose: «Questa soluzione è impraticabile, lo sappiamo tutti. Concentrare gli aiuti in un unico luogo e avvisare in anticipo della distribuzione significa avere la certezza di movimenti di folla incontrollabili. Soprattutto in una situazione di fame come quella che stiamo vivendo a Gaza, che non è mai stata così grave».
«La gente ha fame. La metà dei camion che siamo riusciti a far entrare nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni sono stati saccheggiati, e in molti casi si è trattato di saccheggi opportunistici, non di furti organizzati»,aggiunge un terzo. «Di norma, gli operatori umanitari cercano di limitare la diffusione di informazioni sul percorso e sui luoghi di stoccaggio. La distribuzione viene comunicata la mattina stessa tramite SMS. In questo caso hanno fatto esattamente il contrario. Hanno inondato i social network in anticipo».
L’esercito israeliano, in controtempo, ha inizialmente accusato Hamas di aver istituito dei blocchi per impedire alle persone di raggiungere i centri di distribuzione.
Una volta che la folla è diventata incontrollabile, si è astenuta dal sparare. «Sarebbe stato un fiasco completo», afferma un operatore umanitario. «Sappiamo che possono sparare, l’hanno fatto più volte, durante i “massacri della farina”, ma in questo caso c’è un’immagine da preservare».
La Fondazione umanitaria per Gaza, dal canto suo, fa come se nulla fosse e assicura che i suoi servizi riprenderanno dopodomani, giovedì 29 maggio.
Ciò tende a dimostrare che questa operazione israelo-statunitense è puramente propagandistica e non umanitaria. O almeno che l’umanitario alla moda GHF serve più a rifarsi l’immagine di Israele, sempre più additato come Stato canaglia, che a salvare dalla fame la popolazione di Gaza. Cosa che gli attori umanitari e gli abitanti dell’enclave palestinese avevano ben capito.

*articolo apparso su mediapart il 27 maggio 2025.

articoli correlati

Per l’esercito il conto è sempre aperto

Iran. Né i mullah né lo scià! Solidarietà con la lotta dei popoli dell’Iran!

Iran, 18° giorno di lotta: migliaia di morti e arresti